Guè Pequeno – Mr. Fini [Recensione]

Avere ancora qualcosa da dire, dopo più di vent’anni di carriera, non è affatto scontato.
A maggior ragione se ti chiami Guè Pequeno e hai all’attivo – tra dischi solisti, in gruppo, mixtapes, EP- più di venti progetti musicali, senza contare la mole sconfinata di featuring rilasciati a ritmi da catena di montaggio, quasi ogni settimana.
Non è scontato per il rapper milanese riuscire ancora a sorprendere dopo che, nel rincorrere le tendenze del momento con il precedente album (Sinatra), l’artista si è mostrato forse per la prima volta con il fiato corto, riuscendo soltanto con un certo affanno a stare dietro ai colleghi di poco più di vent’anni. Già, perché Guè si appresta proprio quest’anno a compierne il doppio (quaranta esatti), e capire che direzione ha deciso di prendere con il nuovo album, Mr Fini, uscito il 26 giugno, può aiutarci a capire cosa vuol fare da grande l’intero rap italiano.

Chiariamo subito, Guè Pequeno non è mai stato tipo da coperta in paille e tè caldo e non intende certo mettere la testa a posto proprio adesso; con Mr Fini propone perciò gli stessi temi e le stesse suggestioni di sempre. Ma questa volta un velo di rimorso e, forse, di rassegnazione sembra avvolgere i versi del rapper che, diversamente dal solito, comincia sul serio a guardarsi indietro.

LAmico degli amici, prima traccia dell’album, ci catapulta da subito nella realtà opulenta, ai margini della legalità, di cui da anni l’artista si è fatto narratore. Si direbbe nulla di nuovo sotto il sole: connessioni criminali, soldi, immagini a tinte forti -spesso così eccessive da suonare macchiettistiche- sgomitano su un tappeto musicale cupo, impreziosito da una sezione d’archi che si fa via via più impetuosa, come ad accompagnare una rapida discesa all’inferno (la produzione del brano, come buona parte dell’album, è affidata ai sodali 2nd Roof). Ne esce un’immagine patinata e bidimensionale, a cui i pezzi successivi proveranno a dare spessore.

E infatti già a partire dalla ipnotica Il tipo, traccia numero tre, il punto d’osservazione cambia radicalmente e la descrizione dello status raggiunto dal rapper avviene in terza persona. Si assume così la prospettiva di chi guarda l’uomo di potere, a debita distanza, e inevitabilmente lo teme. L’aura di intoccabilità è trasmessa per mezzo del non detto, tramite cioè quel che tutti sanno – o immaginano- ma nessuno osa dire, in presenza del “tipo”.

L’album prosegue poi con episodi più estivi, dalle chiare influenze caraibiche (Chico, 25h, Parte di me), eppure anche in canzoni più leggere come queste rimane sullo sfondo un cono d’ombra, pronto a reclamare la scena tutta per sé. L’inquietudine ha così la meglio in Immortale (in collaborazione con Sfera Ebbasta) e Guè gli dà voce: “Non gli ho mai detto bene: “Addio”, ed ora cerco il mio respiro/ Questa generazione è persa, pensa se tenevamo il figlio/ Sogno di essere immortale camminando con i deboli/ Ma ho debiti con Dio e non sconfiggerò i miei demoni/”.

Sono piuttosto i debiti con sé stesso quelli con cui Guè Pequeno sembra fare i conti lungo tutto l’album. Neppure alle canzoni più spaccone (che non mancano) è risparmiato questo confronto. In Ti Levo Le Collane, infatti, nonostante una base da club e un ritornello sbruffone, il rapper mette in guardia i colleghi più giovani dalle insidie del successo, ma è un pretesto per riflettere prima di tutto sui propri errori passati.

Tra episodi più trap (Cyborg, No Security) e momenti più classici (Mercy on me, Dem Fake), si arriva in fretta al dittico finale Stanza 106 e Ti Ricordi?, dove l’ex-Club Dogo raggiunge vette di lirismo ed introspezione mai esplorate.
L’atmosfera notturna e dilatata di questi due pezzi offre all’artista la possibilità di tracciare finalmente un bilancio, soffermandosi per una volta più sui costi (esistenziali soprattutto) che non sui profitti. Due brani che sembrano uno solo, in cui, lasciata stare ogni posa da guappo, Guè Pequeno mostra doti di scrittura ancora intatte, innegabili anche per i più scettici.

Realizzi che non ti sei realizzato e che sei grande
È meglio farsi o farsi delle domande
Mi hai chiesto se ti amavo, io ho glissato
Ho preso, speso, colpi, soldi più di quelli, frate’, che ho incassato”

Guè Pequeno- Ti Ricordi?

Alessio Civita

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