Salvatore Garau: l’intervista.

Le Sculture Invisibili di Salvatore Garau hanno recentemente riscontrato un notevole successo nel panorama dell’arte contemporanea, suscitando numerosi dubbi e domande. Si tratta di opere prive di materia fisica, installate nelle piazze mondiali e addirittura vendute all’asta in cambio di cifre sostanziose. Afrodite Piange, L’uomo che pensa, Buddha in contemplazione sono solo alcuni dei titoli di queste sculture. Può un’opera d’arte che effettivamente non esiste considerarsi tale? Dove si trova il confine tra arte e filosofia? Lo scorso 1° settembre abbiamo dedicato un articolo a riguardo (clicca qui per leggerlo) e Salvatore Garau, dopo una gentile corrispondenza, ha accettato di farsi intervistare per rispondere in prima persona ai nostri lettori.

Andiamo con la prima domanda. Com’è nata l’idea di dare forma all’invisibile tramite le sue sculture?

Deve sapere questo, Giulia: l’invisibile mi affascina da moltissimi anni. Già nei Quadri Neri degli anni Settanta, queste masse amebiche fatte di neri lucidi e neri opachi, in cui vedo e non vedo la figura. Insomma, l’idea di ciò che non si vede mi affascina molto più di ciò che si vede, al giorno d’oggi, poi, non ne parliamo! Il mistero è ciò che più mi affascina, per cui ho pensato: “Prima o poi realizzerò delle sculture invisibili”. Poi ho lasciato stare, credendo che l’invisibile fosse già stato toccato da artisti come De Dominicis, ispiratosi a Yves Klein, a sua volta ispiratosi a Duchamp. Volevo che l’invisibile diventasse un linguaggio mio personale, un nuovo concetto. All’incirca cinque anni fa a Oristano, la città da cui la sto videochiamando e da cui non mi muovo da due anni, hanno installato su una rotonda un’idiozia geniale: un basso rilievo fatto dai ragazzi della Scuola d’Arte che raffigura l’albero genealogico di Eleonora d’Arborea, posizionato in modo tale che si possa vedere solo da un drone. Mi sono chiesto: “Come mai esponi una cosa che nessun passante può vedere?”. Quando è scoppiata la pandemia ho pensato di appropriarmi degli strumenti offerti dall’arte concettuale (sebbene in sé non mi piaccia più di tanto) e organizzare un’opera invisibile da collocare sopra il bassorilievo, intitolata L’uomo che pensa. Ovviamente il comune non ha pensato a questa cosa così raffinata. L’assenza che ha dominato il pianeta durante la pandemia è un concetto che mi appartiene appieno e posso dare un nuovo vestito a queste opere invisibili, aggiungendo la mia firma a un tema già sfiorato da altri. Una scultura invisibile messa in una piazza pubblica è una novità, ben diversa dall’arte concettuale imprigionata nella teca di una galleria, protetta dai critici e da un pubblico selezionato. A me non interessa essere il primo in assoluto, ogni artista costruisce seguendo un filo rosso che ci porta sino all’uomo delle caverne. Persino Picasso non avrebbe dipinto Les Demoiselles d’Avignon se non avesse conosciuto l’arte africana. Nessuno di noi deve considerarsi originale al cento per cento, è sufficiente aggiungere una piccola parola nuova e io sono soddisfatto di questo.

Che rapporto c’è tra le sue sculture e il concetto di vuoto?

In questo momento storico siamo circondati veramente dall’invisibile, a partire dal virus. L’angoscia che ha relegato le persone nelle case creando questa assenza, io l’ho vista e ho capito che sarebbe stata la materia delle mie sculture. Non mi serviva più utilizzare i soliti materiali da pittore, era sufficiente questa assenza pervasiva. Negli anni Sessanta si teorizzavano concetti complicati riguardo l’invisibile, oggi grazie alla condizione generata dalla pandemia sono arrivato a una semplicità estrema: io ti dico con un titolo che là c’è una scultura, sta a te decidere di vederla o no, ma io la vedo in un modo tangibile. Queste sculture invisibili si arricchiscono quotidianamente di nuovi concetti. Il primo che mi è interessato tantissimo è che mi sono sentito stanco di troppe immagini, di troppi discorsi politici fatti con lo stampino: l’abbondanza eccessiva di queste cose, fa sì che esse si annullino. Ci troviamo nel nulla più totale, esattamente come nella mia scultura. Sui social vediamo una quantità infinita di immagini, ma a fine giornata non ne ricordiamo neanche una. Un ragazzo mi ha scritto di essere incappato in una mia scultura che non si vede e di come essa fosse l’unica cosa che si ricordava dopo una giornata ricca di immagini. Il troppo si annulla, sbianca nella mente. Negli anni Ottanta suonavo con un gruppo storico d’avanguardia e andavo in tournée per tutta Europa. Eravamo a Madrid per la prima festa dopo la morte di Francisco Franco con sessantamila persone, di cui io non ricordo una faccia. A distanza di una settimana suonammo a Imperia, con un pubblico di dodici per colpa di un errore di organizzazione del teatro. Io oggi ricordo ancora i loro visi. Il poco aiuta a dare uno spirito e a concentrarsi, il troppo si annulla perché nella testa non abbiamo la possibilità di incamerare tutte le informazioni che vorremmo.

