IVG: l’obiezione di coscienza e il corpo della donna come scenario dei conflitti

Con il termine “coscienza” s’intende un complesso dei precetti e delle convinzioni che vengono ad assumere un ruolo determinante nella costruzione della personalità di ogni soggetto e nella salvaguardia della sua dignità solo se questi ha liberamente scelto di accettarli e di farli propri.

R. Mazzola, Coscienza come soggetto di diritto. L’uso del “foro interno” nei rapporti fra Stato e confessioni religiose in Notizie di Politeia, 2011

È il 5 febbraio 1975 quando in Italia viene presentata alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli del Codice Penale riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento e pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide e blenorragia.
Dopo varie traversie burocratiche, il giro di boa: nel 1978 viene approvata la legge 194 che consente alla donna di ricorrere all’IVG (interruzione volontaria di gravidanza) in una struttura pubblica. La suddetta legge viene temperata dall’istituto dell’obiezione di coscienza.
Quest’ultima nasce in ambito militare al fine di proteggere l’universo morale, religioso, culturale dell’individuo al servizio per leva obbligatoria; in seguito la questione è proliferata in altri scenari in cui le ragioni di coscienza sono chiamate in causa.

Un fenomeno complesso: i soggetti in conflitto

L’interruzione volontaria di gravidanza è una faticosa conquista per la donna, è un diritto che la tutela e supporta in un percorso tortuoso e complesso.
Ma si può davvero parlare di protezione, vittoria da parte di una categoria schiacciata per secoli da stigma e marginalità? Quali sono le forze, le azioni, i diritti che entrano in gioco?
Sono labili i confini tra le componenti di un fenomeno che non è solo medico, ma anche sociale, politico, economico e culturale. I campi che confliggono e si mescolano in una “grey area” in cui il corpo femminile diventa un palinsesto, una pelle che mostra e dissimula le sue cicatrici.
L’aborto è un diritto che può trasformarsi in atto entro i 90 giorni dall’inizio della gravidanza. L’iter prevede l’appoggio preventivo del consultorio e di un’equipe psicologica e medica che accompagna la paziente nella sua scelta.
La figura dell’obiezione di coscienza è stabilita dall’art. 9 della legge 194 per stemperare la polarizzazione tra i bisogni e i diritti della donna e quelli della vita in potenza nel suo grembo.

Un’analisi dell’articolo 9

Nei commi 1° e 3° del citato articolo si determina in positivo la legittimità dell’obiettore a non prestare servizio in azioni e procedure specificatamente e necessariamente dirette all’IVG.
Nei commi 3° e 5° si specifica in negativo che l’obiettore non è esonerato dagli interventi precedenti e successivi all’aborto.
Il problema sorge nella contraddizione tra la specificazione “finalistica” che definisce tutto ciò che è direttamente finalizzato alla pratica abortiva e tra specificazione “cronologica” che coinvolge l’obiettore nelle fasi che precedono e seguono l’intervento.
Questa ambiguità germina in numerosi contrasti amministrativi e penali.

L’aborto farmacologico.

Il farmaco abortivo RU-486 è l’occhio del ciclone di correnti divergenti. La sua somministrazione può avvenire entro la settima settimana (49 giorni) anziché entro la nona (69 giorni) come nel resto d’Europa.
Una tappa molto importante, tutta italiana che non ha mancato di sollevare polemiche e interventi giudiziari, come nel caso del rifiuto di un operatore sanitario nell’intervenire “pro morte” dopo l’assunzione della pillola, mettendo tuttavia in serio pericolo la vita della donna, caso che richiedeva invece il suo intervento in quanto non coperto dalla clausola di coscienza per la sua collocazione temporale posteriore. In ogni caso quando subentra l’emergenza per lo stato già delicato della paziente il medico non può negare il suo intervento.

Un po’ di dati alla mano.

