L’eredità di padre Pino Puglisi, detto 3P

Palermo, 1993.

Siamo nel bel mezzo delle cosiddette “Bombe del ’92-‘93”, una stagione mafiosa caratterizzata da numerosi attentati da parte di Cosa Nostra ad alti funzionari dello stato, ma anche a luoghi di valore storico e culturale. Solo pochi mesi prima, rispettivamente il 23 Maggio e il 19 Luglio 1992, l’Italia era stata scossa dagli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, illustri magistrati dell’Antimafia che avevano instituito il Maxi-Processo di Palermo. In tutta la Sicilia, e nell’Italia intera, venivano definiti “eroi”, venivano pianti, le loro morti accendevano gli animi di chi, fino a quel momento, non aveva voluto schierarsi. 
Non a Brancaccio. A Brancaccio i ragazzini inneggiavano per la strada “Abbiamo vinto!”.
Ed è proprio qui, in questo quartiere tormentato, che Padre Pino Puglisi nacque, fondò il suo centro di accoglienza “Padre Nostro” e morì ucciso dalla Mafia. 

Padre Pino Puglisi, affettuosamente soprannominato 3P dai suoi compaesani e alunni, nacque il 15 Settembre 1937 a Brancaccio, quartiere di Palermo in cui Cosa Nostra era l’unico punto di riferimento, una sorta di buco nero attorno al quale gravitavano bambini e ragazzi che non pensavano di avere nessuna altra scelta. 
Padre Pino Puglisi sapeva bene che per scalfire la mentalità corrotta e criminale della mafia bisognava partire dai ragazzi. Per questo, nel Gennaio del 1993, inaugurò il Centro Padre Nostro, proprio in quel quartiere che conosceva bene e in cui era tornato solo qualche anno prima. Il suo scopo era recuperare i giovani, in particolare quelli già reclutati, mostrando loro che un’alternativa alla malavita c’era. 

3P era amato da molti, ma non dai fratelli Gaviano, Filippo e Giuseppe, boss di Cosa Nostra e alleati di Totò Riina. Si sentivano minacciati da questo prete minuto, che si rifiutava di abbassare la testa e di lasciare che le cose continuassero come sempre. Padre Pino sapeva che uno dei grandi problemi del quartiere era la mancanza di lavoro e che, di conseguenza, la malavita era un canto di sirena per i giovani. 
Ne accolse molti, nel Centro Padre Nostro, e li istruì perché credeva “a tutte le forme di studio, di approfondimento e di protesta contro la mafia. La mafiosità si nutre di una cultura e la diffonde: la cultura dell’illegalità”. Più ragazzi seguivano 3P, meno ne rimanevano da arruolare a Cosa Nostra, e questo a loro non piaceva. Padre Pino Puglisi riceveva molte minacce, tra molotov contro la chiesa, lettere minatorie e telefonate anonime, ma la sua fede in Dio era incrollabile: sapeva di fare la cosa giusta. Non sfidò mai la mafia apertamente, tranne una sera, il 25 Luglio 1993, quando ad una messa si scagliò contro gli uomini d’onore sostenendo che “gli assassini, coloro che vivono e si nutrono di violenza hanno perso la dignità umana. Sono meno che uomini, si degradano da soli, per le loro scelte, al rango di animali”. 

Questa fu la sua firma sulla condanna a morte.
Venne ucciso la sera del suo 56° compleanno, il 15 Settembre 1993, mentre rincasava. I suoi assassini, Grigoli e Spatuzza, in seguito ricordarono come 3P avesse sorriso e, un istante prima di essere giustiziato, disse “Me lo aspettavo”.

credits: IlSussidiario.net

L’eredità di Padre Pino Puglisi
Padre Pino Puglisi non è un eroe. Non ha indossato nessun mantello, non si è elevato a salvatore del popolo. Era una persona come tante, che faceva il suo lavoro di insegnante in maniera egregia, era un prete scherzoso, attento ai bisogni della comunità, colmo di fede. 
Il suo motto “se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”, è una delle sue più grandi eredità. 
La mafia, infatti, non è da vedere come qualcosa di altro rispetto a “noi”. I mafiosi sono padri di famiglia, malati che hanno bisogno di un dottore, clienti in fila al supermercato.
Per citare le parole di Giovanni Falcone: “Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro […]. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia. La mafia non è un cancro proliferato in un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, gente intimidita e ricattata che appartiene a tutti gli strati della società”. 
Questo significa che per essere antimafiosi non basta non essere mafiosi, ma bisogna scegliere attivamente di non partecipare a tutte quelle dinamiche opache che ad una prima occhiata non sembrano collegate alla mafia. Un esempio evidente è il consumo di droga: essendo illegale, arriva al consumatore attraverso dei traffici che nella maggior parte dei casi sono gestiti dalla mafia. 

Padre Pino Puglisi era un antimafioso perché è stato il guastafeste dei piani di Cosa Nostra: non ha lottato contro di loro a livello giudiziario, non ha investigato le reti mafiose, ma ha “semplicemente” fatto bene il suo lavoro, rifiutandosi di piegarsi a quel sistema corrotto che dominava il paese, donando ai ragazzi un’alternativa di vita. Nelle sue note, Falcone scrisse che “la mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine”, “se ognuno fa qualcosa…”.

Per maggiori informazioni sull’Antimafia: https://www.fondazioneagnelli.it/wp-content/uploads/2019/05/Le-mafie-in-Piemonte-LARCO.pdf

Beatrice Segato

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