Mixte: la recensione

La Francia non è certo una novellina quando si tratta di produzioni per il grande schermo, ma i servizi di streaming ci hanno permesso di scoprire i favolosi prodotti francesi per la TV. Così dopo ottime commedie come Dix pour cent (in Italia arrivato sotto il nome di Chiami il mio agente!, spesso definito il Boris francese), Au service de la France o Family Business, targati Netflix, nel 2021 arriva Mixte, a firma Amazon Prime.

La serie

1963: il liceo Voltaire è uno dei primi in Francia ad ammettere le femmine nei licei. Così, undici ragazze fanno il loro ingresso in seconda superiore, in un mondo al tempo stesso incuriosito dalla novità e restio al cambiamento. La serie segue le avventure di Michèle, Simone e Annick mentre navigano gli amori adolescenziali, la scoperta della loro sessualità e la scuola. Un teen drama in piena regola se non fosse per l’ambientazione, che aggiunge un interessante aspetto sociale alle vicende: le ragazze non devono affrontare soltanto l’adolescenza, ma anche il sessismo di un ambiente che fatica ad accettarle. I problemi non mancano a causa sia di alcuni compagni sia degli adulti, i primi ad aggrapparsi con le unghie e con i denti allo status quo.

Perché guardare Mixte

Perché fa un ottimo lavoro con i suoi personaggi

Mixte mette in scena una moltitudine di personaggi diversi, riuscendo a dare una storia a ciascuno di loro, pur mantenendo un tono leggero e spensierato. Da un certo punto di vista, gli adolescenti rientrano un po’ tutti in stereotipi già collaudati: la ragazza un po’ svampita che sogna il grande amore; l’ingenue, la ragazza bella e intelligente con una situazione familiare difficile; il bullo, lo “sfigato” e così via. E, tuttavia, riescono anche a sembrare reali: gli stereotipi sono tali per una ragione e persone che rientrano parzialmente in questi paradigmi esistono nella quotidianità di tutti. Mixte si preoccupa di dare ai suoi personaggi spazio e screen time, ma non forza mai la mano provando a dar loro a tutti i costi una profondità che in prodotti analoghi spesso risulta melodrammatica o esagerata (in Mixte l’ambientazione finalmente lontana da un liceo americano, o qualcosa che vuole a tutti i costi assomigliargli, aiuta di certo). Semplicemente sono ragazzini e i ragazzini sono spesso cattivi, acidi, vapidi o svampiti: non c’è necessariamente bisogno di “redimerli” o di dare spiegazioni complicate per il loro carattere. Mixte riesce a capire che più che altro c’è bisogno di accettarli e, forse, di aspettare che crescano.

Perché affronta temi caldi con leggerezza

In una storia come quella di Mixte, il protagonista assoluto non può che essere il sessismo. Si trova a tutti i livelli: nelle battutine dei compagni di classe, nell’atteggiamento possessivo del fratello di Michèle, nella freddezza e maleducazione di un medico che pratica un raschiamento. Ma il sessismo è presente anche tra gli adulti in modo meno plateale, con ritornelli fin troppo conosciuti nei discorsi che si sentono sui social e nei dibattiti pubblici: il problema principale nell’ammettere le ragazze? Ma come faranno i ragazzi a concentrarsi! Un ragazzo fa a botte per difendere sua sorella da uno scherzo sessista e rischia di essere espulso? Colpa della sorella, l’avevano detto i genitori che mandarla al liceo avrebbe creato problemi! Una nota perché una ragazza arriva in ritardo? Suvvia, signorina, sorrida ché è così bella.
Ma la serie fa anche una scelta consapevole di mantenere i toni leggeri: il sessismo non si trasforma mai in violenza e gli sceneggiatori si impegnano anche a mostrare che le ragazze fanno amicizia con i maschi, che la loro esperienza scolastica procede e che non sono ostracizzate, quanto piuttosto costrette, a sopportare col sorriso battute e professori che ignorano le loro mani alzate quando c’è la possibilità di dare la parola a un ragazzo. Suona familiare? Sì, perché grazie a questa scelta la serie si guadagna l’indubbio vantaggio di facilitare l’identificazione con tutto il suo pubblico: Mixte non suona mai moralizzante o eccezionale; semplicemente è estremamente – e tristemente – comune. La maggior parte dei liceali non è composta da molestatori, la maggior parte degli uomini non pensa che le donne non dovrebbero avere nessun diritto, ma rende la vita un po’ più difficile a donne e ragazze a furia di sguardi, complimenti non richiesti, battute sulle tette e consigli sul matrimonio. Qualcuno potrebbe criticare Mixte per non aver esplorato abbastanza gli effetti di una cultura patriarcale, ma ha l’indubbio pregio di aver mostrato che, spesso, il sessismo è “benevolo” e, quasi sempre, talmente radicato nella cultura da essere quasi irriconoscibile.

