La lotta contro il golpe in Myanmar

La situazione in Birmania, che ha conosciuto di recente un’escalation a dir poco drammatica, sembra ben lontana da una qualsivoglia risoluzione. La via della repressione violenta intrapresa dal governo militare che si è appena instaurato sembra ancora lunga e continua a mietere vittime. 

Yangon, Myanmar, 21 febbraio 2021 (AP Photos)

Tutto ha avuto inizio il 1 febbraio, giorno in cui l’esercito ha preso il potere con la forza attraverso un colpo di Stato. I militari hanno così arrestato i leader della maggioranza parlamentare, compresa l’attuale capo del Governo Aung San Suu Kyi, per poi interrompere i collegamenti telefonici della capitale Naypyidaw e dichiarare un anno di effettivo stato di emergenza. Il golpe si è svolto sotto la guida del capo dell’esercito Min Aung Hlaing, il quale ha preso poi il posto di capo del Governo. Il 1 febbraio si sarebbe dovuto riunire per la prima volta il nuovo Parlamento risultato dalle elezioni tenutesi lo scorso novembre. La vittoria elettorale è stata ottenuta dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), a cui appartiene la già citata Aung San Suu Kyi, mentre il Partito per la Solidarietà e lo Sviluppo dell’Unione (USDP), la lista appoggiata dai militari, ha subito una sconfitta. Per questo motivo alcuni membri dell’esercito hanno protestato contro l’esito, accusando il partito sfidante di brogli elettorali.

Yangon, Myanmar, 21 febbraio 2021 (AP Photos)

La tensione politica era intensa e palpabile e ha raggiunto il culmine, per l’appunto, all’inizio di febbraio. Dopo aver strappato con la forza il potere, il generale Min Aung Hlaing ha asserito che l’esercito è intenzionato a creare un “autentico sistema democratico multipartitico, basato sulla disciplina” e a indire nuove elezioni, la cui data è ancora ignota. Inoltre, i 24 ministeri fino ad allora esistenti sono stati eliminati e sono stati sostituiti da 11 ministri del governo golpista.

Un ritratto di Aung San Suu Kyi a Yangon, Myanmar, 21 febbraio 2021 (AP Photo)

Le proteste popolari, cominciate subito dopo l’autoproclamazione del nuovo esecutivo militare, sono alimentate anche e soprattutto a causa dell’arresto della leader Aung San Suu Kyi. La sua figura rappresenta la fine di una lunga lotta che il Myanmar ha dovuto sostenere per liberarsi della dittatura militare che ha dominato la scena politica per oltre 50 anni. Aung San Suu Kyi, dopo aver scontato 15 anni di arresti domiciliari a causa della sua opposizione al regime, è diventata capo del partito d’opposizione nel 2010, per poi vincere le prime elezioni veramente libere tenutesi nel 2015. Gli ultimi aggiornamenti riportano che la leader del NLD sia stata scarcerata ma ancora costretta ai domiciliari. 

Manifesti di Aung San Suu Kyi a Yangon, Myanmar, 21 febbraio 2021 (AP Photos)

Intanto, a un mese dal colpo di Stato, le voci dei cittadini sono più vive che mai e i militari continuano a governare col pugno di ferro. Sebbene le proteste siano state tutte pacifiche, l’esercito insiste a rispondere con una forte repressione, caratterizzata dall’uso di proiettili di gomma alternati a proiettili reali. La conta delle vittime ammonta a 2 morti e 30 feriti, a cui si aggiungono 569 arresti eseguiti dal 1 febbraio ad oggi. Mentre i giornali di Stato, prevedibilmente, dipingono i protestanti come rivoltosi e istigatori alla violenza, i diversi reportage delle violenze ad opera dei militari sono ormai virali. L’Unione Europea e il neoeletto presidente degli USA Joe Biden condannano il colpo di Stato e la feroce repressione dell’esercito birmano, ma la situazione sembra essere molto lontana da un qualsiasi cambiamento in favore di una transizione veramente democratica. In questo senso, servirebbe un aiuto preciso e tempestivo della Comunità Internazionale. Il popolo birmano, dopo una lotta contro i regimi militari che sembrava infinita, ha bisogno di poter continuare a credere nella speranza di uno Stato che possa definirsi davvero popolare e democratico.

Antonio Ruggiero

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