Carta d’identità del Ministero della transizione ecologica

A seguito della delineazione del nuovo governo a guida di Mario Draghi, in molti hanno apprezzato l’istituzione del nuovo Ministero della transizione ecologica. Su questo nuovo dicastero si sa ancora ben poco, compresa la sua effettiva conferma, ma per arrivare a parlarne così tanto vuol dire che non è rimasto molto da decidere. L’ipotesi più fondata vedrebbe il Ministero della transizione ecologica tra gli attori più importanti nella gestione dei fondi del Recovery Fund, quando quest’ultimi arriveranno.

Competenze e obiettivi del ministero della transizione ecologica

Il fatto che il movimento di Grillo sia stato il primo a spingere per l’approvazione del nuovo palazzo fa riflettere su come questa proposta sia forse frutto di una strategia per rendere il Movimento 5 Stelle indispensabile per la formazione del nuovo governo Draghi agli occhi delle altre coalizioni.

Giochi politici a parte, a capo del (probabile) neoministero ci sarà Roberto Cingolani, un volto assolutamente nuovo per la politica italiana, ma con un notevole passato accademico nel campo della fisica. Già nominato “uomo del momento”, è a lui che toccherà guidare un’istituzione di cui, come già detto, è difficile inquadrare le competenze e responsabilità. Ancora non si può stabilire se la sua capacità di azione riprenderà quella del Dipartimento per la transizione ecologica e gli investimenti verdi, già esistente come branca del Ministero dell’ambiente, o  se avrà un’agenda totalmente diversa. Fatto sta che siamo di fronte al dover creare un Ministero da zero, con tutti i provvedimenti e la burocrazia che ne consegue, per dar vita ad un palazzo istituzionale che costituisce un insieme di competenze così vario da creare possibili conflitti d’interesse. Cingolani implementerà, accanto alle competenze tipiche del Ministero dell’ambiente, alcune appartenenti ai dicasteri di Infrastrutture e Trasporti (riguardo la mobilità), Sviluppo economico (questione energia) e Agricoltura (sui biocombustibili).

Alcune stime giornalistiche prevedono una settimana di tempo per dar vita al nuovo ministero, nella quale istituire un importante potere di veto per Cingolani, con cui può confermare le misure da attuare senza che prevalga la volontà degli altri ministeri con i quali condivide le aree di competenza.

Un cambio di mentalità?

La creazione di questo nuovo dicastero sarebbe inoltre frutto di un probabile cambio di mentalità, con il quale la questione ecologica viene vista finalmente con occhi diversi. Il nuovo Ministero permetterebbe quindi di allontanarsi dalla vecchia concezione secondo cui il raggiungere una situazione ecologicamente favorevole non dipenda anche dalla corretta gestione di tutto il resto (industria ed infrastrutture, ad esempio, influenzano drasticamente gli equilibri naturali e territoriali).

Dare capacità gestionale ad un palazzo con un effettivo potere legislativo, permetterebbe di perseguire finalmente un modello di sviluppo sostenibile, perché questa volta è un’istituzione apposita a gestirlo, finalmente a tutto tondo. La speranza però si può tramutare in realtà solo se i vari interessi economici, fino ad adesso avvantaggiati dalla grande distribuzione delle competenze in palazzi diversi, non avranno di nuovo la meglio sull’interesse ambientale.

Antonio Ruggiero

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