La teoria del valore

L’economia studia gli scambi tra individui, non è quindi un caso che uno dei temi più trattato dai primi studiosi di scienze economiche fosse proprio quello del valore: “sulla base di cosa avviene lo scambio?”, “Che cos’è che determina il valore di un bene?” sono domande che tutti ci siamo posti almeno una volta nella vita. 

Il primo a dare una risposta a queste domande fu Adam Smith, padrino del paradigma classico, che distinse valore d’uso e valore di scambio: il primo era una valutazione personale del valore di un bene (celebre l’esempio del valore d’uso dell’acqua e di un diamante, alta per la prima e bassa per il secondo), mentre il secondo il solo che effettivamente concorreva alla determinazione del prezzo. Il valore di scambio era calcolato semplicemente in base al lavoro intrinsecamente contenuto nell’oggetto.  Possiamo dunque dire che per Smith, così come per i classici, il prezzo è, sotto particolari ipotesi, unicamente stabilito dal valore contenuto nel bene o nel servizio, quindi, per certi versi, prevale il “lato dell’offerta”. Questa visione, che può parere forse un po’ “demodé”, fu ripresa da Karl Marx e portata avanti ancora al giorno d’oggi dai sostenitori delle teorie Marxiste.

Un centinaio di anni dopo, il paradigma classico viene spiazzato dal paradigma marginalista, così chiamato per via della determinazione del valore in base all’utilità marginale. Padrini di questo pensiero sono Menger, Jevons e Walras. L’utilità marginale sottende il concetto di incremento e rappresenta quindi la soddisfazione (utilità) aggiuntiva che si ricava da una unità in più di un determinato bene o servizio. In sostanza, secondo i marginalisti, il prezzo di un bene o di un servizio, è dato dalla valutazione soggettiva degli acquirenti, quindi, per certi versi, prevale quello che al giorno d’oggi chiameremmo “lato della domanda”. I produttori potevano quindi solamente adattare la quantità prodotta al costo della produzione, a sua volta in parte dipendente dalla domanda (salario).

Fu Alfred Marshall, matematico fondatore della cosiddetta scuola di Cambridge, a unire i due concetti, definendo il mercato come una forbice a doppia lama, che avrebbe potuto tagliare solo grazie alla cooperazione e all’incontro delle due lame: domanda e offerta, la prima determinata dal maggior prezzo al quale gli individui sono disposti a pagare il bene o servizio, la seconda determinata dai costi di produzione, ossia dal minor prezzo che il venditore può pretendere. Il punto di unione è l’equilibrio, ossia il punto in cui la valutazione del venditore (costo di produzione) coincide con quella dell’acquirente (utilità marginale). Esistono quindi due prezzi, quello di domanda, prezzo massimo in cui la domanda aggregata raggiunge una determinata quantità e il prezzo di offerta, ossia il prezzo minimo in cui l’offerta raggiunge una determinata quantità, da cui uno squilibrio si traduce in un aggiustamento delle quantità e solo successivamente dei prezzi (quantità come funzione del prezzo).

Secondo lo studioso inglese tuttavia, questo equilibrio non era stabile nel tempo, ma cambiava in base all’orizzonte temporale, si distingue infatti: periodo di mercato con offerta fissa, breve periodo con offerta inclinata positivamente e domanda prevalente, lungo periodo in cui inizia a prevalere l’offerta e periodo secolare con domanda a elasticità infinita. Questa teoria prende il nome di “equilibrio economico parziale” poiché non riguarda l’economia intera, ma un singolo mercato, in pratica, quello che accade su un mercato non influenza il funzionamento degli altri.

Marshall, per la sua rappresentazione nel piano cartesiano di domanda e offerta e per altri concetti innovativi (elasticità, surplus, free competition, distretto industriale…) può essere considerato il padre fondatore della microeconomia.

Ad opporsi a questa visione parziale fu Léon Walras, secondo cui l’equilibrio era invece totale, o meglio, se anche avesse riguardato tutti i mercati meno uno, allora anche l’ultimo sarebbe stato necessariamente in equilibrio. Nel modello dell’economista francese, inoltre, il prezzo non era influenzabile né dagli acquirenti né dai venditori in un regime di concorrenza perfetta (agenti price taker).

Era inoltre possibile, secondo Walras, trovare matematicamente il punto di equilibrio attraverso un complesso sistema di equazioni simultanee, tesi che i sostenitori della programmazione economica portarono a loro sostegno nel dibattito “economia pianificata” vs “economia di mercato”. Tuttavia, equilibrio Walrasiano, chiamato equilibrio economico generale è considerato un ottimo modello teorico, ma un pessimo strumento pratico in quanto non è possibile e, se anche lo fosse sarebbe troppo costoso e poco efficiente, avere tutti gli elementi necessari per risolvere il complesso sistema di equazioni. Noto in questo ambito il dibattito tra Friedrich Hayek, pietra miliare della scuola austriaca derivata dal contributo di Carl Menger, secondo cui solo il mercato può essere veicolo di alcune fondamentali informazioni, e Orskar Lange, economista neo marxista polacco che sosteneva la programmazione economica.

Simona Ferrero

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