Ogni generazione ha i suoi boomer

Avete mai sentito parlare dell’effetto Sally Draper? In Mad Men, Sally è la figlia maggiore di Don e Betty, bambina a metà degli anni ‘50 e giovane donna all’inizio dei ‘70. Sally è considerata una delle prime e più riuscite rappresentazioni di un baby boomer in televisione (a questo proposito il canale YouTube The Take ha un ottimo video essay intitolato Sally Draper: the baby boomers are alright). Nell’idea dei creatori di Mad Men, Sally doveva essere il ponte tra i protagonisti della serie e lo spettatore, a cui doveva ricordare, a seconda dell’età, il sé stesso da bambino o la propria mamma. Tuttavia non ha funzionato così: per i più giovani, Sally non è la madre o la nonna, ma un alter ego; per i più anziani è la figlia o la nipote. Ci possono essere diverse ragioni: la prima, la più banale, è che è difficile prestare attenzione alla data di nascita quando sullo schermo vediamo una bambina, ma è anche difficile ricollegare la Sally che viene sgridata dai genitori, che protesta contro il Vietnam, che fuma e mette la minigonna, con l’idea che abbiamo noi di qualcuno nato negli anni ‘50. Semplicemente quel boomer non ha niente a che vedere con i boomer che popolano i social e per i quali sembriamo aver dato al termine un significato nuovo. Qualcosa di simile accade in Mixte: i protagonisti sono nati nel dopo guerra, ascoltano Elvis e i Beatles, non amano il latino e pensano a divertirsi e innamorarsi. I professori più giovani, troppo vecchi per essere sessantottini, troppo giovani per accettare la vita da genitori, cercano modi per vivere la loro sessualità in maniera più o meno libera, che si tratti di omosessualità o divorzio. E tutti questi personaggi hanno immancabilmente un genitore, un superiore, un professore che li tratta con condiscendenza e dà loro dei degenerati. Insomma: anche i nati negli anni ‘50 hanno avuto una generazione precedente che li accusava di aver perso ogni valore e che li vessava con prediche a cui, oggi, l’unica risposta sensata sarebbe proprio: “Ok boomer“. Riflettere sui conflitti intergenerazionali è particolarmente importante in una serie che parla di sessismo, perché riesce a collegare sessismo e privilegio nel modo giusto. I più ardentemente misogini sono uomini o donne, in posizioni di autorità, che si sentono minacciati da una professoressa giovane che non ha fatto il loro stesso percorso o da una bella ragazza brava in latino. Emblematico di questo meccanismo è il fatto che uno scorbutico professore di latino, già poco felice della novità al liceo Voltaire, si indigni incredibilmente alla notizia che le ragazze dovranno usare le toilettes dei professori. “Abissus abissum invocat” tuona in una scena che dovrebbe essere comica, ma che dice tantissimo dei meccanismi con cui ci aggrappiamo ai nostri privilegi.

Ginevra Gatti

In copertina la locandina ufficiale della serie TV. Crediti: lavoixdunord.fr

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