Popoli indigeni: un modello da seguire

Indigeno. – 1. Che è nativo e originario del luogo. Comunem. si dice di popolazione (o dei singoli individui che la compongono) che, a quanto è noto, risulta essere sempre esistita in un dato territorio e non immigrata […]. Il termine è stato usato spec. con riferimento alla colonizzazione europea, per indicare i nativi dei luoghi occupati, in opposizione ai colonizzatori e conquistatori europei.

– Vocabolario Treccani

Al giorno d’oggi gli indigeni risiedono in 90 nazioni in tutto il mondo e sono circa 400 milioni. Il 9 agosto scorso si è celebrata la giornata internazionale dei popoli indigeni, ideata dall’ONU con lo scopo di ricordare non solo la loro resilienza e intraprendenza, ma anche il loro ruolo fondamentale nella salvaguardia dell’ambiente.

Patrimonio dell’umanità

I popoli indigeni rappresentano circa il 6% della popolazione mondiale, eppure al loro interno troviamo un insieme di culture sorprendenti da cui abbiamo tanto da imparare.
La loro vita nella natura li ha portati a conoscerla in maniera eccezionale e a comprendere tutti i legami tra questa e gli esseri umani: conoscono gli spostamenti degli animali, i cicli di fioritura degli alberi da frutto, riconoscono e distinguono le bacche commestibili da quelle velenose. Sanno molto bene, quindi, che la chiave di tutto è il giusto equilibrio tra uomo e natura e che sfruttare quest’ultima sarebbe controproducente per sé stessi e per le future generazioni. Di conseguenza, è facile comprendere perché l’80% della biodiversità del mondo si trova all’interno delle loro terre.
In questo senso, per l’insieme delle loro conoscenze, potremmo definire i popoli indigeni come facenti parte del Patrimonio dell’umanità. A partire dagli anni ’70, i popoli stessi cominciarono a prendere grande consapevolezza di questa loro condizione, grazie alla formazione delle prime organizzazioni a livello regionale ed internazionale. Così, nel 1977 l’ONU organizza a Ginevra una conferenza internazionale sulla discriminazione dei popoli amerindiani e da quel momento comincia a rendersi conto della loro grande potenzialità nella formazione di un mondo migliore.

Sostenibilità

La parola chiave di questi popoli all’interno della loro vita quotidiana è sostenibilità: essi hanno imparato a prendere dalla natura il necessario senza compromettere l’ecosistema e rispettando gli animali.
Chenchu del sud-est dell’India, per esempio, non raccolgono il miele durante le piogge perché sanno che per le api sarebbe difficile costruirsi una nuova casa quando le superfici sono bagnate. I Soliga, quando lo raccolgono sui rami alti, ne lasciano cadere un po’ a terra così che anche gli animali che non possono arrampicarsi possano mangiarne.
I Bodi dell’Etiopia invece basano la loro cultura e il loro stile di vita di tribù agro-pastorale intorno al bestiame, che è il loro bene più prezioso; ne conoscono infatti molto bene qualsiasi caratteristica, vogliono soddisfare ogni loro bisogno, cantano e ballano con loro e per loro.
Al fine di permettere alla terra di rigenerarsi, gli Jumma del Bangladesh utilizzano la coltivazione a rotazione detta “jhum”, a cui devono il loro nome: coltivano il cibo in piccole zone del loro territorio per poi spostarsi in altre aree. Sulla stessa idea si basa la pratica del “debbio” tra i Wanniyala-Aetto dello Sri Lanka: alcune aree della foresta vengono tagliate ed utilizzate per 2 anni e poi lasciate riposare per altri 7 o 8. 

I popoli indigeni possono quindi insegnarci molto a proposito della natura e della sua conservazione e, come sostiene Robert Jungk, giornalista e saggista austriaco, dovremmo finalmente vedere nella difesa dei popoli indigeni non un atto di compassione, ma un atto di autoconservazione.
È importante ricordare che al giorno d’oggi i loro diritti sulle terre ancestrali sono riconosciuti dalla legge internazionale a differenza del passato, tuttavia allo stesso tempo ci sono ancora molti abusi di tipo politico, economico e razziale che rimangono impuniti.   

Emily Aglì

crediti immagine di copertina: Selcen Kucukustel

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