Intervista a Elena e Federica, di Psicologia Film Festival

Lo Psicologia Film Festival, o PFF, nasce nel 2009 dal collettivo studentesco del Dipartimento di Psicologia di Unito. Da allora ha spento 11 candeline, facendo passi da gigante. Abbiamo intervistato Elena Ferraro, tirocinante presso Neuropsicologia e presidentessa da circa un anno, e Federica Burzio, psicologa e psicoterapeuta in formazione entrata nel PFF l’anno scorso, all’inizio come fotografa e da settembre scorso come direttrice artistica.

Il PFF è una realtà molto affermata e con tanti membri. Qual è la sua storia?

E: Il Festival è nato in contesto universitario, nel 2009, un anno dopo la nascita del collettivo di psicologia. Nasce in collaborazione con la biblioteca di psicologia Federico Kiesow, con proiezioni principalmente pomeridiane all’interno di Palazzo Badini, dall’interesse del collettivo di creare – attraverso lo strumento filmico – un’area di dibattito e di confronto e i primi film sono stati proiettati e presentati da professori del Dipartimento. I primi anni erano loro a proporre i film, sempre a tematica psicologica, antropologica, sociale. Dopo i primi 4 anni si era un po’ voluto cambiare il registro, ampliare il progetto, che comunque ha il patrocinio del dipartimento e della biblioteca di Psicologia, da cui è stato finanziato, e ampliare i luoghi di proiezione. Poi abbiamo voluto scegliere noi i film, a bassa distribuzione e di registi indipendenti, con proiezioni sempre volutamente gratuite e aperte a tutti, e dalla quinta ci siamo scollati dal contesto prettamente universitario, invitando relatori che presentassero i film che non fossero solo dell’ambito universitario, ma anche professionisti di altri ambiti. Nel 2013 abbiamo creato l’associazione culturale Sinestesia, per poter partecipare a bandi pubblici e organizzare eventi culturali che andassero al di fuori delle sole proiezioni cinematografiche. Ad esempio, abbiamo organizzato dei weekend a tema, creando tavoli di confronto, contest fotografici e sociodrammi, oltre all’immancabile proiezione cinematografica. Il PFF è rimasto però il progetto cardine dell’associazione.

Quindi vi siete slegati dal collettivo di psicologia?

E: Esatto, Sinestesia è nata proprio perché nessuno dei membri era più dentro il collettivo, ma ci siamo detti di continuare la collaborazione. Ma ormai siamo solo esterni.

I membri allora non devono essere per forza studenti di Unito?

F: No, infatti io non arrivo da lì. Ho conosciuto uno dei ragazzi che partecipa da anni al PFF, che è un mio compagno di scuola di psicoterapia. Ho conosciuto il PFF in realtà come spettatrice anni fa, avevo iniziato a frequentarlo soprattutto quando era a Palazzo Badini, perché le proiezioni lì erano bellissime, infatti è un peccato che non ce le facciano più fare. Però ero molto interessata e questo ragazzo l’anno scorso mi ha invitata con l’approvazione del gruppo a conoscere gli altri. Inizialmente sono entrata perché amo molto il cinema, sono un’ossessiva che si registra tutti i film che le piacciono e se li segna nel diario, quindi avevo voglia di condividere questi suggerimenti artistici con loro.

Durante il lockdown come avete gestito il Festival?

F: Avevamo parlato di fare proiezioni online di film ma era un po’ complicato, quindi abbiamo pensato di creare una nuova rassegna, che fosse meno impegnativa e che quindi si plasmasse bene nel mondo informatico, che abbiamo chiamato “Corti a Domicilio”. Cioè, rispettando sempre le tematiche proposte dal PFF, di film indipendenti, poco distribuiti, recenti e a tema psico-socio-antropologiche, abbiamo fatto questa selezione e deciso di proiettare un cortometraggio a settimana, di massimo 20 minuti, per dare delle pillole di PFF, per ricordare che eravamo lì, in attesa di ricominciare le proiezioni. Soprattutto all’inizio, quando la gente era chiusa in casa abbiamo visto una bella partecipazione, poi pian piano, con la diminuzione delle misure restrittive, anche la partecipazione online è diminuita. Però la scorsa settimana abbiamo fatto la prima proiezione dopo il Covid ed è ricominciato tutto molto bene.
Ovviamente ci sono delle restrizioni, come il numero massimo di persone in base alla metratura, le sedie una a un metro dall’altra, ma per ora ci sembra di poter continuare.

Dovrete fare anche i buttafuori in questo periodo.

E: Eh sì, già per la scorsa proiezione abbiamo dovuto dire dei no perché avevamo sforato con i numeri…

Domani (sabato 25) ci sarà l’ultima proiezione per quest’anno. Ci volete parlare un po’ del programma?

E: Siamo al Comala, un’associazione culturale recente. Già l’anno scorso avevamo proiettato lì… Di solito la prima e l’ultima proiezione, quella di settembre e quella di giugno, le facciamo all’aperto. Adesso questo mese ne abbiamo fatte solo due, ma secondo me sono delle belle iniziative perché il cinema all’aperto ha sempre un certo fascino. D’estate godersi un film all’aperto trovo che sia qualcosa di un po’ magico per chi è costretto a rimanere nella calda città. [Ride]

F: Questa volta però ci siamo munite di antizanzare! Il film scelto si chiama Boy, è un film di Taika Waititi, un regista neozelandese molto acclamato per il film Jojo Rabbit, dove lui interpretava l’Hitler immaginato dal protagonista. I suoi film spesso hanno come protagonisti adolescenti con tematiche molto importanti, anche drammatiche: in Boy c’è l’idealizzazione della figura paterna da parte del bambino protagonista che non ha più la mamma, quindi una tematica molto pesante che però è trattata in modo quasi comico. Lui riesce a porre in modo divertente delle tematiche imponenti senza ridicolizzarle o banalizzarle. Questo film mi era molto piaciuto e spero ci sia una buona partecipazione perché credo che ne valga davvero la pena. Abbiamo un po’ sforato sulla data perché il film ha una decina di anni e di solito scegliamo film più recenti però sarebbe stato un peccato non tenerlo in considerazione perché è ancora molto attuale. E poi volevamo chiudere la rassegna con un film che avesse un’energia un po’ vitale, perché spesso siamo conosciuti per proiettare cose drammatiche! Ci piaceva chiudere l’anno difficile e particolare che stiamo vivendo tutti con una nota positiva.

Anna Contesso

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