Latino e greco fuori da Princeton!

Nel giugno 2021, presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’università americana di Princeton, è scoppiata una vera e propria “bomba ad orologeria” per il dibattito tra classicisti. In poche parole, in Italia è arrivata la notizia secondo la quale la prestigiosa facoltà abbia deciso di eliminare il latino e il greco dai corsi di studi per una questione di inclusività. Tuttavia, il fatto è molto più complesso e merita qualche precisazione in più.

Il latino e il greco. In America sono materie alla portata di tutti?

Tralasciando la loro insidiosa e molto spesso odiata difficoltà grammaticale e linguistica, in America, specie negli Stati Uniti, il latino e il greco sono materie che molto sovente non compaiono nei piani studio dei liceali. Spessissimo infatti queste lingue sono insegnate in scuole private, costosissime e purtroppo frequentate da una minima parte di membri di famiglie bianche. Perciò, se un ragazzo o una ragazza afroamericani, o di qualsiasi altra origine, volesse proseguire i propri studi umanistici – magari anche con l’aiuto di una borsa di studio – si ritroverebbe a dover partire da zero all’università per essere alla pari con i propri compagni di corso.

Ecco allora che l’Università di Princeton ha optato per una soluzione più semplice e che a primo impatto sembrerebbe essere inclusiva: togliere l’obbligatorietà dei corsi di lingue classiche, per poter facilitare gli studenti senza precludere loro la continuazione di una carriera umanistica.

Allora, dove stanno i problemi?

Studiare un classico – che sia greco, latino oppure di una qualsiasi altra letteratura – è molto affascinante e lo è ancora di più se ci si prova a immedesimare in un parlante la lingua dell’autore in questione. Così facendo, ci si potrebbe chiedere: perché Lisia, vissuto ad Atene nel V sec. a.C., ha scritto in questo modo questa sua orazione? Perché Cicerone ha scelto questo termine invece di quest’altro? Perché Seneca ha impostato il proprio discorso in quest’altro modo? E così via… Può sembrare scontato o addirittura banale, ma studiare la sintassi, la grammatica e il lessico di una lingua effettivamente aiuta a comprendere la forma mentis di un individuo che la parli.

Da Princeton, invece, la polemica è scoppiata per varie ragioni. Per i classicisti più convinti latino e greco sono materie intoccabili, quasi sacre e assolutamente inviolabili. Poi, come già detto, l’opinione avversa è data anche dalla conseguente perdita di una fetta delle conoscenze legate a tali lingue: la storia, la cultura, l’archeologia e tantissime altre. Infine, quello che preoccuperebbe di più è ciò che sta alla base di quanto affermato dal dipartimento. La cancellazione dell’obbligatorietà di tali materie eliminerebbe la discriminazione di base nei confronti degli studenti che non si sono potuti permettere una formazione classica.

Così facendo, però, le polemiche sono salite alle stelle ancora di più. I più eccessivi hanno infatti ipotizzato che alla base di questa azione inclusiva vi fosse, al contrario, un tentativo di esclusione contro alcuni degli studi universitari.

Che sia andata o meno in questo modo, è doveroso affermare che non si dovrebbe abbandonare il dibattito: studiare queste due lingue è senza dubbio utile e soprattutto edificante e una politica di inclusività differente potrebbe effettivamente appianare le disparità scolastiche.

Nicola Gautero

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