La corsa (segreta) alle nuove materie prime

Cosa hanno in comune un villaggio nel montagnoso nord del Portogallo, un altopiano andino, la foresta burmese ed il fondale a 5 chilometri di profondità nel mezzo dell’oceano Pacifico?

Per trovare la risposta è sufficiente volgere lo sguardo alla storia e all’insaziabile desiderio umano di materie prime. Ovunque c’è stata ricchezza di materiali si sono venuti a creare punti focali della nostra civiltà: dal commercio al colonialismo, da imperi a guerre, l’umanità è sempre stata intrecciata strettamente alle risorse grezze, che richiedono poca lavorazione a parte il loro approvvigionamento. Spezie, petrolio, minerali, la lista è lunga.

Il libro della nostra storia ci ha messo nella scomoda posizione di star scrivendo quello che per la prima volta sembra davvero poter essere uno degli ultimi capitoli. Le armi nucleari erano spaventose, sì, ma quel capitolo era, dopotutto, un bluff: la “minaccia esistenziale” di cui ci parlano scienziati e cosiddetti leader è come giocare contro il banco, contro la Natura non si vince. E troppo tardi sicuramente, l’umanità sta correndo ai ripari, cercando di ribaltare una società verso il “green”, il rinnovabile e chi più ne ha, più ne metta.

I protagonisti nascosti di questa vicenda, quelli che non vediamo ma ci circondano, sono le materie prime che costituiscono le basi di queste nuove tecnologie, fondamentali per permettere quella transizione dai combustibili fossili alle belle infografiche tinte di colori pastello. L’estrazione ed il controllo di queste risorse pongono nuove sfide e al momento non sembra che la società punti nella giusta direzione: l’umanità non deve combattere se stessa solo per arginare la catastrofe ambientale, ma anche per superare divergenze, ingiustizie, discriminazioni. La corsa alle nuove materie prime non sembra considerare nessuna di queste cose (ma forse c’è speranza).

Litio: l’oro bianco dello sviluppo sostenibile

Il punto più facile da dove iniziare è quello più evidente: la transizione ai trasporti elettrici e alle energie rinnovabili. I trasporti causano in Europa il 20% delle emissioni totali di CO2. Ecco quindi che uno dei pilastri dell’azione climatica è l’elettrificazione dei veicoli (anche se non di tutti i veicoli, sembra che Ferrari e compagnia possano spuntarla). D’altro canto, fonti di elettricità rinnovabili che non rispettano i nostri ritmi (cosa succede se quando ho bisogno di caricare l’auto, è nuvoloso?) rendono necessario immagazzinare elettricità per ottimizzare la distribuzione. Tutto ciò si traduce in batterie, batterie sempre più capaci e performanti, che richiedono quantità spropositate di litio.

Il litio è un metallo soffice, leggero, dalle strane proprietà (si usa nel trattamento del disturbo bipolare) e soprattutto è alla base delle batterie, in un sempre crescente numero di dispositivi, dagli smartphone alle auto. La transizione verso un’economia non basata sui combustibili fossili lo vede come protagonista: le proiezioni europee vedono la richiesta del metallo crescere di 18 volte (non del 18%) nel 2030, e di 60 volte nel 2050. Il resto del mondo “sviluppato” è in linea con questi valori.

La corsa al litio diventerà sicuramente una delle forze che modelleranno gli equilibri di potere degli anni a venire. Basti pensare che l’Unione Europea ha come obiettivo quello di essere indipendente dal punto di vista del suo approvvigionamento: uno sforzo non indifferente, che ha portato a progetti di estrazione mineraria un po’ ovunque nel continente (solo a titolo di esempio: Portogallo, Austria, Finlandia, Germania). Cui bono? Probabilmente non alle popolazioni locali, solitamente insoddisfatte. In Portogallo hanno recentemente “vinto” uno stallo nella decisione di aprire un sito minerario nel distretto di Vila Real. Risale a pochi giorni fa una protesta in Serbia che ha coinvolto migliaia di persone preoccupate dell’impatto dovuto all’estrazione di litio da parte della Rio Tinto, che per quanto si dipinga come environmental friendly, attenta ai diritti umani, ed etica… non ha esattamente dei lodevoli precedenti.

Dove invece le grandi compagnie minerarie hanno avuto la meglio è stato il Sud America, dove nei deserti delle Ande le comunità indigene hanno assistito alla nascita ed espansione di grandi miniere a cielo aperto.

