La leggerezza dello slut shaming

Questa volta ci riferiamo principalmente alle ragazze: vi è mai capitato di ricevere commenti poco carini perché vi siete vestite in modo troppo provocante? Perché il top è molto scollato o l’abito non lascia nulla all’immaginazione?
Oppure vi siete mai sentite giudicate per la vostra vita sessuale attiva e disinibita o non avete paura di parlare liberamente di masturbazione?
Magari quell’abito vi faceva sentire sexy e bene con voi stesse, ma il commento “che troia!” vi ha fatto perdere tutta la fiducia in voi stesse.
Se vi è mai capitata una situazione del genere oppure siete state proprio voi ad additare un’altra donna criticandola per le sue scelte siete incappati nello slut shaming.

Neologismo coniato dal movimento femminista, lo slut shaming è l’atto di mortificare una donna in merito alla sue scelte in ambito sessuale, atteggiamenti considerati sconvenienti o per l’abbigliamento. Si tratta di insulti a sfondo sessuale, più o meno volgari, che spaziano del giudizio bisbigliato alla vera e propria offesa.
Puttana, sgualdrina, troia, vacca sono solo alcuni della vasta gamma di appellativi utilizzati a sproposito.

È curioso osservare come nel 2021 ancora si debba combattere contro questo tipo di pregiudizio. La minigonna è stata inventata negli anni ’60, nello stesso periodo si è compiuta una rivoluzione sessuale, sono anni che ci si batte contro lo stereotipo della “puttana” e ancora siamo qui a dibattere per come una donna viva la propria vita sessuale e per ciò che decide di mettersi.

Uno degli aspetti più sconcertanti è che siano le donne stesse quelle più abbiette a criticare l’atteggiamento di altre. Un esempio lampante è il recente caso di cronaca che ha scosso Torino che vede per protagonista una maestra vittima di revenge porn la quale non solo ha subito una violenza da parte dell’ex compagno che l’ha pubblicamente umiliata, ma ha perso il lavoro perché la direttrice della scuola ha ritenuto sconveniente che una maestra facesse “certe cose” – apostrofandola inoltre con “frasi irripetibili” – e sono state anche le madri degli scolari ad aver reso virale il video inviandoselo l’un l’altra accompagnandolo da commenti decisamente inappropriati.

Ma non basta. La più sordida espressione di slut shaming è quella rivolta verso donne vittime di violenza sessuale additate di essere state loro stesse a incitare l’aggressore con abiti o atteggiamenti provocanti.
In questo modo non si fa che infliggere il colpo di grazia alla psiche della vittima.

Viviamo un periodo in cui si cerca incessantemente di abbattere gli stereotipi e si parla costantemente di accettare ciò che per noi è diverso affinché diventi normale: si fa la guerra a ogni forma di body shaming, si parla di mascolinità tossica e si adotta l’* per evitare la discriminazione di genere, eppure, considerando quanto ancora siano frequenti i fenomeni di slut shaming, non si può fare a meno considerare, nel concreto, quanti pochi passi in avanti siano stati fatti.

Ilaria Cavallo

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