La sindrome del “Mai Abbastanza”

Se tutte le donne del mondo domani si guardassero allo specchio soddisfatte della loro immagine, tante industrie andrebbero in bancarotta, perché donne felici sono pessime consumatrici…

Con voce graffiante e concitata Sara Melotti squarcia il velo di Maya che ammanta i meccanismi sociali. È con uno sguardo lucido, commosso che si rivolge a tutte le donne nel suo reportage “Mai abbastanza – perché non riusciamo a piacerci così come siamo”.

È una corsa alla verità, intensa e articolata in quattro parti che toccano tematiche difficili, pericolose. Una realtà che non solo è qui sotto i nostri occhi, ma che acceca e disintegra.

Lavoravo come fotografa nel campo della moda a New York. A poco a poco lo specchio è diventato la superficie di rimando di tutte le mie insicurezze. Pensavo addirittura di volermi rifare il viso, non mi piacevo. Poi un giorno, fotografando una modella di 14 anni, la ragazzina ha iniziato ad assumere pose provocanti, sguardi ammiccanti che non avevo richiesto. Qualcosa si è rotto dentro di me. Ho lasciato il mio lavoro, non volevo più nutrire quella macchina infernale.”

THE BEAUTY MYTH – COME NASCONO GLI STANDARD KILLER DI AUTOSTIMA

Il mondo della moda come sappiamo propugna ideali di bellezza irreali che scatenano dei meccanismi psicologici che smuovono le insicurezze, fomentano un’attenzione esclusiva rivolta all’aspetto esteriore. La bellezza, il corpo diventano tutto cancellando l’interiorità, le proprie emozioni, i sogni, le aspirazioni. Non conta più nient’altro.

Questo standard di “perfezione” nasce durante la prima guerra mondiale. Le donne in quel periodo iniziavano a ricoprire dei ruoli lavorativi riservati agli uomini, impegnati al fronte, sviluppando un’indipendenza economica e mentale che spaventava la società del patriarcato.

Così dalla seconda guerra mondiale in poi la pubblicità cambia modulo, comincia a tessere lacci che irretiscono il subconscio puntando sui tasti deboli della donna: il tuo corpo è pieno di inestetismi, devi migliorarlo. Il consumo verso beni superflui e prodotti di bellezza dilaga. Soldi dilapidati, tempo speso su imperfezioni fantasma.

La cellulite, per esempio, è un termine inventato da Vogue e affiora per la prima volta nel 1968 su una sua rivista. È solo un’invenzione: il 90% delle donne ne “soffre”, ma non è altro che una condizione naturale del corpo resa poi una patologia.

L’INDUSTRIA DELL’INSICUREZZA E LA POTENZA DELLE IMMAGINI

Viviamo in un mondo saturo di immagini, ideali estetici irraggiungibili che appartengono soltanto al 2% della popolazione. Le modelle hanno vinto una lotteria genetica, possiedono la combinazione giusta di tratti, ma sono un’eccezione, non la normalità. D’altronde anche loro vengono photoshoppate e modificate tanto da assumere sembianze fittizie.

“Tutti sappiamo di questi ritocchi”- ci dice Sara-” Ma non siamo consapevoli di quanto queste ragazze vengano trasformate attraverso il digitale. Lavoravo anche quattro ore sulle “imperfezioni” di un volto annullando i pori della pelle, rughe, occhiaie ecc. La differenza con l’originale era sconvolgente. Spesso hanno dei corpi magrissimi, lisci anche perché si tratta di ragazzine dai 14 ai 20 anni truccate e modificate in modo da sembrare delle trentenni.”

I media hanno denormalizzato la normalità, manipolato la verità creando un habitat sociale ossessionato dall’immagine.

L’inadeguatezza diventa la quotidianità. Ma non bastano immagini di donne eteree e filiformi, le pubblicità sono intrise da messaggi subliminali che associano la perfezione al denaro, al successo, all’amore, all’ammirazione. L’equazione bellezza= magrezza=felicità diventa un mantra.

Scandagliando e dissezionando questi ideali emerge un dato ancora più asfissiante, da pelle d’oca. È il modello di donna occidentale a far da padrone rimarcando così il white privilege: magre, giovani e bianche.

Nel documentario di Elena Rossini “The illusionist” emerge che il prodotto di bellezza più venduto in India, sud-Africa e sud-est asiatico è lo sbiancante per la pelle.

In Brasile dilaga la liposuzione, nel Medio Oriente la rinoplastica è il regalo di compleanno più gettonato per una sedicenne, mentre in Korea, Giappone e altri paesi asiatici è molto diffusa la blefaroplastica, una pratica che permette di ottenere la doppia palpebra occidentale di cui le ragazze orientali sono sprovviste geneticamente.

Nello studio di Anne Becker, antropologa della Harvard Medical School sulle donne delle Fiji, emerge quanto l’avvento della televisione abbia intaccato il loro ideale di bellezza femminile, rotondo e morbido. Dopo tre anni di esposizione mediatica il 74% delle ragazze intervistate dichiarava di sentirsi grassa, mentre l’11% soffriva di bulimia.

Purtroppo questi dati non sono altro che una sfaccettatura di una problematica complessa che diventa sempre più inquietante se analizzata strato dopo strato.

Il tema più spinoso trattato dalla Melotti è il meccanismo diabolico dell’oggettificazione della donna che diventa vittima e al contempo carnefice di sé stessa. L’oggettificazione è quel processo che porta a rappresentare e trattare una persona come un oggetto, reificandola, spogliandola della propria umanità, rendendola semplice fulcro di piacere. È consueta la rappresentazione femminile all’interno di film, spot, video game ecc. come corpo nudo in atteggiamenti provocanti.