Le sculture invisibili cambiano in base all’immaginazione dello spettatore. Lei cosa vede in opere come “Buddha in contemplazione” o “Afrodite Piange”?

Io pratico il buddismo da trentatré anni. Esso dice che ognuno di noi è Buddha, che lo sappia o no ha questa forza enorme dentro di sé. Sono stato affascinato da questa filosofia o religione e me ne sono appropriato. Quando dico che l’opera si chiama Buddha in contemplazione sto dicendo che tu stai contemplando te stesso, stai attivando dentro di te dei processi mentali apparentemente derivanti dall’esterno. Uno dei motivi principali di queste Sculture Invisibili è che stiamo perdendo nel mondo la facoltà di meravigliarsi, di avere fantasia. Vogliamo tutto preconfezionato, con velocità, 4G…5G! Non hai il tempo per selezionare e pensare, per cui non hai nemmeno tempo di immaginare. Ecco che io con queste sculture propongo un momento di riflessione poiché uno possa attivare la propria fantasia e la sua possibilità di formare la propria personale scultura. Tempo fa Jack Koons ha detto che il materiale delle sue sculture sarà eterno e testato per durare 10 mila anni. Ma di fatto non lo è, l’immaginazione è eterna.

Attualmente la critica sembra schierarsi in due fronti: coloro che ammirano e appoggiano la sua arte e coloro che non la comprendono. Quali sono le sue opinioni a riguardo?

L’importante è che se ne parli.” Un’opera se è viva deve creare dibattito, le voci contrarie sono le più importanti, se non le avessi avute avrei dovuto chiedere alle persone di attaccarmi di nascosto! Io in tutto il pianeta ho avuto degli attacchi impressionanti. Un giornalista del «Süddeutsche Zeitung», importante quotidiano tedesco, mi ha chiesto cosa pensassi del fatto che gli uomini sudamericani mi stiano attaccando e ho risposto all’italiana dicendo che: “Mi entra da un orecchio e mi esce dall’altro”. Su YouTube ci sono una montagna di commenti in cui vengo additato come un folle truffatore, non li elimino perché voglio che la gente legga il pensiero del popolo comune che non si occupa di arte contemporanea. Questo è successo a New York, in Spagna, Sud Africa, Arabia Saudita. Poco tempo fa ho rilasciato un’intervista a un giornalista francese che mi ha fatto presente che a Parigi per un mese e mezzo non si è parlato di altro se non delle mie sculture invisibili. Un giorno è addirittura passato un autobus con su scritto: “Garau: genio o folle?”, pubblicità di un articolo uscito su una certa rivista. Per alcuni sono un genio, per altri un folle, per altri ancora un truffatore, è normale che questo succeda, non devo preoccuparmene. Anche Duchamp con Fontana, il suo orinatoio, ha subito le stesse critiche. Pensiamo a Caravaggio, il suo coraggio nel dipingere un’ipotetica prostituta incinta o popolana con la pancia gonfia di acqua del Tevere per fare le veci della Vergine Maria. Non si è di certo spaventato delle critiche dei frati. Proprio perché vuoi pensare alla gente, non devi pensare alla gente. Se vuoi fare opere per ingraziarti il giudizio delle persone comuni, non stai facendo il loro bene. Ci vuole tempo, prima o poi si dovrà inevitabilmente fare i conti con queste mie sculture invisibili nate in questo momento storico. Se ne hanno parlato in tutto il mondo, sicuramente la mia opera ha scatenato qualcosa nell’intimo delle persone. Anche la paura dell’horror vacui, del nulla, colpisce perché in realtà è un vuoto pieno di tantissimo. A quante cose diamo valore, per poi rivelarsi nulla assoluto?

Nell’articolo precedente sulle sculture invisibili avevamo posto un quesito finale: dove si trova il confine tra arte e filosofia? Esiste un confine? Cosa si sente di rispondere a riguardo?

