Università e numero chiuso: quando la negazione di un diritto diventa legge

La mole disarmante di un plico di carta, il ticchettio delle penne, le sedie in file lunghe e ordinate. Ogni nuca, profilo, schiena è un ostacolo da debellare. In quel momento tra rivoli di sudore ripensi ai tuoi sogni seminati e coltivati con cura, alle notti insonni ad immaginare quella carriera tanto agognata, alla curiosità avida sui libri di anatomia, disegno…

Tutto si condensa in quei fatidici 100 o 120 minuti, sull’inchiostro a forma di croce nei piccoli riquadri, di una risposta arida di righe.

E i tuoi progetti si schiantano contro una porta sbarrata. Prepari le armi, i tuoi coetanei diventano dei numeri, ma alla fine anche tu non sei altro che una cifra.

Nel 1999 sotto il Ministro Ortensio Zecchino fu promulgata definitivamente la legge 264/1999, che introduceva le facoltà a numero programmato, con il test di ammissione.

Ma perché prendere questa decisione che potrebbe cozzare con la stessa Costituzione italiana?

L’articolo 33, 1° comma decreta:

“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Le disposizioni approvate quasi 20 anni fa invece non hanno fatto altro che rendere elitario un diritto inviolabile del cittadino italiano: lo studio, la possibilità di perseguire i propri obiettivi e rendere migliore la società tramite le conoscenze acquisite, l’esercizio coscienzioso della propria professione dopo anni di preparazione.

Oggi gli studi universitari tarpano le ali ai giovani, sconfitti dalle insulse crocette. È anche la sorte a decretare chi potrà sedere ad ascoltare le lezioni e diventare un medico, architetto, ingegnere etc., non sono più solo l’impegno, le ore trascorse ad assimilare concetti; non bastano più l’ambizione e la perseveranza a districare i nodi dell’esperienza.

Molto forse si condensa in quella parola che ha infettato ormai l’intera popolazione: denaro. I test sono stati inseriti onde evitare sovraffollamenti, per garantire servizi efficienti ai superstiti, quei pochi che forse non erano neanche i più convinti della propria scelta. Le prove di ammissione hanno imbastito un mercato, torri di soldi per quei corsi di preparazione, per “Alphatest” e surrogati. Ore spese cercando di memorizzare risposte a quesiti futili, spesso scollegati dal percorso di studio.

L’articolo 34 della nostra Costituzione dichiara:

“La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”

E saranno i corsi dai prezzi esorbitanti che non tutti posso permettersi (ma d’altronde neanche questi ne garantiscono il superamento) o i quesiti a risposta multipla a decidere chi saranno gli studenti brillanti, capaci e meritevoli?

La parola “studio” deriva dal latino studium (‘applicazione, zelo, amore, passione‘): in origine quindi non significava meritocrazia o selezione a priori anche in base a privilegi economici.

Riflettiamo sul nostro Paese, sulle sue mancanze, sui margini di miglioramento, ma soprattutto sulle sue fondamenta.

Pensiamo a quanto stiamo continuando inesorabilmente ad allontanarci dalla definizione di “Repubblica democratica”.

Arianna Guidotto

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