E allora verrebbe da chiedersi: perché questo tipo di immagini si trovano anche in pubblicità di prodotti per le donne?

Il messaggio implicito è che tu donna devi misurare il tuo valore attraverso la prospettiva maschile, che il corpo è più importante di tutto il resto.

Il tutto è velato da sottili incitazioni alla violenza, perché una volta oggettificata, svuotata di un’anima, non si è altro che una “cosa” di cui disporre a piacimento.

È una spirale claustrofobica, un circolo che incatena innescando l’auto-oggettificazione. Non ci si accorge di focalizzarsi principalmente sulla propria esteriorità, è una misoginia che si cementa giorno dopo giorno, riflessa e amplificata dai social che simulano la vita reale e complicano ancor di più le regole del gioco.

BEAUTY OBSESSION: ESSERE O ESSERE GUARDATE?

Gli specchi diventano un labirinto di distorsioni, riportano un’immagine deturpata dagli input esterni. E quando si disprezza il proprio corpo è difficile prendersene cura.

Non si possono negare quei movimenti nati per smantellare questa tortura distruttiva come il body positive che professa l’accettazione di sé, l’essere belle qualunque sia il tuo aspetto. Ma non è che l’ennesima sbarra della prigione. Se sentirsi in difetto, fuori posto, è sbagliato, allora l’unico risultato è un senso di colpa lacerante: ci si sente sbagliate non riuscendo nonostante il messaggio positivo ad accettarsi per così come si è.

L’errore sta nel fondare una contro-corrente alle dinamiche sociali basandosi sempre e solo sull’aspetto fisico.

Il risultato di tutto ciò è uno sfaldamento costante della salute mentale e l’aumento di patologie psichiche come disturbi alimentari, ansia e depressione

NARRAZIONI DIFFERENTI: ROMPERE LO SPECCHIO

Per distruggere questa gabbia bisogna smontare i valori che la società ritiene importanti. Guardarsi meno allo specchio, puntare sulle proprie emozioni, sogni, capacità. Essere resilienti perché si tratta di un processo lungo e tortuoso. Guarire dalla sindrome del “mai abbastanza” è una sfida quotidiana fatta di piccoli tasselli. Sara ci parla a cuore aperto del suo percorso dispensando consigli, ma ricordando che non esiste la formula perfetta per una guarigione perfetta, ogni cammino è personale.

  • Censura i tuoi pensieri quando si rivolgono in maniera negativa al corpo;
  • non parlare del tuo peso né di quello degli altri;
  • non dire ad una bambina quanto è bella ma piuttosto quanto sia brava, intelligente…
  • cambia la narrazione: le tue gambe non sono grasse e tozze, ringraziale per quello che ti permettono di fare ogni giorno;
  • fingere che il mondo digitale non esista è impossibile oggigiorno, ma si può scegliere di seguire canali che nutrano la mente e l’autostima, non le proprie insicurezze;
  • la psicoterapia è fondamentale.

Sara Melotti dice scherzosamente di essere passata dalle stelle alle stalle: da fotografa di moda a New York ben retribuita, oggi lavora per le ONG per progetti contro la violenza sulle donne. Oggi la sua macchina fotografica non è più un’arma letale ma fonte di una corrente benefica che accarezza le sue compagne di viaggio: le donne di tutto il mondo.

La sorellanza è importante, siamo tutte sulla stessa barca. La competizione tra le donne non è la nostra condizione naturale ma l’ennesima fandonia che ci è stata inculcata fin da bambine. Solo noi donne, con le donne possiamo cambiare le cose”.

Il suo ultimo progetto “Quest for a Beauty” è un viaggio luminoso alla riscoperta e ridefinizione del concetto di bellezza. Viaggiando in tutto il mondo per cinque anni, Sara ha intervistato donne e ragazze di tutte l’età proponendo loro cinque domande. Ecco alcune delle risposte:

Che cos’è la bellezza?

È qualcosa che ti fa dire wow, muove qualcosa dentro di te, potrebbe essere qualsiasi cosa o chiunque.

Silvia- Merida, Messico

Qual è la cosa più bella del mondo per te?

Le mie sorelle.

Nishan – Etiopia

Cosa rende bella una donna?

Una donna è bella quando mostra compassione, empatia e gentilezza.

Beth – Ney York

Cosa rende una donna non bella?

Quando non ha fede e motivazione. A volte essere persa è una buona cosa perché ci fa riorganizzare noi stesse e trovare un’uscita per continuare ad andare avanti, ma se ti abbandoni all’essere persa, allora lì non sei più bella.

Unique – Honk Kong

– Dare importanza a cose senza valore e sentirsi superiore agli altri.

Elen – Parigi

Ti senti bella?

La bellezza è per la gioventù, io sono vecchia per queste cose.

Savitri – India

Consiglio caldamente di guardare il suo reportage e condividerlo il più possibile. Vi farà aprire gli occhi, indignare, tremare, commuovere. Cambiamo le narrazioni e rompiamo lo specchio, siamo molto più che un corpo.

Questo è il link al video del reportage di Sara che potete trovare sul suo profilo Instagram @saramelotti_https://www.instagram.com/tv/CDJgx85pd3e/?utm_source=ig_web_button_share_sheet

Arianna Guidotto

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