Lockdown e ripercussioni: vi è un aumento dei suicidi?

Il 2020 è un anno che avrà un posto di rilievo nei libri di storia, un anno che ha avuto un impatto drastico sul panorama globale. Questo articolo non si propone l’obiettivo di mettere in luce le innumerevoli ripercussioni sull’andamento economico mondiale o le terribili e drammatiche conseguenze sanitarie, ma gli effetti oramai non più silenziosi della salute psicologica della popolazione, un aspetto sfortunatamente non considerato a dovere per troppo tempo.


È oramai un dato di fatto che la pandemia che tutti quanti stiamo combattendo ha creato, simil effetto domino, una serie di complicanze e peggioramenti a livello psicologico. Possiamo definirla a tutti gli effetti un evento traumatico, causato da un’interruzione della routine lavorativa e sociale che non può che non sfociare nel rischio di insorgenza di disturbi psicologici e al peggioramento, di chi ne soffre, di quelli preesistenti. Insomma, la pandemia in corso può essere vista come un detonatore per tutte quelle persone già precedentemente più fragili e bisognose di sostegno.


Fattori importanti sembrano essere, per l’appunto, l’isolamento forzato, la rottura di una continuità di vita e la persistente paura del contagio, non è un ottimo punto di partenza per tutte quelle persone affette già in precedenza da depressione, fobie e ansia, per non parlare del disturbo ossessivo-compulsivo. Fino a che punto il lavarsi e le mani e igienizzarsi a dovere è considerata pura precauzione e non, oramai, una qualche forma di ossessione? E fino a che punto la paura di contagiarsi può non considerarsi patologica e sfociare nell’ipocondria? In questi tempi di incertezze, i confini oramai labili iniziano a sfumarsi sempre di più.

“Ai giovani viene chiesto di rimanere a casa, mica di andare sul fronte e combattere una guerra!”. Quante volte avete sentito questa frase? Non può esserci affermazione più scorretta, perché si, i giovani d’oggi son costretti ad affrontare il “fronte” con loro stessi, tra loro stessi e con un mondo permeato da incertezze, catastrofi e nessuna sicurezza: è tra loro che viene registrato l’aumento maggiore di disturbi psicologici quali stress, depressione, disturbi del sonno, disturbi alimentari, ansia generalizzata, il tutto accompagnato da una drastica riduzione dell’attività fisica e un incremento esponenziale di tempo passato davanti ad uno schermo. Ma ciò che risulta essere allarmante è l’aumento spaventoso del fenomeno dell’autolesionismo e di tentativi di suicidio (un aumento del 30%): solo in Lombardia, nell’ultimo anno, è stato registrato un aumento del 50% di ricoveri in psichiatria infantile e un altrettanto aumento del 50% per i tentati suicidi.

A parlar a tal proposito è Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale Bambin Gesù: “Dal mese di ottobre ad oggi, quindi con l’inizio della seconda ondata, abbiamo notato un notevole rialzo degli accessi al pronto soccorso con disturbo psichiatrico, nel 90% sono giovani tra i 12 e i 18 anni che hanno cercato di togliersi la vita. Se nel 2019 gli accessi al pronto soccorso erano stati 274, nel 2020 abbiamo superato quota 300, quasi uno al giorno. Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento. Ho avuto per settimane tutti i posti letto occupati da tentativi di suicidio e non mi era mai successo. Al pronto soccorso si registra un ricovero al giorno per ‘attività autolesionistiche.”.


Ma che cosa spinge i giovani a mettere in atto tali comportamenti? E in quale misura la seconda ondata della pandemia ha realmente a che fare con questo spaventoso aumento? Come già detto precedentemente, il Covid rappresenta una situazione altamente stressante. Unito a ciò, gli adolescenti vivono con grande preoccupazione questo periodo, trovandosi costretti a respirare continuamente e in ogni luogo un’atmosfera intrisa di paura, una paura pervasiva che contamina ogni aspetto della vita “normale” e che sembra aver impattato negativamente lo sviluppo di nuovi meccanismi di coping.


Tale combinazione di fattori porta i giovani ad essere più irritabili e, di conseguenza, più aggressivi e impulsivi: in mancanza di reali sfoghi e di ammortizzatori sociali, tale aggressività tende a essere riversata su sé stessi, con conseguenze più o meno fatali. Basti pensare che in Giappone, dove la situazione risulta essere tra le più problematiche in assoluto, i decessi per suicidio registrati nel mese di ottobre superano i decessi complessivi dovuti al virus sin dall’inizio della pandemia.

Ciò che inizia a spaventare realmente la comunità degli psicologi e psichiatri, sono le conseguenze psicologiche post-Covid e, nello specifico, in relazione al tasso di autolesionismo e suicidio: per proporre un confronto,  la pandemia dell’influenza spagnola verificatosi nel biennio del 1918-1920 e che ha provocato 20 milioni di morti a livello globale,  ha portato successivamente ad un aumento del 20% dei suicidi nazionali negli Stati Uniti. In egual misura, vi sono prove che confermano un aumento del tasso di suicidi tra gli ultra sessantacinquenni di Hong Kong in seguito alla pandemia SARS del 2003.


Sebbene possano essere proposti come modelli teorici di confronto, la pandemia che si sta affrontando è senza precedenti. Risulta dunque sempre più importante cercare di delineare un quadro d’azione nell’immediato presente in modo che possa garantire lo sviluppo di interventi appropriati per la popolazione nel futuro, un futuro che oramai non sembra essere poi così lontano.

Giulia Bertolino

Fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7871358/

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