Referendum Eutanasia Legale

Attualmente il nostro ordinamento prevede che l’eutanasia attiva costituisca reato. Con «eutanasia attiva» si intende l’ipotesi in cui l’intervento di un terzo (si pensi al medico) consiste nel compiere un’azione capace di determinare la morte del paziente, al fine di ridurne le sofferenze. Chiaramente, se compiuta senza il consenso della persona malata, un’azione di questo tipo integra il reato di omicidio volontario, punito dall’art. 575 del codice penale.

Con «eutanasia passiva» si intende, invece, che la condotta del medico è limitata alla sospensione delle cure, allo spegnimento delle macchine che permettono al malato di sopravvivere: così, il medico “lascia morire” il paziente, non ostacolando il decorso naturale della malattia di quest’ultimo. Grazie alla L.219/2017, il rifiuto o la sospensione delle cure salvavita non costituisce reato.

Quanto alla «eutanasia attiva», nel corso del tempo ed ancora oggi, i problemi sono sorti in relazione ad altre due norme: trattasi degli artt. 579 e 580 del codice penale. L’art. 579 (omicidio del consenziente) punisce la condotta di quel medico che, dopo aver ricevuto da parte del paziente la richiesta di un farmaco eutanasico, decida di procedere con la somministrazione. Diversa è l’ipotesi contemplata dall’art. 580 (istigazione o aiuto al suicidio): la norma in questione è volta a punire la condotta di quel medico che prepara e fornisce il farmaco eutanasico al paziente, il quale però provvede all’assunzione in modo autonomo.

Ai sensi del codice penale, in entrambi i casi si ha «eutanasia attiva»: il soggetto terzo, quindi, commette un reato ed è punito con la reclusione.

Ma proprio sulla punibilità dell’aiuto al suicidio si è espressa la Corte costituzionale, con la sentenza n. 242 del 2019. A dare luogo a tale pronuncia fu il processo nei confronti di Marco Cappato per il suicidio assistito di Dj Fabo. Si tratta di una decisione importantissima, con cui il nostro “giudice delle leggi” ha aperto un varco rispetto alla possibilità, per alcuni malati, di poter disporre della propria vita. La Corte stabilì infatti la non punibilità di chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, in presenza delle seguenti condizioni:

  • il malato deve essere capace di intendere e di volere;
  • il malato deve avere una patologia irreversibile;
  • tale malattia irreversibile deve essere fonte di sofferenze che il malato reputa non più tollerabili;
  • il malato si trova a poter sopravvivere grazie a trattamenti di sostegno vitale.

Tali circostanze devono essere verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente.

A queste condizioni – disse la Corte – è possibile procedere al suicidio medicalmente assistito, e la punibilità per l’aiuto al suicidio non scatta.

Tuttavia, si deve ricordare che questa sentenza ha preso in analisi solo l’art. 580 c.p., e non l’art. 579, con la conseguenza – sul piano pratico – che per accedere al suicidio assistito, alle condizioni sopra riportate, il malato deve essere in grado di autosomministrarsi il farmaco. Laddove egli non sia in grado di farlo, scatta l’omicidio del consenziente

Questo è il motivo per cui il Comitato Eutanasia Legale, nato da un’iniziativa dell’Associazione Luca Coscioni, sta lavorando dall’aprile 2021 per raccogliere le 500mila firme necessarie per la proposta di Referendum Eutanasia Legale. Il nostro ordinamento, infatti, non riconosce a una sentenza della Corte costituzionale quell’applicazione immediata che invece viene riconosciuta a una legge. La sentenza presa in esame fornisce sicuramente delle linee guida, ma dando la parola ai cittadini attraverso lo strumento referendario, si persegue lo scopo di sollecitare il Parlamento a recepirle, intervenendo con una legge organica, che regoli una volta per tutte la materia in modo completo. Si tratta di un referendum abrogativo – o meglio, parzialmente abrogativo – dell’articolo 579 c.p.

Analizzando sinteticamente le varie fasi, l’iter prevede che, una volta raccolte ed autenticate le 500mila firme necessarie (ad oggi ne sono state raccolte quasi 900mila), entro il 30 settembre dovrà avvenire il deposito della richiesta di referendum presso la Corte di Cassazione, che effettuerà un controllo di legittimità della richiesta presentata. Successivamente il quesito passerà al vaglio della Corte costituzionale, che deciderà circa l’ammissibilità della richiesta, con sentenza da pubblicarsi entro il 10 febbraio 2022. A questo punto, si potrà indire il referendum e i cittadini saranno chiamati a votare.

Se lo scenario che si presenterà sarà effettivamente quello appena delineato, ci si chiede: Che cosa comporterebbe l’eventuale vittoria del “SÌ”? L’eutanasia attiva diventerà legale? Sì, l’eutanasia attiva sarebbe legalizzata. Ciò implicherebbe la non punibilità dell’operatore medico che, su richiesta del paziente e nel rispetto delle condizioni delineate dalla Corte costituzionale di cui si è parlato precedentemente, inietti il farmaco eutanasico. È importante sottolineare che, in caso di soggetto minore, o incapace, o il cui consenso è stato estorto con violenza, il referendum vuole mantenere la punibilità dell’eutanasia.

Marta Savoretto

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