Io non metto confini da nessuna parte, né nei rapporti umani, né nell’arte. Se qualcosa è destinato a finire, si chiude. Dalle persone meno prevedibili puoi imparare un sacco di cose, motivo per cui apro tutte le porte e le finestre possibili. Ho girato il docufilm La Tela con i detenuti delle carceri di massima sicurezza, ha partecipato al Festival di Venezia e ricevuto anche un premio al Festival Internazionale del Cinema a Parigi. Tutti i momenti creativi (pittura, danza, filosofia…) inevitabilmente sconfinano in altre arti perché hanno bisogno di alimentarsi. La filosofia, se avesse solo se stessa, rischierebbe di dimagrire. Ma, se avvicinata ad altre discipline artistiche o scientifiche, si alimenta. Non c’è un muro, siamo noi che costruiamo muri. Pensa a quali livelli potrebbero arrivare la nostra fantasia e la nostra creatività se eliminassimo queste barriere, ma inconsciamente continuiamo a costruirle tra stati, persone e arti. Nel caso di questa scultura che effettivamente non c’è e di cui conosciamo solo il titolo, di certo sconfiniamo di brutto nella filosofia o nella poesia. Afrodite piange, un titolo di due parole che contiene una montagna di significati. Uno di questi: Afrodite è la dea greca della bellezza e dell’amore, piange perché lei come allegoria di amore e bellezza sta scomparendo dal pianeta. Non è retorica, io avverto fisicamente che sta scomparendo la bellezza e l’amore in senso totale tra le persone. Sulle app di incontri o nelle chat ci soffermiamo alla foto di un viso, se ci piace bene altrimenti con un click passo alla prossima persona. Stanno scomparendo i rapporti umani, l’amore. In quel titolo ho messo una dea o scultura greca al cui interno sono nascosti tutti questi concetti, come una scatola cinese.

Cosa direbbe ai giovani che oggi vorrebbero approcciarsi all’arte contemporanea?

La prima cosa che direi sarebbe: “Molla il colpo! Prendi un’altra strada perché è una lotta titanica mostruosa!”. La seconda: “Se pensi di avere veramente le palle per affrontare questa avventura, allora lascia tutto e pensa solo a fare arte, anche a costo di non guadagnare una lira per anni”. Sono cose che ho vissuto sulla mia pelle, il successo è altalenante. Quando ci fu la Guerra del Golfo i collezionisti giravano per gli studi pagando le opere a un prezzo bassissimo, pur di non svendere le mie opere ho dovuto resistere. Ho rifiutato l’insegnamento a Brera e Sassari per non condizionare involontariamente gli allievi con il mio pensiero e perché non avrei avuto il tempo di dedicarmi appieno alla pittura, alla sceneggiatura per il mio prossimo film, alle sculture invisibili da installare nelle piazze (la prossima sarà esposta verso dicembre a Berlino). All’inizio potresti avere anche un colpo di fortuna enorme, ma hai le basi intellettuali, filosofiche, concettuali, culturali per mandare avanti il lavoro? Oppure si può scegliere di formarsi progressivamente, di costruire le fondamenta per affrontare questa avventura. È la soluzione migliore per svolgere la missione più bella del mondo: essere artista. Il nostro compito è portare la bellezza nel pianeta, la tua personale visione della vita. Quindi direi sì! Se hai le palle assolutamente sì!

Quali sono i suoi prossimi progetti artistici oltre l’esposizione a Berlino?

Ce ne sono cinque, uno più bello dell’altro, ma non posso svelartene troppi perché non so ancora quando saranno sviluppati i tempi. Posso dirti che ci sono trentatré tele enormi intitolate Futuri affreschi italiani (pale d’altare per un altro pianeta). Si tratta di pittura, alcune sono alte anche quattro metri e mezzo. Tra un mese verrà installata la testa di una gigantesca anguilla che ho regalato al mio paese, l’Anguilla di Marte. Nasce da una leggenda popolare ed è proprio il popolo che mi ha chiesto di farla, al suo interno contiene una sorpresa. Rappresenta il luogo e il momento storico che stiamo vivendo. Un’ultima cosa, ai lettori che seguono «The Password» consiglierei di guardare i trailer del docufilm La Tela, Futuri affreschi italiani, docu-thriller che ho girato sulle pale d’altare di cui parlavo precedentemente e, infine, quello su L’Anguilla di Marte. Questi video aiutano le persone a capire di più i quarantacinque anni di lavoro dietro le sculture invisibili.

Giulia Calvi

fonte foto in copertina: affari.italiani

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