La Nazionale che fa “squadra”

Sono sempre stata particolarmente incuriosita dalle dinamiche di gruppo. Ciò che di solito crea intesa è qualcosa che, tra mille diversità, riesce a farsi spazio e trovare quell’unica cosa che accomuna le persone. Sembra un concetto banale, perfino scontato, ma è incredibile come un evento, un’occasione, un istante, faccia di singoli un’unità. Specialmente, poi, se si parla di persone molto diverse fra loro, persino non interessate molto al soggetto della questione.

Sabato sera mi trovavo, come ogni sabato del resto, con il mio gruppo di amici. La tv accesa e sullo schermo i calciatori della Nazionale che intonavano l’inno d’Italia. Di per sé a uno verrebbe da pensare “chissà quale riflessione potrà mai nascere da una cosa come una partita di calcio”, e di per sé non potrei che essere più d’accordo. Ma quell’istante fotografato nella mia testa continuava a suggerirmi un pensiero: com’è possibile che 11 persone che giocano a tirare una palla in una porta, complici anche i miei amici riuniti a un tavolo e una cassa di birre, riesca a fami sentire così patriottica? Il mio intento non è quello di essere cinica o di fare ironia su uno sport che può piacere e appassionare o no. Quello che più mi interessa è capire come io , super ignorante in materia, che non ha mai davvero compreso cosa sia il fuori gioco, euforica come non mai, resti incollata a uno schermo pregando che la squadra con le magliette azzurre faccia goal.

Forse il sentirsi rappresentati, l’idea che le azioni di qualcuno e l’impressione che questi dà al mondo intero rispecchi, in un certo senso, come in realtà appari tu al resto della popolazione mondiale. In questo senso si crea gruppo, un fronte unito contro tutti e tutto. Ma questa è la versione più opportunistica. La versione più romantica, quella in cui mi piace credere, è che la squadra faccia squadra. L’atmosfera, le risate, il riunirsi tutti insieme intorno a una tavola, sul divano in salotto, in una piazza piena di gente o in un bar, faccia sentire tutti un po’ a casa, faccia sentire la normalità che ultimamente tanto ci è mancata. All’improvviso una competizione di cui normalmente non ti importerebbe diventa una tradizione inviolabile, qualcosa che aspetti con ansia per tutta la settimana, qualcosa che, noto o meno, ti identifica in quanto italiano, ti fa sentire appartenente a un gruppo, a un’identità ben precisa. Questo concetto, poi, si estende a qualsiasi situazione che coinvolga te e un tuo connazionale: le Olimpiadi, l’Eurovision Song Contest, un premio candidato agli Oscar del tuo Paese, un compaesano incontrato per caso all’Estero… Perfino le guerre, sotto alcuni punti di vista. Non è esclusivamente il soggetto dell’evento che interessa, né la causa o le circostanze, ma più la sensazione che ti trasmette il sentirti parte di qualcosa, essere partecipe di un momento importante.

Il gioco del calcio, in fondo, è un po’ la rappresentazione di questo sentimento: una squadra, un gruppo, i moderni cavalieri della tavola rotonda, che si uniscono per raggiungere un obiettivo comune. Ognuno, con il suo ruolo, contribuisce alla riuscita dell’impresa. Ci si scontra sul campo, si cade e ci si rialza. Un gioco in cui l’individualismo poche volte ripaga, in cui il saper condividere e vedere l’altro è fondamentale. Si esulta, ci si abbraccia forte… Si vince insieme. Forse, se si vedesse più con quest’ottica, non sarebbe uno sport così ostile e chiacchierato: verrebbero meno tutte le futili discussioni e prevarrebbero la sana competizione e le emozioni che può regalare. Le persone hanno bisogno di queste cose: di punti di incontro, di “notti magiche”, di momenti di convivialità, di ritrovi comuni… Di felicità. Felicità che, in quanto tale, va condivisa. E chi sono io per condannare un mezzo piuttosto che un altro se il risultato è lo stesso?

“La nazionale fa squadra” e io sono felice di farne parte.

Noemi Tron

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