“Fine pena mai”: la Corte costituzionale in tema di ergastolo ostativo

«ERGASTOLO OSTATIVO INCOMPATIBILE CON LA COSTITUZIONE MA OCCORRE UN INTERVENTO LEGISLATIVO. UN ANNO DI TEMPO AL PARLAMENTO» Questo il titolo del comunicato del 15 aprile 2021 emesso dall’Ufficio Stampa della Corte costituzionale.

Per comprendere questo importante esito, ripercorriamo la vicenda a ritroso.

Innanzitutto: che cos’è l’ergastolo ostativo? È quella pena che il nostro ordinamento prevede per tutti i reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso. 

Con l’ergastolo “normale”, il condannato è sicuramente privato della sua libertà a vita (il nostro codice penale parla infatti di «pena perpetua»), ma ha comunque la possibilità di ottenere dei benefici. In particolare, dopo 26 anni di carcere, e se ha dimostrato un concreto ravvedimento per il reato commesso, l’ergastolano può ottenere il beneficio della liberazione condizionale, concludendo così ciò che residua della sua pena all’esterno del carcere. La libertà condizionale mira a premiare la buona condotta e a favorire il recupero sociale del condannato, proponendo al contempo un esempio di comportamento a tutti gli altri detenuti.

Con l’ergastolo ostativo, invece, il condannato non potrà godere di alcun beneficio: no ai permessi premio, no alla semilibertà e… no alla liberazione condizionale. Non a caso, in riferimento a questo istituto così severo, si sente spesso usare l’espressione “fine pena mai”. Fu la dura risposta dello Stato agli attacchi della mafia, dopo la strage di Capaci del 1992.

Quindi non c’è proprio alcuna via d’uscita per questi detenuti? Non è esatto: una via d’uscita c’è.

L’ordinamento italiano prevede, infatti, che un condannato all’ergastolo ostativo possa godere del beneficio della liberazione condizionale, dopo 26 anni trascorsi in carcere (proprio come avviene per i condannati all’ergastolo “normale”), se e solo se decide di collaborare con la giustizia. Si tratta di quei soggetti noti come “pentiti”: coloro che dopo essere stati condannati per mafia, decidono di fornire all’autorità giudiziaria informazioni di cui sono a conoscenza, per combattere le associazioni di tipo mafioso.

Il motivo per cui la legge offre questa possibilità a detenuti rei di crimini tanto orribili risiede nel fatto che la collaborazione con la giustizia sia indice del loro avvenuto ravvedimento e della effettiva cessazione dei collegamenti con la criminalità organizzata.

E qui veniamo al nocciolo della questione: che cosa, secondo la Corte costituzionale, è incompatibile con la Costituzione? Incostituzionale sarebbe privare i condannati per mafia che non hanno collaborato con la giustizia (tutti, senza distinzione alcuna) della possibilità di accedere al beneficio della liberazione condizionale. Se ciò è sicuramente funzionale e ragionevole per quei boss che non manifestano alcun pentimento, che ne è invece di quei condannati che, pur essendosi ravveduti rispetto ai fatti commessi, decidono di non collaborare con la giustizia per timore che il loro tradimento possa causare gravi ripercussioni sui membri della propria famiglia? Questa la domanda che sembra porsi la Corte costituzionale. 

La disciplina dell’ergastolo ostativo è incompatibile con la Costituzione perché fa della collaborazione con la giustizia «l’unico modo per il condannato di recuperare la libertà».

La Corte, dunque, si è rivolta al legislatore in questi termini: “Parlamento, hai un anno di tempo per trovare dei diversi e ulteriori criteri che consentano di accertare il sicuro ravvedimento anche di quel condannato per mafia che, pur non avendo collaborato con la giustizia, si sia però redento.” Un criterio di questo tipo sarebbe in grado di correggere l’incostituzionalità della legge attuale, perché permetterebbe il reinserimento in società dei condannati che hanno effettivamente dimostrato di essersi ravveduti, in conformità con i principi di uguaglianza e finalità rieducativa della pena (rispettivamente articoli 3 e 27 della nostra Costituzione).

Marta Savoretto

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