“Qualified Immunity” e responsabilità degli agenti negli Stati Uniti

Le rivendicazioni che hanno interessato le maggiori città degli Stati Uniti a seguito della morte dell’afroamericano George Floyd hanno riacceso la discussione sul pervasivo regime di tutela di cui godono gli ufficiali di polizia in tutto il paese. Si assiste ad un sistema protettivo che si irradia ad ogni livello e non risparmia neppure l’ambito giudiziario.

Una recente inchiesta di Reuters, infatti, indica come dal 2005 ad oggi si registrino, in tutti gli Stati Uniti, più di 30 casi di agenti di polizia accusati di uso eccessivo della forza, i quali hanno però potuto godere in sede civile della c.d “Qualified Immunity”. Essa è frutto di un’orientamento giurisprudenziale, ormai consolidato, che mette a riparo gli agenti di polizia dalla responsabilità civile per violazione di diritti costituzionali del cittadino, laddove non sia individuata la violazione di una legge “chiaramente stabilita”.

A giustificare un simile indirizzo emergono diversi argomenti. Prima di tutto, l’eccessiva esposizione a pretese risarcitorie costituirebbe un disincentivo a ricoprire uffici pubblici. In secondo luogo, la minaccia di azioni legali potrebbe inibire l’agente dal prendere decisioni radicali (e che, magari, comportano violenza) se adeguate a garantire l’ordine pubblico.

Ma per capire l’effettiva portata dell’immunità è necessario approfondire cosa si intende per “legge chiaramente stabilita”. Nella sentenza della Corte Suprema che per prima utilizza questa espressione (Harlow v. Fitzgerald, 1982), si legge che la qualified immunity può essere superata soltanto se la condotta dell’agente violi prescrizioni chiaramente stabilite o diritti costituzionali che una persona ragionevole avrebbe potuto conoscere.

In sentenze successive, tuttavia, “legge chiaramente stabilita” assume un significato molto più stringente: per superare l’immunità, infatti, si richiederà l’esistenza di una decisione giudiziale precedente su fatti simili.

La crescente difficoltà nel riscontrare violazioni sostenute da decisioni precedenti, peraltro su fatti che devono essere avvenuti allo stesso modo, crea aree di impunità eccessivamente estese per gli agenti di polizia.

Negli ultimi anni alcuni giudici della Corte Suprema americana – in particolare, il conservatore Clarence Thomas e la democratica Sonia Sotomayor – hanno mostrato più di qualche riserva nei confronti di questo orientamento. Il giudice Sotomayor ha infatti definito la qualified immunity come uno scudo sicuro per le forze dell’ordine, che permette a queste di shoot first and think later (prima sparare e poi pensare).

Ad oggi, diversi casi che interessano la qualified immunity – episodi non meno gravi dell’uccisione di George Floyd – aspettano di essere ascoltati dalla Corte Suprema. Affinchè ciò si verifichi è però necessario il voto positivo di almeno quattro dei nove componenti della Corte. Sulla spinta delle manifestazioni di questi giorni, il vaglio di uno di questi casi potrebbe essere finalmente l’occasione per un decisivo cambio di orientamento (il cosidetto overruling).

In ogni caso, ciò non basterebbe a superare la posizione di favore di cui gode la polizia ad ogni livello negli Stati Uniti, ma certamente costituirebbe un primo passo per scalfire un’ingiustificata condizione di privilegio.

Alessio Civita

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