L’Università non è uno spazio sicuro

La violenza non deve più passare sotto silenzio

Secondo il Global Gender Gap del 2018 partendo dalle rilevazioni del 2006 il divario tra le condizioni maschili e quelle femminili si è ridotto del 3,6%, ma il restante 38% dei Paesi in cui è stata condotta l’indagine ha visto addirittura un aumento della disparità. Basandosi su questi calcoli le disuguaglianze verranno colmate a grandi stime tra circa un secolo.

Ogni giorno pagine di giornali, riviste, quotidiani e il mondo dell’informazione riportano casi di violenza, abusi, femminicidi. Il web e i social media sono pervasi da una narrazione superficiale, disinformata, discriminatoria, Ciò è specchio di una società patriarcale in cui la strada verso una maggiore sensibilizzazione è ancora lunga da percorrere. È comune il pensiero che episodi misogini ci riguardino soltanto da lontano. Ma in un mondo sempre più iperconnesso la perpetrazione della violenza infrange lo schermo e invade lo spazio del privato. Perfino nel contesto universitario, che dovrebbe essere il più attento e inclusivo possibile, il corpo femminile è soffocato e oggettificato da messaggi tossici. È questo il caso di una studentessa della facoltà di giurisprudenza di Torino. Una sua foto viene condivisa in una chat su WhatsApp, la sua immagine subissata dai cosiddetti “complimenti” maschili.
Un’analisi della questione è doverosa.

Innanzitutto la controparte (candidata alle prossime elezioni studentesche) si difende ritenendo ingiuste le accuse: “Non si può più dire nulla, neanche fare un complimento”; “La foto era pubblicata su instagram quindi non ho violato nulla essendo uno spazio di libera condivisione”. Le parole utilizzate sono forti e inappropriate, la retorica del “politichese” vela un’ignoranza diffusa sulla terminologia. Si grida al revenge porn, che per definizione riguarda la diffusione online di immagini o di video sessualmente espliciti di una persona, in genere da parte di un ex partner sessuale, senza il consenso del soggetto, come forma di vendetta o molestia. Tuttavia in questo caso sarebbe più corretto parlare diabuso di immagine“, una pratica abbastanza comune tra gli uomini che si sentono in diritto di poter sessualizzare il corpo femminile attraverso sguardi inopportuni e commenti destabilizzanti in qualunque contesto che sia per strada con il “catcalling” e all’interno delle piattaforme social. I sopracitati complimenti non possono essere ritenuti tali quando non richiesti, da parte di persone con cui si intrattengono rapporti superficiali o addirittura tra perfetti sconosciuti. È violenza verbale, è abuso di potere a tutti gli effetti, tutto ciò che mette a disagio, destabilizza e denigra l’oggetto di tali narrazioni. Oggetto appunto perché siamo tutt* immersi in un contesto sociale dove la normalità è l’oggettificazione della donna. Una pratica considerata innocente, qualcosa che esiste e si è sempre fatto, ma non per questo giusto.

Queste nazifemministe che odiano gli uomini.

Il femminismo è un movimento di emancipazione e autodeterminazione della donna in un mondo ancora discriminatorio e maschilista. È una corrente che promuove l’equità di genere e mezzi per raggiungerla. L’equità porta all’uguaglianza. Equità significa che è necessario continuare a intraprendere azioni differenziate per colmare le disuguaglianze storiche tra uomini e donne e raggiungere l’uguaglianza di genere. Esempio: fornire formazione di leadership alle donne o l’istituzione di quote per le donne in posizioni decisionali al fine di raggiungere lo stato di uguaglianza di genere. La misandria, l’odio, non appartengono a questa costellazione di valori e ideali. Ma talvolta i toni forti e provocatori sono necessari a quelle voci ricoperte da secoli di silenzio e vessazioni per costruire uno spazio di ascolto e azione. Il termine “nazifemminismo“, una delle accuse della parte maschile protagonista della vicenda di UniTo, è dispregiativo e infondato.

La questione social

Le piattaforme social possono considerarsi a tutti gli effetti una realtà tangibile, non si tratta di un mondo parallelo ma di vere e proprie tranche di vie della vita di una persona. Ciò che emerge attraverso la condivisione di foto, video e pensieri scritti è una delle tante sfaccettature che caratterizzano l’individuo, una modalità di interazione e di approccio all’altro. In quanto civiltà umana le dinamiche sociali sono definite dai confini del rispetto reciproco, linee spesso labili e sottili da attenzionare, tracciate sul diritto dell’inviolabilità.  L’immagine comprende la sembianza e l’aspetto fisico di un soggetto, ma anche il suo modo d’essere, come si percepisce esteriormente. Essa è tutelata al pari del nome, in quanto segno distintivo essenziale di ciascun individuo. Si parla, pertanto, di un diritto all’immagine. L’articolo 10 del Diritto Civile riguarda proprio l’abuso dell’immagine altrui.

Qualora l’immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui l’esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro ( inteso come sentimento della propria dignità)  o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti, l’autorità giudiziaria, su richiesta dell’interessato, può disporre che cessi l’abuso, salvo il risarcimento dei danni.

La condivisione non consensuale di materiale pubblicato su Instagram è dunque reato perché lede i diritti della persona.

La narrazione sul corpo.

La fotografia della studentessa è stata condivisa in una chat su WhatsApp, la sua immagine deligittimata e oggettificata da commenti, da un discorso che ne ha intaccato i valori, il pensiero politico. Quel corpo è stato appiattito dalle narrazioni sessiste, dal body-shaming, dalle critiche e dagli “apprezzamenti” sull’aspetto fisico. Per l’ennesima volta una donna viene opacizzata, bidimensionalizzata: non è altro che una posa, una figura attraente in costume da bagno e nulla più.
L’azione irrompe in tutta la sua criticità e gravità: in un contesto universitario, in una facoltà di giurisprudenza, durante il percorso formativo di individui capaci di pensare e agire per il bene sociale, per i diritti, il rispetto. L’abuso e il sessismo sporcano e invadono anche questo spazio e ogni parvenza di sicurezza scricchiola e cede sotto l’onda della violenza.

Eppure qualcosa sta cambiando, l’evento non è rimasto avvolto nel silenzio, viene nominato, analizzato e denunciato; la vittima ha una chiara identità. Sono le voci di chi critica e si afferma l’unica lente che possa rendere evidente tutto ciò che non può e non deve più essere normale.

Arianna Guidotto

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