L’immobilità dell’Italia: Patrick Zaki

Il 16 giugno Patrick Zaki compirà 30 anni e saranno ormai 495 giorni di prigionia, un tempo immenso, senza processo e senza diritti.

L’arresto

La mattina presto del 7 febbraio 2020 Patrick viene fermato all’aeroporto del Cairo, era appena arrivato dall’Italia dove studiava al GEMMA (un Master Erasmus Mundus che si occupa di studi di genere) dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Avrebbe dovuto fermarsi per pochi giorni, una normale visita alla famiglia in Egitto. Dopo interminabili ore di interrogatorio (sui presunti legami con Giulio Regeni), tortura e minacce di stupro, in cui Patrick, per il resto del mondo, sembra scomparso nel nulla, eccolo ricomparire il giorno dopo di fronte alla procura della città di Mansura, a 120 km dal Cairo, per la convalida dell’arresto. Il suo mandato di cattura è delirante: lo si accusa di minaccia alla sicurezza nazionale, sovversione, incitamento a manifestazione illegale, diffusione di notizie false e terrorismo. Le sole prove in mano alle autorità egizie sono 10 post su Facebook, considerati falsi dalla difesa.

Dopo più di un anno Patrick è ancora in custodia cautelare, fra innumerevoli rinvii e appelli internazionali per la sua liberazione. Di fatto, si trova intrappolato in un sistema legislativo dove accuse del genere consentono di prorogare la carcerazione preventiva fino ad oltre mille giorni. La prossima udienza è prevista per il 1 giugno e la pressione internazionale è tornata a farsi sentire.

I continui abusi

Quello di Patrick Zaki non è affatto un caso isolato. Un rapporto di Amnesty International del novembre 2019 denuncia la continua violazione dei diritti umani e l’abuso delle norme antiterrorismo da parte delle autorità egiziane. Da quando Abdelfattah al-Sisi è salito al potere nel 2013 sarebbero oltre 112 le “sparizioni forzate” e centinaia le persone arrestate per aver preso parte a proteste o per dichiarazioni sui social media. Dal 2013, inoltre, la Procura Suprema ha ampliato la sua definizione di “terrorismo”, includendo semplici post sui social, proteste pacifiche e legittime attività politiche, di fatto allargando la definizione verso chiunque critichi il governo, a prescindere dalle modalità.

L’intervento dell’Italia?

«Ricordo cosa sono i giorni passati dentro la cella, quando non si sa se preferire la porta chiusa o che si apra, nel timore che qualcuno entri e faccia aumentare la tua sofferenza» le parole pronunciate da Liliana Segre in Senato, il 14 aprile scorso, quando si è votato l’atto di indirizzo per conferire la cittadinanza italiana a Patrick. 208 i voti a favore, nessuno contrario e 33 gli astenuti (20 di questi sarebbero tutti i senatori di Fratelli D’Italia, partito sempre pronto a pronunciarsi a favore della libertà di parola, contro millantate censure e dittature del politicamente corretto). L’atto, comunque, non è vincolante e rappresenta più che altro un’azione di pressione sul governo egiziano, il quale comunque sembra non voler cedere ma anzi, farsi beffe di nuovo di qualsiasi rispetto dei diritti umani, facendo slittare ancora una volta l’udienza del 20 maggio. In ogni caso non pare che il governo italiano sia deciso a trattare la cosa con il pugno duro e, stando alle parole del Ministro degli esteri Di Maio, «più aumenta la portata mediatica e più l’Egitto reagisce irrigidendosi».

Intanto la salute fisica e mentale di Patrick non fa altro che peggiorare, le autorità egiziane continuano impunemente e tutti i discorsi sui delicati rapporti con l’Egitto sembrano solo parole vane.

Daniela Carrabs

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