Věra Čáslavská, storia di una ginnasta dimenticata.

Messico 1968, un’Olimpiade che di certo non è sfuggita ai fatti storici e sociali che hanno caratterizzato quell’anno non molto felice. Siamo in pieno ottobre, le morti di Martin Luther King e Robert Kennedy sono un ricordo ancora troppo acceso, così come le impiccagioni in Rhodesia e Sudafrica, le rivolte giovanili e soprattutto la Primavera di Praga. La capitale messicana, ben dieci giorni prima della cerimonia di apertura dell’evento, è diventata luogo principale del Massacro di Tlatelolco, in cui i soldati del presidente Gustavo Díaz Ordaz hanno ucciso degli studenti durante una manifestazione pacifica, una delle pagine più buie della storia della nazione. In questo clima molto acceso di proteste anticomuniste e antirazziste si colloca la vicenda di Věra Čáslavská, una delle più grandi campionesse della storia della ginnastica artistica.

è una delle atlete pluripremiate dei Giochi Olimpici, con ben sette ori e quattro argenti ottenuti tra l’edizione del 1960 e quella del 1968, ma se avesse potuto continuare a gareggiare sicuramente avrebbe collezionato ancora più premi. All’epoca era uno dei volti preferiti delle riviste e, nello stesso ’68, si aggiudica la nomina di seconda donna più famosa dell’anno dopo Jackie Kennedy. Eppure, oggi, la maggior parte dell’opinione pubblica non ha idea di chi lei sia.

Věra Čáslavská nasce a Praga nel 1942, città protagonista degli eventi storici che hanno caratterizzato l’anno della XIX Olimpiade. Inizia la sua carriera nel pattinaggio di figura, per poi scoprire che il suo vero talento sportivo era proprio la ginnastica artistica, disciplina in cui debutta nel 1958 ai Campionati Mondiali di Mosca. La vetta più alta del successo, prima di Città del Messico, la sfiora a Tokyo’64, in cui vince medaglie sulla maggior parte delle categorie. Quando scoppia la Primavera di Praga, giusto qualche mese prima dell’inizio dei Giochi, Čáslavská firma il Manifesto delle Duemila Parole redatto da Vaculík, dichiarando il proprio dissenso nei confronti del Partito Comunista e appoggiando in questo modo le riforme liberali proposte dal presidente cecoslovacco Alexander Dubcek.

Sfortunatamente, quando in agosto le truppe sovietiche soffocano l’ondata di protesta in Cecoslovacchia, Čáslavská viene malvista dal regime e rischia di non poter raggiungere le sue colleghe in Messico. Mentre queste ultime si allenano oltreoceano, lei è costretta a rimanere nascosta nella sua terra natale e a esercitarsi con attrezzi rudimentali. Nonostante tutte le difficoltà, Čáslavská atterra a Città del Messico e con il suo incredibile talento riesce a conquistare un oro al volteggio, uno al concorso individuale e uno alle parallele, argento al concorso a squadre e alla trave, in cui si classifica seconda dopo la collega russa Kuchinskaya. Ma il risultato più importante lo ottiene al corpo libero: Čáslavská è la favorita del pubblico e della giuria, il punto più alto del podio sembra essere assegnato alla campionessa indiscussa della ginnastica artistica, se non fosse che ci siano state delle pressioni sui giudici da parte dell’URSS, ragione per cui la ginnasta di Praga si ritrova costretta a condividere il primo posto a pari merito con la russa Larik.

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L’argento alla trave e la parità al corpo libero sono i pretesti che portano Věra Čáslavská a compiere un gesto che rimane nella storia delle Olimpiadi. Durante le due premiazioni viene consuetamente suonato l’inno della nazione vincitrice, ovvero quello sovietico. La ginnasta cecoslovacca decide in entrambi i casi di negare lo sguardo, in segno della sua resistenza contro le oppressioni del regime comunista. Non solo, l’immagine che più segna il dissenso di Věra Čáslavská ritrae lei e la vincitrice russa spalla a spalla sul gradino più alto del podio, il suo sguardo basso e girato verso destra per sottolineare lo sdegno nei confronti dell’Unione Sovietica.

Questo gesto silenzioso, che si fa portatore delle urla di un popolo oppresso da un’apatia morale e spirituale senza precedenti, costerà molto caro alla carriera della ginnasta. Tornata in patria le verrà chiesto di ritirare la sua firma dal manifesto anticomunista, ma rifiuterà di farlo rimanendo fedele ai suoi ideali. Sarà costretta a rinunciare alla ginnastica artistica, bandita da tutte le competizioni perché considerata “persona non grata” al regime. Le sue apparizioni pubbliche si ridurranno gradualmente, la sua voce e il suo talento verranno messi a tacere e la sua storia di campionessa rivoluzionaria verrà progressivamente dimenticata. Nel 1980 il Comitato Olimpico Internazionale riconosce il talento represso di Čáslavská e viene insignita del più grande riconoscimento che un atleta possa ricevere: l’Ordine Olimpico. I riconoscimenti negati dal regime inizierà a riscattarli solo dopo la caduta della Cortina di Ferro, ma nonostante ciò, la sua storia oggi rimane ancora troppo poco conosciuta.

Giulia Calvi

Immagine di copertina: aktualne.cz

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