La falsa minaccia dell’ambientalismo radical-chic

Anche nella terza decade del XXI secolo, non ci si stupisce di vedere questioni politicamente “atee” venire trasformate in un terreno di scontro tra partiti (e singoli politici), in una strumentalizzazione che ha spesso come risultato il perdere di vista il cuore della questione per dedicarsi ad un battibecco ben poco costruttivo.

È così che, appena lasciata alle spalle un’estate segnata da incendi, inondazioni e ondate di calore senza precedenti, invece di considerare l’imminente necessità del mondo di abbandonare dogmi e abitudini che ci hanno portato sulla cattiva strada, si finisce per assistere all’ennesima “etichettatura”. Questa volta l’ambientalismo, già di per sé pericolosamente incluso negli -ismi, diventa “radical-chic” nelle parole del ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, a cui si aggiunge un’ulteriore offesa, forse un po’ a sproposito, in cui questi ambientalisti “oltranzisti” vengono considerati peggio della crisi climatica – più pericolosi – ed infine un invito ai giovani: “se non guardate i numeri, rischiate di farvi male”.

Forse gli ambientalisti non sono peggio della crisi, anche se c’è da dirlo, nel corso degli anni i movimenti verdi ne hanno combinate delle belle (come quando hanno usato dei missili anticarro contro una centrale nucleare in costruzione), e spesso sembrano farsi trasportare dal cuore più che dalle gelide cifre. Il dito sarebbe da puntare alle 20 compagnie che sono responsabili di un terzo delle emissioni mondiali, ma in qualche modo ci sentiamo (o ci hanno fatti sentire) responsabili, personalmente.

Materia del dibattito era anche l’energia nucleare: bella sulla carta, ma nella realtà delle cose deve scontrarsi con la paura atavica verso qualcosa che sfugge alla nostra comprensione. È facile non temere una centrale a gas, anche se è più dannosa di una nucleare: in cucina abbiamo un’esperienza quotidiana di quella stessa combustione.

L’invito a guardare i numeri è radicato nella fede che la nostra società ha riposto nella scienza (in un modo forse esagerato, ma ne parleremo più avanti). I numeri non sbagliano e non possono essere male interpretati, a parte quando succede, ovviamente. Muovere la porta (una fallacia statistica) quando si determina il carbon budget dell’umanità rischia di sottostimare gravemente il problema.

Eppure i numeri necessari sono a disposizione e parlano chiaro: l’ecosistema è in crisi, e bisogna agire subito. Passano gli anni, passano i trend e una conferenza dopo l’altra i leaders mondiali continuano a scambiarsi strette di mano (o colpi di gomito), a guardare numeri, ignorarli e a crearne altri che sembrano minimizzare l’emergenza (“net zero by 2050”) invece di mostrare quelle forti prese di posizione che tanto sono necessarie.

Il più recente report IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) parla chiaro affermando che, anche nello scenario migliore (con emissioni ridotte al minimo) si raggiungerà 1.5 °C di riscaldamento. Nello scenario in cui si continua per la stessa strada su cui siamo oggi, 2 °C saranno raggiunti per la metà del secolo.

Forse, quindi, ci siamo già fatti male ed è arrivato, una volta per tutte, il momento di smettere di guardare ipnotizzati i numeri. La scienza ci ha detto cosa fare ed è ora di abbandonare etichette, fazioni e prese di posizione e di agire nel modo più veloce, istintivo e forse emotivo possibile. Alla lunga diventano parole vuote. In mezzo a tanti blah blah blah, l’azione migliore è, come dimostrato dai giovani, alzare la voce e protestare per ottenere finalmente giustizia da parte delle persone che, invece di agire, si limitano ai soliti convoluti e vuoti discorsi.

Un post tratto dal profilo Twitter del Ministero della Transizione Ecologica: @MiTE_IT #Youth4Climate è pronta a partire. Con @GretaThunberg e #Cingolani a @Milano (https://twitter.com/MiTE_IT/status/1442763334269472772)

Michael Collins, diretto verso la Luna a bordo dell’Apollo 11, disse:
“La cosa che mi sorprese per davvero fu che [la Terra] proiettasse un’idea di fragilità. E il perché, non lo so. Non lo so ancora oggi. Sentivo che è piccola, è brillante, è bella, è casa, ed è fragile.”

Quella fragilità sfugge alla comprensione ed il suo degrado non sembra pressante, in un fenomeno di creeping normality. “Not in a bang, but in a whimper”, secondo le famose parole di Eliot. Ma è casa ed è nostra responsabilità averne cura, in qualsiasi stato si trovi. Bisogna smettere di denunciare i propri fratelli e sorelle, ed iniziare a darsi da fare, insieme.

Davide Borchia

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