Il doppio volto di Freeda

Nelle ultime settimane potreste esservi imbattuti in un post di Instagram di bitcheslovingchampagne – attivista, femminista, antirazzista e musulmana – nel quale veniva messa in dubbio la matrice femminista di una delle pagine di maggiore successo della piattaforma social in questione, Freeda, accusata di fare molto marketing e poco femminismo.

Ma partiamo dall’inizio: che cos’è Freeda?

È una start up milanese nata nel 2016 composta da un team prevalentemente al femminile. Si presenta come un progetto editoriale nato e cresciuto esclusivamente sui social per essere un punto di riferimento e una voce comune per  donne tra i 18 e i 34 anni, una generazione a cavallo tra le millennials e la  generazione z, pronte a lottare per la propria libertà.  Il nome scelto, infatti, è il femminile di freedom, libertà, con l’intento di richiamare alla loro mission: trasmettere il cambiamento epocale che sta interessando la condizione femminile.

Freeda racconta storie di donne capaci di affermare la propria forza e di conquistare un posto all’interno della società. I tre valori attorno al quale ruota tutto il loro piano editoriale sono: la realizzazione femminile, lo stile personale e libero, e la collaborazione tra donne. Il successo è stato strepitoso, tanto da essere considerato il fenomeno mediatico del 2017, capace di conquistare milioni di followers in pochissimi mesi.

Fin dalla sua nascita, è stato concepito come un giornale/non giornale capace di farsi spazio solo sui social (Instagram, Facebook e YouTube):  il sito infatti , coloratissimo e in pieno stile Freeda, è in realtà una semplice landing page con il solo scopo di rimandare alle notizie fruibili sui social. La scelta di portare avanti un percorso esclusivamente online coincide con il target di riferimento, giovane e perennemente in rete. Le pubblicazioni settimanali, ad altissima frequenza, sono di diversa natura: instant articles, video testimonianze, illustrazioni con must have per vivere serenamente la propria fisicità e post di brand content che attualmente rappresentano la maggiore fonte di ricavo.

Esempio di Brand Content per Superfluid
Esempio di Brand Content per Gillette Venus

Freeda si colloca all’interno della quarta generazione del femminismo – collaborativo, inclusivo e fortemente intrecciato al mondo digitale e tecnologico – che crede fortemente nell’uguaglianza di genere. Perché allora è soggetta a così tante critiche?

Le prime indignazioni riguardano i proprietari e gli azionisti di Freeda: Andrea Scotti Calderini, ex Publitalia 80, Gianluigi Casole, ex Holding Italiana quattordicesima di Barbara, Eleonora e Luigi Berlusconi, e Ginevra Elkann, nomi che rimandano ad ideologie molto distanti dal femminismo pop di cui invece si fanno portatori.

Il secondo motivo di indignazione riguarda la natura stessa del loro progetto editoriale: si pensa infatti che più che proporre un modello di femminilità libera dagli stereotipi, l’obiettivo principale sia quello di conquistare un target vastissimo, anche grazie all’utilizzo di uno stile autoironico e ad una grafica avvincente e affascinante, per avere la possibilità di inserirsi all’interno delle loro conversazioni online, raccogliere tutti i dati utili e poi vendere il materiale raccolto alle aziende. Insomma, è una chiara e precisa strategia di marketing, lontana rispetto alla matrice femminista della pagina.

Il terzo motivo riguarda l’appartenenza alla quarta generazione del femminismo  che si batte per la parità di genere, contraddetta già dalla bio di Instagram, “Dietro ogni donna ci sono altre grandi donne”, che sembra rispecchiare una prospettiva strettamente femminile e troppo spesso limitata ad esaltare la figura di donne tutte eyeliner e rossetto. Ma il femminismo è davvero questo?

Inoltre, tra gli obiettivi futuri della start up figurano la distribuzione di contenuti per Amazon e Netflix e la creazione di prodotti, esperienze o eventi a pagamento, tutti finalizzati a quadruplicare il fatturato che alla fine del primo anno di attività era di circa un milione di euro. A questo si aggiunge un finanziamento, già ottenuto, di dieci milioni di euro per esportare il modello in altri paesi.

Dietro le indubbie capacità del team di Freeda di saper parlare al proprio pubblico di riferimento e di saper catalizzare l’attenzione attorno a immagini coloratissime e illustrazioni motivazionali, siamo proprio sicuri di non essere caduti in una studiatissima strategia di marketing? Noi donne siamo l’oggetto o il mezzo del successo di Freeda?

A voi le conclusioni.

Fabiana Brio

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