Il 25 aprile degli invisibili: il grido di un’Italia schiava dell’indifferenza

Il 25 aprile abbiamo celebrato la Festa della Liberazione italiana, tappa fondamentale e sofferta per la germinazione delle nostre istituzioni democratiche. Ma cosa rappresenta per il singolo la libertà? Quando non ci si sente liber*? E perché ci arrabbiamo quando non ci si sente liber*?
È doveroso interrogarsi innanzitutto sul concetto stesso di libertà per aprirsi a uno sguardo critico su una memoria storica da esaltare e, al contempo, per un’immersione profonda nella contemporaneità, lasciando spazio e voce a tutti quei contesti dove questa giornata è un luogo di protesta e lotta per la visibilità e per i diritti umani negati.

Mentre l’Italia esulta e si raccoglie in un sentimento di gratitudine comune, le altre Italie lottano contro soprusi e violenze, discriminazioni e condizioni di precarietà disarmanti. Proprio nella notte del giubilo generale un gruppo di persone armate ha sparato sui braccianti che rientravano nell’insediamento di Torretta Antonacci, a Foggia. È il secondo attacco in 48 ore in uno spargimento di sangue, raffiche che uccidono la dignità di lavoratrici e lavoratori già marginalizzati e invisibili allo Stato.

Questi attentati non fermeranno la nostra lotta per i diritti e per la dignità socio lavorativa di tutte e di tutti.

Aboubakar Soumahoro

L’accaduto non ha avuto alcun risalto mediatico. È la voce piena di rabbia di Aboubakar Soumahoro a rivendicare giustizia e dignità. Parla a nome di tutte le comunità degli invisibili, che vivono in condizioni precarie, di sudore e fatica, sfruttamento e discriminazioni. Aboubakar è il fondatore della Lega Braccianti, associazione a sostegno degli sfruttati nelle campagne italiane, ispirata ai valori di Giuseppe di Vittorio, sindacalista e politico nato da una famiglia di braccianti, antifascista e in lotta per i diritti umani.
Attraverso le piattaforme social il movimento ci mostra la quotidianità fatta di mancanze, assenza di condizioni igienico-sanitarie adeguate (lunghi periodi senza acqua potabile, con persone costrette a vivere tra rifiuti e discariche a cielo aperto). La Lega Braccianti si è estesa dalla filiera agroalimentare in una rete che abbraccia e si fa carico di tutte quelle vite di lavoratori sfruttati, cittadini discriminati e sottopagati. Le proteste raggiungono le piazze romane con striscioni verde speranza; «siamo degli esseri umani», un grido a caratteri cubitali, «#inmovimento per rendere visibili gli invisibili».
Nell’intervista pubblicata nel numero 8 di Vanity Fair, Aboubakar Soumahoro racconta il problema della precarietà tout court: una tragedia non solo personale, ma una falla sistemica, un distanziamento “sentimentale”.
«L’immedesimazione è la base per capire. Come fai ad applicare un piano chiamato Next Generation se non capisci i giovani? Senza comprensione rimane solo la brutalità dell’economia, nascosta da una parola elegante: gig economy, smart working, dad».
«Un ascolto empatico», «una reciprocità tra palazzo e bassifondi», «Un Paese che non stigmatizza le persone perché donne gay o lesbiche, giovani, di un’altra religione o con un altro colore della pelle». L’Italia che vorrebbe è «un Paese che vive la complessità come essenza della bellezza».

«“Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”. Le parole di un grande intellettuale e uomo politico, Antonio Gramsci, rendono bene il senso di una malattia morale che può essere anche una malattia mortale. L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori. L’alternativa, diceva Don Milani, è ‘I care’, ‘me ne importa, mi sta a cuore’. È il contrario esatto del motto fascista ‘Me ne frego’» .

Liliana Segre

(Tutto il materiale fotografico e video è stato attinto dal profilo di @aboubakar_soum su Instagram)

Arianna Guidotto

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