Il viaggio di Samia Yusuf Omar

Lo scrittore milanese Giuseppe Cazzotella, nel suo libro Non dirmi che hai paura, ha offerto a Samia Yusuf Omar l’opportunità di raccontare la sua storia. E lo ha fatto immaginandosi la forza della voce di una giovane somala che scappa dal proprio Paese dilaniato dal terrorismo e dalla guerra per rincorrere il suo talento.

Samia è una ragazzina di Mogadiscio del 1991 che vive la guerra, ma non vuole averne paura e che, nata per correre, condivide il suo grande sogno con l’amico del cuore Alì. Samia è protetta e sostenuta dalla sua famiglia che costruisce attorno a lei ed ai suoi fratelli uno spazio di affetto miracoloso in una Somalia che, dopo la guerra civile e la caduta del regime Siad Barre, cede all’integralismo e al terrorismo.

Tutti si chiedevano come fosse possibile che una ragazzina magra come un’acacia appena piantata e con due gambine che sembravano ramoscelli di ulivo potesse vincere. Il fatto era che vincevo e basta. Ero più veloce degli altri. Almeno, di quelli che mi era capitato di incontrare. Con i mesi, ho capito che la mia specialità erano i duecento metri.


Eccola Samia, così concentrata sul suo giovane corpo; mentre fuori c’è il silenzio e il sole a picco su di lei.

A soli diciassette anni riesce a qualificarsi alle Olimpiadi di Pechino 2008 dove corre i duecento metri, dando inizio ad una miracolosa impresa. Anche grazie all’aiuto del campione olimpico somalo Mo Farah, la protagonista riesce senza sponsor né allenatori professionisti, medici o massaggiatori, a partecipare ai Giochi Olimpici, inserendosi tra i migliori atleti del mondo. Ben presto il vero traguardo divengono, però, le Olimpiadi di Londra 2012 ma nascondersi non basta più e, divenuta donna, non le è neppure più concesso allenarsi sul territorio somalo con la maglietta più grande di lei e con le scarpe da tennis, già indossate dai tre fratelli maggiori, con cui era solita correre. Ma deve portare il burqa, quello integrale che la fa inciampare di continuo nella corsa verso il suo traguardo. Samia è consapevole che per vivere deve correre e che per correre deve allenarsi, ma per allenarsi è necessario che sia libera. Nasce così la decisione di intraprende il viaggio che la porta, insieme con altri trecento migranti, dal Corno D’Africa verso il Sudan e la Libia per poi arrivare sulla costa e tentare la traversata. La storia di Samia narrata da Cazzotella ci offre una grande lezione: più il corpo si fa fragile tanto più grande è il sogno di raggiungere la meta, divenuta l’unica ed estrema possibilità di essere ed esistere.

Ho trattenuto le lacrime, mordendomi forte le labbra. Ho chiuso gli occhi in mezzo a tutte quelle braccia, spalle, gomiti, e ho pregato aabe e Allah. Che mi facessero trovare la via. La mia via.

Quando Samia sale su quel gommone per lei quel mare non è che l’ultima ed estrema speranza rimastale, ma cosa quel mare sia lo sappiamo bene: un fatale nemico per tutti i migranti. Com’è finito il suo viaggio lo si apprende anche dalle parole del primo grande atleta somalo Abdi Bile che ricorda Samia Yusuf Omar, morta nelle acque di Lampedusa, cercando di raggiungere l’Europa solo per qualificarsi ai Giochi Olimpici, solo per provare a vivere.

Federica Siani

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