Le miniere di litio nel deserto di Atacama: l’inserto in alto a sinistra è un’immagine satellitare di Torino. (credits: Google Earth)

L’immagine mette in prospettiva la dimensione del problema. Le miniere in cui le acque sotterranee vengono pompate in superficie per separare il minerale grezzo, grandi come città, rappresentano la violenza che l’uomo perpetua sulla sua stessa dimora. Difficilmente questo processo porterà benefici locali. La ricchezza generata dalle miniere non sembra tornare alla terra a cui appartiene, e le popolazioni indigene vedono i loro altipiani venire impoveriti, trasformati, resi più aridi di quanto già non siano e la poca acqua potabile usata per soddisfare bisogni che non hanno.

La richiesta di litio è esacerbata dalla rapida corsa delle nazioni sviluppate all’elettrificazione, ad esempio la Norvegia potrebbe vendere il suo ultimo veicolo a combustione interna già il prossimo aprile. In un mondo in cui le tensioni fra stati si fanno sentire, questa folle corsa contro il tempo rischia di trasformarsi in conflitti, profonde disuguaglianze e il solito arricchimento di individui che chiaramente hanno a cuore unicamente il profitto.

La ricchezza del profondo blu

La devastazione degli ecosistemi non sembra interrompersi e dove non influisce sul benessere delle popolazioni locali, ferisce comunque in modo irrimediabile la Natura. Dove pochi esseri umani hanno potuto posare lo sguardo, dove nessuna persona verrebbe danneggiata direttamente, giacciono tesori che allettano l’economia: il deep sea mining è la pratica di estrarre materie prime dai fondali oceanici.

Due brevi parole riguardo a questo ambiente: esso è largamente inesplorato (si dice che l’umanità conosce meglio l’universo degli oceani). Il suo volume è difficilmente apprezzabile, dato che la maggior parte degli affari umani riguarda una sottile porzione vicina al pelo dell’acqua. Ogni esplorazione delle profondità ha mostrato una ricchezza in termini di vita inaspettata per un ambiente tanto inospitale: ogni centimetro quadrato dovrebbe sopportare un peso di 500 kg, tanto che potrebbe essere paragonabile alla foresta pluviale. Questi fondali sono ricchi di materie prime, in particolare sotto forma di noduli polimetallici e depositi in prossimità di sorgenti geotermali.

Noduli polimetallici sul fondale oceanico. (credits: wikimedia commons)

I noduli, piccole concrezioni di forma pressoché sferica di una decina di centimetri di diametro, sono composti da metalli quali manganese, cobalto, nichel, accresciuti negli anni attorno ad un nucleo iniziale. Si stima che i fondali contengano riserve di questi metalli di gran lunga più ricche di quelle attualmente utilizzate.
In uno scenario di crescita green i tesori contenuti nei noduli polimetallici costituiscono uno dei pilastri portanti ed è quasi inevitabile che prima o poi l’umanità inizi a sfruttarli. Permessi di estrazione vengono già a delinearsi all’orizzonte, accompagnati dalle spaventate lamentele da parte della maggior parte della comunità scientifica.

La loro raccolta è di per sé una sfida tecnica di proporzioni colossali, essendo i noduli situati chilometri sotto il livello del mare. Escavatrici comandate a distanza verranno posate sul fondale, dove inizieranno a muoversi, rimuovendo indiscriminatamente 10-15 cm di terreno e portando in superficie i preziosi materiali, per poi semplicemente scaricare il sedimento residuo (inutile per l’uomo ma dimora di quante specie?) nuovamente nell’oceano. Una procedura così poco selettiva avrebbe effetti deleteri su un ecosistema che rimane praticamente sconosciuto: i danni in termini di biodiversità, perdita di habitat e tutti gli effetti a lungo termine non sarebbero quantificabili data la mancanza di una conoscenza degli stessi. Da anni si studiano le potenziali conseguenze, dalla semplice rimozione degli individui al rischio di soffocamento dovuto al sedimento rilasciato in mare. Eppure sempre che l’orologio ticchetti inesorabile.

A muovere la situazione, un giocatore inaspettato, Nauru. La piccola isola nel pacifico ha sfruttato, complice con la compagnia mineraria DeepGreen (chiamare la propria compagnia green-qualcosa non la rende sostenibile), un meccanismo burocratico che dà appena due anni di tempo all’ISA (International Seabed Authority) per approvare regolamentazioni relative all’estrazione dai fondali. Se queste regolazioni non verranno approvate, l’estrazione avverrebbe impiegando quelle attuali che, manco a dirlo, non sono minimamente soddisfacenti per quanto concerne la protezione di uno degli ambienti potenzialmente più ricchi di biodiversità del pianeta.

