Giustizia per Fares: la verità non deve più essere un fascicolo archiviato

Si chiamava Fares, aveva solo 25 anni e il sogno di una vita migliore custodito con forza lungo tutto il viaggio in mare, quel “tragitto della speranza” affrontato fra i pericoli di un barcone precario e brulicante di fiducia, disperazione e sogni, proprio come il suo.
Viveva in Italia da sei mesi, senza fissa dimora, accucciato nella stazione di Livorno insieme ad altri sfollati di origine tunisina. In attesa del permesso di soggiorno passeggiava nella notte del 25 aprile, perché, nonostante il coprifuoco e la pandemia, non tutti hanno il privilegio di chiudersi al riparo e rispettare le normative, se una casa non la si ha ancora.
“Muore annegato nei Fossi per fuggire alla polizia”: questa è la narrazione ricorrente nei pochi giornali e media che riportano l’accaduto. Ma come può un ragazzo così attaccato alla vita suicidarsi in quello stesso mare che ne aveva permesso la fuga verso un futuro migliore?
Nella diretta sulla piattaforma di Instagram la femminista musulmana Iman (@arimanscriba) ha intervistato @Wasso_zn, una persona molto vicina al gruppo più stretto degli amici della vittima, per raccontare la versione dei protagonisti della tragedia.

“Fares non si è buttato da solo in mare, la narrazione dei giornali è ridicola, lui non sapeva nuotare e non si sarebbe mai buttato in mare per evitare una multa”.
Non è una novità che le forze dell’ordine, sfruttando la loro posizione di potere, usino la violenza, colpendo coi manganelli i ragazzi stranieri e approfittando della loro situazione precaria e fragile.

“Anch’io sono stato pestato, mi hanno spezzato una gamba”, racconta Wassim con rabbia trattenuta, “E come lo dimostri se gli unici testimoni sono stranieri senza fissa dimora? Se io faccio un torto alla Legge perché mi meni? Non ho fatto niente al singolo poliziotto”.
Neanche il giorno del funerale la supremazia dell’odio si ferma. Durante la cerimonia il ricordo di Fares viene calpestato e privato della sua dignità. Nessuno della quarantina dei presenti ha potuto piangere il ragazzo in pace: gli astanti, infatti, erano accerchiati da uno spiegamento di Antisommossa enorme, intimoriti da spintoni e manganelli pronti all’uso. Perfino il discorso del consigliere comunale era intriso di razzismo e disprezzo, in quanto alludeva ai presenti come a “una banda di spacciatori”. Nessun rispetto: soltanto calunnie, violenze verbali.
Fares non aveva nessuno qui e, lontano dalla famiglia, è stato picchiato e gettato in mare durante il Ramadan, uno dei periodi più sacri per la comunità musulmana. Violenza su violenza.

Fares è stata una delle tante vittime dell’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine. Basti pensare a Stefano Cucchi e al suo calvario agonizzante. Anche se, nella sua sfortuna, lui aveva un privilegio che molti non possiedono: era bianco, cittadino italiano e aveva una sorella avvocatessa, Ilaria Cucchi, che ha lottato e tuttora lotta per ottenere giustizia.
È doveroso dare voce a chi non può o non può più farlo, impedire a tutti i costi che questa tragedia cada nell’oblio e venga archiviata. Dobbiamo scavare in questa goliardia di informazioni e dissotterrare la verità, assumere uno sguardo critico, sentire gli appelli di chi vive e combatte tutti i giorni con queste realtà.
Sulla prima pagina del manuale di diritto penale si afferma che il nostro sistema penale non verte sulla punizione, bensì sulla rieducazione e sul rinserimento sociale.
Non solo in America, quindi, non bastano l’hashtag #livesblackmatter, un “non respiro”, i riferimenti all’omicidio di Georg Floyd. Anche qui, nel nostro Paese, il razzismo e le vessazioni penetrano il tessuto sociale, accadono sotto innumerevoli sguardi ammantati di ipocrisia. Il silenzio non è più contemplato: dobbiamo parlare, agire. Ogni singolo individuo costituisce un meccanismo fondamentale per una rivoluzione profondamente umana, perché nessuno – a prescindere dalla provenienza, dalla posizione sociale, dal genere o dal sesso – debba ricevere simili trattamenti, affinché nessun essere umano debba più subire.

Di seguito il video della diretta Instagram di @arimanscriba

Arianna Guidotto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...