#stopasianhate: un problema a lungo sottovalutato

Le tensioni razziali negli Stati Uniti non accennano a diminuire, al contrario, sembra che l’America si ritrovi fra le mani un altro annoso problema a lungo sopito: la discriminazione nei confronti delle minoranze asiatiche.

In due precedenti articoli si è parlato della nascita del movimento #stopasianhate e della situazione in Italia con un’intervista, da parte di Malvina Montini, a Tianzi Yang della pagina Instagram @discoveringchinawithbao.

L’attentato alle Spa di Atlanta

Purtroppo, il punto di non ritorno è arrivato con l’attentato avvenuto in tre centri benessere ad Atlanta, Georgia, il 16 marzo. Otto persone hanno perso la vita, sei di queste erano donne di origine asiatica: Soon Chung Park, Hyun Jung Grant, Suncha Kim, Yong Yue, Xiaojie Tan e Daoyou Feng. Immigrate, madri e nonne, gestivano e lavoravano nelle tre Spa prese di mira dall’attentatore, un ventunenne bianco.

Secondo la polizia non ci sarebbero motivazioni razziali dietro il gesto dell’uomo e l’attentato sarebbe dovuto ai problemi di ipersessualità di cui soffre. Avrebbe agito quindi per eliminare quelli che lui considerava dei luoghi di tentazione.

Non sfugge quanto questa spiegazione, oltre a denunciare motivazioni misogine, sia sostanzialmente razzista, in quanto associa le Spa gestite da donne asiatiche alla prostituzione. Anche la polizia non ha di certo aiutato e ancora una volta si trova nel mirino per la sua incapacità di gestire comunicativamente questi eventi. Infatti, all’indomani dell’arresto dell’attentatore, durante la conferenza stampa il capitano Jay Baker (poi rimosso dal caso) ha commentato sulle ragioni dell’assassino dicendo che si tratta sostanzialmente di un uomo disperato che ha avuto «una brutta giornata». Uscita superficiale o meno poco importa, la frase è stata accolta con ovvie critiche sul doppio standard razziale della polizia negli Stati Uniti. Le contestazioni si sono fatte ancora più forti quando dai profili social di Jay Baker sono spuntate foto che denunciano i suoi bias razzisti: il capitano avrebbe pubblicizzato delle magliette che riportano «COVID-19 Imported Virus from Chy-Na» (facendo il verso alla pronuncia di Trump).

Le aggressioni continuano

Pochi giorni dopo l’attentato, le notizie riguardo ulteriori aggressioni si sono susseguite con una velocità impressionante. A New York una donna di 65 anni è stata presa a pugni e calci al grido di «Tu non appartieni a questo posto!». L’attacco è stato ripreso dalle telecamere che, inoltre, mostrano tre testimoni assistere alla scena senza intervenire né prestare soccorso una volta sparito l’aggressore. Altre vittime comprendono un uomo di 38 anni, preso a pugni nella Penn Station, e una donna di 54, colpita al volto con un bastone di ferro.

La polizia di New York ha annunciato che per combattere questo genere di crimini, oltre ad aver raddoppiato la divisione che si occupa dei crimini d’odio, ha autorizzato delle operazioni con agenti asiatici sotto copertura.

Ma un aumento delle forze dell’ordine potrà davvero essere efficace per combattere quella che sembra essere la diretta conseguenza di una società e di un governo che fonda le sue radici sulle tensioni razziali?

Daniela Carrabs

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