Ascoltando il margine

A seguito dell’omicidio razzista di George Floyd, avvenuto a Minneapolis lo scorso 25 maggio, si sono diffuse in tutto il mondo manifestazione di solidarietà alla causa contro il razzismo portata avanti dalle comunità afroamericane negli Stati Uniti. Gli slogan del movimento ‘Black Lives Matter’ e ‘No Justice! No Peace!’ sono un monito non solo ad adottare una posizione decisa di fronte a ingiustizie atroci ma anche a ripensare al posizionamento sociale delle minoranze etniche. Stare dalla parte dei neri in questa importante lotta significa dare visibilità ai soprusi che le minoranze subiscono quotidianamente, adottando una prospettiva diversa da quella di un bianco eterosessuale privilegiato. Partecipare a questi eventi che stanno scuotendo la sensibilità a livello mondiale ci permette di guardare il sistema politico e gli strumenti utilizzati dagli Stati sotto un’altra ottica.

Siamo costretti quindi a rivedere la nostra visione della violenza come arma legittima del potere o dello standard medio di vita, tutti elementi, che, visti dalla prospettiva di un gruppo sociale marginalizzato assumono tutto un altro significato. Lo studio della società attraverso gli occhi e le esperienze delle minoranze trova origine nella branca della sociologia denominata ‘marginalità sociale’, la quale «riflette l’idea che l’organizzazione della società sia fondata non solo sulla disuguaglianza riguardo all’accesso alle ricompense sociali o sulla gerarchizzazione delle posizioni sociali (com’è supposto, per esempio, dalle teorie della stratificazione sociale), ma anche sull’esistenza di gradi diversi di integrazione sociale. È un soggetto marginale (sia esso un gruppo o un individuo) chi è distante dal centro del sistema sociale cui appartiene (occupa cioè una posizione periferica) ed è prossimo ai confini che separano tale sistema dall’ambiente esterno (o da altri sistemi)» (Treccani, voce: Marginalità sociale). Il movimento Black Lives Matter dimostra proprio questo: nonostante viviamo nella stessa società, la nostra posizione privilegiata non ci permette di vedere cosa accade ai margini del sistema. Esistono realtà che non vediamo, che pensiamo non ci appartengano in ragione della loro diversità.

Ascoltare chi sta al margine può significare scardinare questo sistema concentrico, dove chi sta al centro riceve un trattamento privilegiato e può permettersi di disinteressarsi a tutto ciò che gli accade intorno. Una testimonianza esemplificativa della differenza nella sensibilità tra chi sta al centro e chi vive ai margini della società è quella di James Boggs, attivista politico e autore americano. Boggs, in occasione di un convegno avvenuto nel Michigan nel 1965, propone una visione diversa del sistema politico democratico. La democrazia, millantata dal mondo occidentale e continentale come unica forma giusta di governo, agli occhi di un afroamericano risulta il mezzo che l’ha portato ad essere schiavo e che non gli ha mai dato la possibilità di determinarsi in quanto individuo pari a tutti gli altri. L’autore infatti afferma: «È stata la democrazia con le sue procedure democratiche a renderci schiavi; ecco la democrazia sotto la quale abbiamo vissuto tutti questi anni. […] In realtà la prima domanda che sorge spontanea è: perché dovremmo praticare la democrazia? Infatti se i negri al potere intendessero praticare la democrazia sarebbero indotti a fare ai bianchi ciò che questi hanno fatto a loro».

Coloro che stanno al margine sono esclusi dai processi decisionali e dall’accesso alle risorse: essi sono al contempo parte e vittime del sistema e possono quindi evidenziare con lucidità, con critiche e contestazioni, le falle del sistema che chi sta al centro non percepisce in prima persona. 

Ottavia Dal Maso

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