Nauru (che ne sa qualcosa di sfruttamento delle risorse, dato che si è trasformata da paradiso tropicale a terreno sterile) non è l’unica nazione che si interessa alle ricchezze dei fondali. Il misterioso terreno è arbitrariamente spartito, come mostrato in questa mappa:

(credits: wikimedia commons)

Terre rare, terre care

Visto l’effetto della corsa alle materie prime sulle popolazioni e sugli ecosistemi, restano le conseguenze sugli equilibri di potere: questo è il campo per eccellenza delle terre rare, elementi dalle utili proprietà che sono passati da essere quasi curiosità chimiche a sostenere settori dall’elettronica ai catalizzatori. Impiegate solitamente in tecnologie sensibili, fin da quando hanno dimostrato il loro potenziale, le terre rare hanno interessato i giocatori di questa partita: principalmente Cina e USA, con decenni di dominio statunitense che hanno lasciato recentemente posto allo strapotere cinese.

I dettagli di questa situazione sono intricati e possono avere importanti ripercussioni. La Cina si approvvigiona dal Myanmar, importando materiale grezzo per poi raffinarlo ed esportare i metalli.
La fragilità di questo oligopolio si rende trasparente durante ogni crisi rilevante, dal golpe in Myanmar che ha portato a incrementi di prezzi e tensioni con la Cina, agli avvisi – più o meno intimidatori – della Cina stessa, che in visione di future carenze e “interessi ambientali” ha in programma una costante riduzione delle esportazioni, che verrebbe a significare forti limitazioni sulla produzione di elettronica e di centrali alimentate da fonti rinnovabili un po’ ovunque nel mondo.

Una miniera ad evaporazione nella Mongolia Interna, una regione della Cina. (credits: wikimedia commons)

Gli Stati Uniti, ormai, sono molto indietro nella produzione, lasciando un punto di leva estremamente importante nelle mani del “nuovo nemico”, tanto che la nuova amministrazione ha reso l’approvvigionamento delle terre rare uno dei punti di interesse, al pari delle altre proposte del green new deal.

Con la crescita delle tensioni fra le due superpotenze su questioni come Taiwan, le rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale o l’espansione cinese nei paesi in via di sviluppo, saranno sempre connesse gli interessi economici sottostanti. Anche se i leader si proclamano interessati alle questioni ambientali e alla salvaguarda del pianeta, i loro obiettivi impallidiscono di fronte alla minaccia di non poter sviluppare un nuovo aereo da caccia, sicché si vedono proposte da parte del colosso asiatico di aprire miniere di terre rare in Groenlandia, che si sa, non è minimamente minacciata dai cambiamenti climatici e potrà sostenere senza difficoltà intensive attività di estrazione.

Materie ultime

La corsa ai materiali grezzi dovrebbe essere fonte di imbarazzo da parte della specie umana. In un periodo di forte crisi, in un momento in cui la fragilità del Pianeta su cui vive viene minacciata dalle conseguenze di due secoli di sfruttamento delle risorse come se fossero infinite, senza rispetto, senza moderazione, si continua a comportarsi sempre allo stesso modo.
Risorse che dovrebbero essere trattate con riverenza, celebrate e rispettate, diventano, come sempre è stato nella storia, strumenti per arricchirsi. Prima alle spese delle persone che hanno la sfortuna di vivere nel posto sbagliato, poi alle spese della Natura che tutti ospita.

Nel capitolo “Conversations with North American Indians” curato da Ted Poole nel libro “Who is the Chairman of This Meeting?”, la nativa americana Alanis Obomsawin, intervistata, disse:
“Quando l’ultimo albero verrà abbattuto, l’ultimo pesce catturato, e l’ultimo fiume inquinato;
quando respirare l’aria sarà fonte di malattia, realizzerete, troppo tardi, che la ricchezza non
risiede nei conti correnti e che non si possono mangiare i soldi

In poche parole: il contrasto fra la saggezza di una antica cultura che ancora condivideva un legame di rispetto per la Natura e per un’aberrazione che sta portando se stessa e la ricchezza della Terra, insieme, nell’abisso.

Davide Borchia

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