L’ultimo rapporto sulla legge 194 del Ministero della Salute evidenzia un calo graduale della pratica di IVG con valori addirittura dimezzati rispetto ai 234.801 casi del 1983.
Il numero degli obiettori è invece in aumento: il 69% dei ginecologi, il 46,33% di anestetisti e il 42,2 % del personale sanitario, con un incremento del 5,5 % rispetto ai dati del 2017. Significative sono le variazioni regionali: in Molise la percentuale di ginecologi obiettori è del 96,4%, in Basilicata l’86%, la Sicilia si colloca al terzo posto con l’83,2% e infine Bolzano con l’85,2%.
Inoltre 1/3 delle IVG totali in Italia è a carico delle donne straniere.

Un fenomeno da scomporre.

Analizziamone la complessità che dalla prospettiva medica si espande in ottiche eterogenee. Facendo una distinzione di comodo lo scindiamo in più assi che sono nella realtà intrecciati e inscindibili.

Asse religioso. L’influenza della religione cristiana e cattolica, predominante in Italia, l’istituto ecclesiastico costituiscono una presenza non indifferente. Le associazioni “pro life” rappresentano la Chiesa e i suoi valori radicati nelle Sacre Scritture con ramificazioni che attraversano epoche e luoghi lontani in cui la donna e il suo corpo erano meri strumenti riproduttivi senza alcuna visibilità o diritto;

Asse economico. La proliferazione dell’esercizio di obiezione rallenta o addirittura ostacola questo diritto costituzionalmente tutelato, costringendo l’interessata a rivolgersi ad un ente privato e ad affrontare spese cospicue. L’aborto rischia di trasformarsi in un privilegio non accessibile alla fascia più povera della popolazione. Si delinea così un quadro contraddittorio, anti-democratico;

Asse politico. L’IVG è una pratica che sì concerne l’ambito della cura, ma è un fenomeno politico con uno scontro di poteri che pervadono e inglobano l’individualità. Un riflettore puntato su una sfaccettatura controversa della società, che tuttavia esiste, limitando così i rischi degli aborti illegali che provocano un’implosione di morti, colpe e reati.
S’ispessisce parallelamente l’opposizione, che in quanto maggioritaria e forte dei suoi principi manipola i confini della legge già sottili e duttili ab origine.

Asse etico. Cosa è giusto? Da che parte stanno la ragione e il torto? Diritti e doveri si sovrappongono facilmente, si violano a vicenda. Le controparti sanciscono e gridano ognuna le proprie convinzioni senza riuscire a trovare modalità più accorte e delicate nell’addentrarsi in questa “selva oscura”.

Conclusioni.

Non è facile dare un giudizio netto.

L’aborto è una pratica che riguarda il corpo femminile, una scelta garantita da uno Stato dove l’autodeterminazione e i diritti del singolo devono essere tutelati.

I principi morali della persona sono anch’essi un diritto, una voce che deve essere ascoltata. Ma come demarcare i confini, i limiti in cui i propri precetti, la propria libertà intaccano e limitano quella altrui?
Un ulteriore dato da considerare è l’aumento degli obiettori in Italia che comporta la concentrazione della pratica nelle mani dei rimanenti non obiettori. L’IVG rischia di diventare un “fardello per pochi”.
Ma la moralità non può basarsi su un contenuto empirico, ma sulla legge morale universale:

“Se tutti facessero contemporaneamente l’azione A, la società ne avrebbe giovamento o diverrebbe irrazionale cadendo a pezzi?”

Arianna Guidotto

Fonti: https://books.openedition.org/mimesis/1723
https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2020/06/19/-diminuiscono-aborti-in-italia-aumento-obiettori-_88b88a8c-52ba-4118-9378-c07f2b41820c.html#:~:text=Rapporto%20ministro%20della%20Salute%20in%20Parlamento%20conferma%20andamento&text=Continuano%20a%20diminuire%20gli%20aborti,2017)%20a%20partire%20dal%201983.

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