La controversa circolare piemontese sull’aborto farmacologico

Ricordate il caso dell’Umbria di questa estate, quando la Giunta aveva previsto l’obbligo di ricovero ospedaliero di tre giorni per l’assunzione della pillola abortiva, la RU 486? Le proteste erano state molte e il Ministro della Salute Roberto Speranza aveva risposto dichiarando l’aggiornamento delle linee guida, avvenuto il 13 agosto 2020: ora le Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine prevedono l’utilizzo del metodo farmacologico fino alla nona settimana di età gestazionale e l’annullamento del vincolo dell’assunzione in regime di ricovero, avendo il Consiglio Superiore di Sanità dato parere favorevole non solo al ricorso all’ivg in day hospital, ma anche in strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate e consultori. Ebbene, la Regione Piemonte ha subito manifestato il proprio dissenso, con la proposta dell’assessore di Fratelli d’Italia, Maurizio Marrone, di introdurre contro linee-guida, concretizzatesi pochi giorni fa in una circolare indirizzata ad Asl e Aso.

La circolare prevede il divieto di aborto farmacologico direttamente nei consultori, riservandolo all’ambito ospedaliero, con la valutazione delle modalità del ricovero affidata al medico e alla direzione sanitaria. Nonostante l’iniziale differente intenzione dell’assessore Marrone, il ricovero in regime di day hospital è quindi ancora possibile, qualora nel caso concreto venga ritenuto opportuno. Il documento, inoltre, prevede l’apertura di sportelli informativi all’interno degli ospedali piemontesi per l’aiuto alla maternità difficile, gestiti da associazioni di volontariato e idonee formazioni sociali di base (ad esempio, la circolare cita il Progetto Gemma avviato da Movimento per la Vita Italiano).

La circolare in questione ha suscitato indignazione in diverse realtà ed è stata criticata sotto vari aspetti:

  • come evidenziato in un post di Non una di meno – Torino, è stata approvata «senza alcun dibattito in Consiglio, senza alcuna delibera, trattando una questione importante come l’accesso all’aborto come se fosse pura “tecnica” e non una scelta politica.»
  •  «In un momento di grave sofferenza della sanità italiana e piemontese, in cui l’intero settore si prepara a fronteggiare la seconda ondata pandemica, è grave che la Giunta piemontese pensi a come limitare i diritti delle donne…» scrive in un post la consigliera regionale Francesca Frediani (M5S), ipotizzando anche ricorso al TAR. Infatti, una conseguenza indiretta dell’emergenza Covid, è stata (e purtroppo è probabile che sarà ancora) una minore facilità di accesso ai servizi e alle prestazioni sanitarie, compreso il ricorso all’ivg.
  • Lo spazio riservato a sportelli di associazioni pro-vita all’interno degli ospedali desta perplessità e sembra derivare da logiche di mera simpatia politica. Il pericolo è quello di propaganda anti-abortista in un contesto assolutamente inappropriato.
  • La disparità di trattamento che viene a crearsi rispetto alle altre regioni.

I diritti non vivono sulla carta: i diritti prendono forma lì ma necessitano poi di esistere in concreto nelle politiche e nelle pratiche. Finché l’interruzione volontaria di gravidanza sarà sottoposta a lungaggini burocratiche, a sottili meccanismi di colpevolizzazione della donna, a discorsi di convincimento che possono sortire il mero effetto di ingigantire il suo trauma, a difficoltà di funzionamento legate all’altissimo numero di obiettori di coscienza, il diritto di autodeterminazione della donna non può dirsi garantito, così come il più tradizionale diritto alla salute, definita come completo stato di benessere fisico, psichico e sociale.

Silvia Gemme

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