Arrivederci, Germano Celant

Lutto nel mondo dell’arte. Il critico d’arte tra le vittime del Covid-19

Lo scorso 29 aprile, Germano Celant, all’età di 80 anni, si è spento al San Raffaele di Milano a causa di complicazioni causate da Covid-19, contratto nel corso del suo ultimo viaggio negli USA.
Il celebre storico e critico d’arte italiano, tra i più influenti a livello internazionale degli ultimi cinquant’anni, agli albori della propria carriera divenne celebre per aver coniato il termine “Arte Povera” per definire «l’ultimo movimento artistico del secolo scorso» (Michelangelo Pistoletto, 2017), che prese forma a Torino verso la fine degli anni Sessanta.

Germano Celant – Archivio

L’arte povera nacque in contrapposizione all’arte “tradizionale”, della quale rifiutava dal punto di vista materiale tecniche e supporti e da quello teorico i valori culturali legati a una società organizzata e tecnologicamente sempre più avanzata, attingendo quindi a materiali poveri, “antiartistici”, come terra, legno, ferro, plastica, stracci e scarti industriali.
La presa di coscienza delle possibilità espressive insite nella materia vegetale, tanto quanto in quella animale o minerale, diede luogo a manifestazioni autonome, tra loro molto diverse: le espressioni artistiche che gli artisti del movimento prediligevano nella loro ricerca comunicativa erano l’installazione e la performance, per l’opportunità di instaurare una relazione concreta tra l’opera stessa e l’ambiente.

Germano Celant affermò che l’arte povera si manifestava essenzialmente «nel ridurre ai minimi termini, nell’impoverire i segni, per ridurli ai loro archetipi», facendo idealmente rientrare questo orientamento artistico nell’ambito più generico e internazionale dell’arte concettuale. Il movimento teorizzato da Celant, però, è tutto italiano, torinese per l’esattezza, anche se venne presentato per la prima volta al pubblico nel 1967 a Genova, città natale del critico, nella mostra “Arte Povera” alla Galleria La Bertesca, dove esposero Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Pino Pascali ed Emilio Prini. Aderirono poi al movimento numerosi artisti che raggiunsero fama internazionale, quali, per citarne alcuni, Giovanni Anselmo, Mario Merz, Giuseppe Penone, Piero Gilardi e Michelangelo Pistoletto, anch’egli reduce da contagio di Covid-19, dal quale, per fortuna e contrariamente al compianto Celant, è guarito anche con i suoi 87 anni.

Michelangelo Pistoletto (sulla sinistra) e Germano Celant. Fotografia scattata alla galleria Luhring Augustine di New York, in occasione della mostra ‘Michelangelo Pistoletto. The Minus Object 1965-1966’ del 2013. Crediti fotografici: Pierluigi Di Pietro.

Germano Celant, oltre alle numerose mostre e scritti destinati a delineare la teoria e la fisionomia del movimento dell’arte povera, nell’arco della sua carriera si dedicò a presentare e promuovere l’arte italiana nel mondo e il suo impegno lo si evince anche dai diversi incarichi che gli sono stati affidati negli anni. Tra i principali si segnalano: senior curator al Guggenheim Museum di New York; direttore nel 1997 della Biennale di Venezia; dal 2004 capo della Fondazione Prada a Milano; direttore artistico di Art & Food a Expo 2015 (con lauti compensi che suscitarono polemiche e indignazioni) e curatore di mostre in tutti i musei più importanti del mondo, tra cui il Centre Pompidou di Parigi, la Royal Academy of Arts di Londra e Palazzo Grassi a Venezia.

Il vuoto lasciato dalla personalità di Celant lo si percepisce concretamente all’interno del panorama artistico internazionale, come dimostrato dalla condivisione del ricordo di artisti, mecenati e professionisti del settore di tutto il mondo. Questa ferita sembra ancora più profonda in un periodo così critico per l’ambito culturale in cui il ruolo del critico, soprattutto riguardo l’arte contemporanea, manca di riconoscibilità, lamentando una carenza professionale forse dovuta alla mancanza dell’adeguata formazione, che rischia di portare questa figura professionale dall’impopolarità a un vero e proprio tramonto.

Elena D’Elia

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