Il Libano che non rimarrà fermo a guardare

Beirut è in fiamme, l’intero stato del Libano è ad un passo dalla rivolta generale. In migliaia sono scesi  nelle strade della capitale per un governo che risultava già precario prima della tragedia di martedì scorso, ma che ora non può far altro che soccombere di fronte alle grida disperate di donne e uomini libanesi.  Tutto ciò appartiene ad una serie di conseguenze iniziata il giorno dell’esplosione, causata da 2000 tonnellate di nitrato di ammonio stipate in un magazzino nell’area portuale che ha arrecato danni per una cifra stimata di 15 miliardi di dollari. La ferita aperta da questa esplosione ne ha riaperto un’altra, già presente negli animi libanesi, mai totalmente chiusa, e che ha contribuito inevitabilmente a fomentare l’odio di questi giorni.

È stato denominato il “Sabato della rabbia” l’8 agosto passato, durante il quale migliaia di cittadini si sono riversati nelle strade della capitale per ricordare le vittime delle esplosioni (il cui numero è salito a 157). È bastato poco affinché una marcia liberasse quel crescente sentimento di odio che era già maturo tra gli animi dei cittadini, e al quale l’incidente di martedì ha fornito la goccia per far traboccare un vaso colmo di malcontento represso da tempo. Nella capitale è guerriglia urbana, i manifestanti prendono il controllo del centro città occupando vari edifici governativi,  per poi scatenare il panico in città. Questa ondata di violenza ha causato diversi danni e l’impressionante numero di 730 feriti e un agente di polizia deceduto. La rabbia dei manifestanti non fa distinzioni : vari manichini sono emersi durante le proteste,  riportanti la faccia del Presidente della Repubblica Michel Aoun, il premier Hassan Diab e Hassan Nasrallah (leader di Hezbollah), accomunati da un unico grido : “Tutti da impiccare”.

Il quartiere generale della rivolta” è il nome dato a quella zona di edifici governativi che in questi giorni sono stati invasi, un nome così simbolico che rimarrà sicuramente tra i punti di riferimento della volontà anti-governativa. Diversi Ministeri sono stati occupati. Primo tra tutti è stato il Ministero degli Esteri, assediato da una folla di manifestanti capitanata da un gruppo di veterani dell’esercito in pensione, scesi anche loro in piazza per unirsi alle proteste. Rimane intatto il Parlamento, prontamente difeso dalle forze dell’ordine che hanno respinto la folla a colpi di gas lacrimogeno.

Il governo libanese è estremamente consapevole della potenza dei manifestanti ed è per tale motivo che, nel tentativo di rallentare le comunicazioni tra i rivoltosi, ha bloccato l’accesso ad Internet per l’intero Paese, un’azione  particolarmente discutibile che mostra indirettamente la vulnerabilità delle strutture governative libanesi.  Il boicottaggio “ufficiale” trova però degni avversari tra le emittenti nazionali, le quali, come Lbc, hanno impedito la trasmissione sui loro canali del discorso alla nazione del presidente Aoun.

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Il governo vacilla. Il premier Diab annuncia elezioni anticipate in due mesi, ma nessuna dimissione diretta. Il leader richiama i suoi uomini ad una responsabilità collettiva, una presa di coscienza che arriva, inutile dirlo, troppo tardi. Diab promette di trovare e punire i responsabili della tragedia al porto (con cui giace la debole speranza di riscatto), mentre cerca di portare giustizia alle 157 persone che hanno perso la vita nell’esplosione di martedì. Intanto arrivano i primi ammutinamenti. È di questi giorni la notizia delle dimissioni di ben due Ministri: Manal Samad all’Informazione e Damianos Kattar all’Ambiente, consapevoli, forse, che il vaso di Pandora è stato aperto e che la pazienza dei cittadini libanesi ha raggiunto il culmine.

La situazione rimane tanto delicata quanto imprevedibile, con migliaia di sfollati che si uniscono alle folle che non riescono più a riporre fiducia nelle parole dei loro leader politici, i quali hanno approfittato fin troppo di una popolazione stremata da conflitti ancora vivi nelle memorie di tutti. Questa escalation di eventi è giustificabile solo comprendendo appieno la situazione libanese, per cui i cittadini vivono da tempo il malcontento di una classe politica colpevole di aver causato il collasso monetario che ha cancellato ogni possibilità per la classe media libanese, portando il Paese verso il baratro del default economico.

I leader internazionali si sono riuniti in data 9 agosto per organizzare l’invio di aiuti e sostegni economici. La conferenza, organizzata da Francia e Nazioni Unite, si è conclusa con l’impegno collettivo dei partecipanti ad inviare aiuti immediati per 250 milioni di euro, a un’unica condizione. Tali fondi per il risollevamento saranno accordati solo a condizione che le autorità libanesi si impegnino a varare e ratificare le riforme richieste a gran voce dai manifestanti. La tragedia di martedì ha messo davanti agli occhi del mondo intero le difficoltà di un Paese stanco e sofferente a causa di malagestione e giochi di palazzo, che sta riprendendo nelle sue mani le redini del proprio destino, avviando una rivolta che sembra assumere sempre di più i contorni di una rivoluzione.

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Antonio Ruggiero

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