Il massacro delle balene delle isole Faroe

300 chilometri a nord della Scozia, nel mezzo dell’oceano Nord Atlantico, si ergono le verdi isole Faroe (Føroyar), dalle coste frastagliate, ricche di fiordi e insenature. Ufficialmente parte del Regno di Danimarca, esse costituiscono uno dei suoi due territori autonomi (l’altro è la Groenlandia) e si ritrovano in uno stato particolare di indipendenza, non facendo – per esempio – parte dell’Unione Europea (al contrario della Danimarca).

Con una popolazione di appena 50 mila abitanti, una economia basata principalmente sul turismo e sul commercio di prodotti marini e una posizione remota, il piccolo arcipelago tende a restare seminascosto. Cosa ha portato, quindi, le isole Faroe agli onori della cronaca internazionale di recente?

Lagenorinco acuto, il delfino oggetto della strage dello scorso mese (credits:wikimedia commons)

Una macabra tradizione

L’industria peschiera è di fondamentale importanza per un isolato arcipelago sito nell’iperboreo: si pensi che le isole Faroe sono fra i primi cinque esportatori di salmone atlantico. Non ci sono mai state molte alternative e fin dal tardo medioevo le isole basavano il loro sostentamento sulla pesca.
È da ancora prima, però, che sull’isola si perpetua una violenta tradizione. Fin dagli albori dell’occupazione umana delle Faroe, le balene sono state una fonte inestimabile di cibo e materie prime e la loro uccisione era direttamente correlata alla sopravvivenza degli isolani. Con il passare degli anni, innovazione e progresso avrebbero dovuto rendere obsoleta la caccia alla balena, ma essa viene regolarmente esercitata ancora oggi, nel XXI secolo, facilitata e ostinatamente difesa come tradizione.

La caccia alle balene nel mondo

Da tempo immemore l’uomo va a caccia di cetacei negli oceani del pianeta. Forse sostenibile ai suoi albori, seppur giustificabile, questa pratica si è dimostrata da subito estremamente invasiva. Più di mille anni fa, i balenieri baschi, non tradendo l’intraprendente cultura del loro popolo, sfruttarono per primi l’attività in modo commerciale e, tra una scorribanda e l’altra (nelle quali si spinsero probabilmente in America prima di Colombo), decimarono le popolazioni di balene, ponendo fine al mercato che essi stessi avevano creato. Molte altre nazioni seguirono la stessa strada ciecamente, prosperando su mammiferi marini grandi e piccoli fino ad un punto insostenibile.
Il numero di balene cacciate ha raggiunto il suo massimo negli anni ‘80 del secolo scorso, per poi declinare in seguito ad una serie di moratorie proposte da varie organizzazioni – dalle Nazioni Unite all’allora giovane International Whaling Commission – ed eventualmente accettate.

Il numero di balene uccise è sceso drasticamente, anche se alcune nazioni non rispettano gli accordi e le quote. Sotto questo ambito, Greenpeace ha definito l’IWT “fallimentare”. Come risposta da parte delle più accanite nazioni baleniere, nel 1992 è stata creata la North Atlantic Marine Mammal Commission. Con membri fondatori come Islanda, Norvegia, Groenlandia e Faroe, resta il dubbio su qualche conflitto di interessi relativo alla “conservazione” dei mammiferi marini, oggetto di studio da parte dell’organizzazione.

Grindadráp 

Ritorniamo quindi alle isole Faroe. La routine del Grindadráp, la battuta di caccia, inizia con l’avvistamento di un branco di cetacei al largo delle isole. A quel punto, essi vengono raggruppati e diretti verso una delle 28 baie “legalmente certificate”, dove vengono spiaggiate. La certificazione riguarda quello che avviene immediatamente dopo: ogni isolano abbastanza volenteroso può armarsi di mønustingari (introdotto in luogo del tradizionale coltello in quanto più umano) e partecipare al massacro. Le acque poco profonde si tingono di rosso e gli abitanti prendono tutto quello che possono dalle prede: carne, grasso, pelle.

Il 12 settembre, un branco di lagenorinchi è apparso al largo dell’isola di Eysturoy. Quando i balenieri si sono accorti che il branco era composto da quasi 1500 esemplari era troppo tardi per fermarsi: i delfini erano già ammassati, arenati, in attesa del loro destino. Le uccisioni si sono prolungate più del “necessario” e anche all’interno della comunità Faroese si sono sentite voci contrarie, considerando che degli animali catturati se ne può fare ben poco, al contrario dei tanto stimati globicefali. La faccenda verrà presa in considerazione dagli organi di governo.

Una nota fuori tono

È sbagliato condannare a priori la pratica: il suo valore tradizionale ed economico è incontrovertibile. Eppure il grind è come una stonatura, se inquadrato nella situazione attuale. Con scenari catastrofici che prevedono una perdita di un terzo della biodiversità globale entro il 2050, l’uccisione di centinaia di animali ogni anno perde parte della sua giustificazione.

L’umanità è un ospite scomodo sulla Terra e quest’ultima se ne è resa conto. È arrivato il momento di accantonare tradizioni e crearne di nuove, stabilire il contatto perso con la Natura e il valore che veniva dato alle risorse naturali. L’onnipotenza guadagnata con il progresso ha portato l’uomo a sentirsi superiore rispetto un mondo in cui la sopravvivenza non era data per scontato e gli eventi di questo mese ne sono, tristemente, conferma.

Forse è giunto il momento di mettere a tacere il grind, porre fine a questa dissonanza e lasciare che nell’oceano risuoni solo il canto delle balene.

Davide Borchia

fonte foto in copertina: sea sheperd faroe islands campaign

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