La linea sottile fra muscoli e vigoressia

Di sicuro le avrete già notate in giro: sono quelle persone che postano ogni giorno un aggiornamento delle proprie forme dalla sala pesi della palestra, quelle per cui colazione, pranzo, cena e spuntini sono tutti una perfetta combinazione di macros, quelle che prima di partire per le vacanze – anziché informarsi sulle attrattività turistiche o le spiagge del posto – ricercano gli indirizzi dei box o delle palestre.

Sforzarsi per ottenere un fisico più muscoloso, di per sé, non è sbagliato, né malato. Così come non lo è il mettersi a dieta per cercare di perdere qualche chilo – che però può degenerare nell’anoressia – così come non lo è avere gusti particolari – che però può celare un’ortoressia – e idem si potrebbe dire del cercare qualche volta rifugio nel proprio comfort food, che tuttavia potrebbe sfociare in bulimia.

La vigoressia è infatti anch’essa una forma di dispercezione del corpo: mi vedo troppo esile, troppo sottile, troppo poco muscolos*. Perciò incremento le sessioni in palestra, misuro la circonferenza dei bicipiti, tamburello nervosamente con le dita sui miei addominali, per ascoltarne il suono mentre ossessivamente calcolo i macronutrienti (macros) di tutta la settimana. I miei amici sono tendenzialmente i miei compagni di allenamento in palestra, e il mio coach è il mio mentore nonché istruttore di vita. Eppure, dopo infinite ed estenuanti ripetizioni di burpees, stacchi, pullover, stripping, plank, squat e trazioni, la mia immagine riflessa non è ancora abbastanza grossa, non c’è ancora abbastanza massa.
Quindi, oltre alle ore trascorse in palestra, all’alimentazione iper-controllata e iper-proteica, potrei scegliere di integrare qualche anabolizzante, oppure addirittura qualche antidolorifico, per poter continuare ad allenarmi senza avvertire né la fatica né il dolore dei muscoli stressati.

Dicono che la vigoressia sia una forma di “anoressia inversa“: mentre in un caso ci si vede sempre troppo grossi nonostante ci si stia consumando alle ossa, nell’altro ci si vedrà sempre troppo magri, nonostante ci si stia pompando al di là dei limiti del corpo. E come dell’anoressia spesso si pensa che sia un disturbo riservato al genere femminile, della vigoressia si potrebbe credere che riguardi solo il genere maschile. Ma non è così, e per accorgersene, basterebbe dare un’occhiata ai risultati di Instagram sotto l’hashtag #bikinifitness.

La linea sottile che distingue la semplice passione per l’allenamento dalla vigoressia, consiste probabilmente nella frequenza e nella priorità che si dà alla palestra, nella rigidità con cui si presta attenzione all’alimentazione, e di conseguenza nel modo in cui tutto ciò si ripercuote sulle relazioni sociali della persona. A completare il quadro c’è una tendenza ossessiva al confronto con altr* atlet*, spesso considerati ” fitspo ” (modelli d’ispirazione).

Pullulano di influenze vigoressiche ambienti come il bodybuilding, il crossfit, il wrestling, il football americano e il rugby, ma in realtà il problema potrebbe presentarsi in qualsiasi contesto in cui la performance fisica e sportiva è fondamentale, e determina la stima che si ha di sé. In Italia, ricerche recenti affermano che i casi di vigoressia sono circa 60 mila (Pierluigi de Pascalis, “Vigoressia – Quando il fitness diventa ossessione”, 2013), ma pare che le stime siano al ribasso. Inoltre, nonostante sia più frequente fra gli adolescenti e in generale fino ai 35 anni, non mancano episodi vigoressici anche fra persone più adulte, desiderose di rivedersi con un fisico scultoreo, come alla ricerca di un’ “eterna giovinezza”.

Alice Tarditi

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