I migranti nella terra di nessuno: la crisi migratoria al confine tra Bielorussia ed Unione Europea

Da più di un anno le relazioni tra l’Unione Europea e la Bielorussia di Lukashenko si sono deteriorate, specialmente dopo le presidenziali dell’agosto 2020 che hanno visto vincere, in un contesto poco trasparente, il Presidente uscente con l’80% delle preferenze. In seguito alla dura repressione del governo nei confronti dei dissidenti politici e delle moltissime proteste popolari, l’Unione Europea ha imposto alla Bielorussia pesanti sanzioni economiche, inasprite soprattutto dopo l’arresto del giornalista Roman Protasevich. E adesso la Bielorussia sta mettendo in atto delle vere e proprie provocazioni come risposta.

Crediti: AnnaMappa.com

Che cosa sta succedendo ai confini con la Bielorussia?

Lukashenko è accusato da Morawiecki, Primo Ministro polacco, di aver messo in piedi una guerra ibrida, ovvero di sfruttare i migranti come espediente per fare pressioni sull’Unione Europea e vedere così una rimozione delle sanzioni imposte. Ma cosa sta facendo, in pratica, la Bielorussia? Il governo di Lukashenko sta attirando nel suo Paese con l’inganno migliaia di profughi provenienti dal Medio Oriente, soprattutto da Iraq e Afghanistan, organizzando viaggi dai Paesi di origine a prezzi molto bassi, distribuendo facilmente i visti e portandoli direttamente ai confini, soprattutto quello polacco, ma in parte anche quelli lettone e lituano. Qui vengono date loro le istruzioni per proseguire il viaggio a piedi e raggiungere così l’Unione Europea, promettendo loro che dall’altra parte ci sarà qualcuno ad accoglierli. 

Secondo la Polonia, quest’anno, fino alla fine di settembre, sarebbero stati 11.500 i tentativi di oltrepassare il confine, rispetto ai 100 dell’anno precedente. I numeri sono ancora sotto controllo, possiamo dire, ma in realtà la situazione è già piuttosto disperata: ovviamente, nessuno li aspetta dall’altra parte della frontiera, se non una barriera di filo spinato alta 2 metri e mezzo e circa 1500 soldati polacchi schierati lungo i 400 km di confine. Una volta arrivati alla frontiera, i migranti vengono violentemente respinti indietro verso la Bielorussia, dove però l’accesso è nuovamente sbarrato, questa volta dai militari bielorussi, che mettono in atto delle pericolose provocazioni per rendere tutto il processo ancora più complicato. E così rimangono in mezzo ai due confini per giorni, nella terra di nessuno, rimpallati da uno Stato all’altro in una zona boscosa e selvaggia.  

Da molte settimane il regime di Lukashenko richiama nel suo paese decine di migliaia di disperati dal Medio Oriente, che sotto la minaccia dei manganelli degli agenti vengono costretti a oltrepassare il confine“, ha detto il Presidente polacco Duda all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Secondo Ylva Johansson, commissario per gli affari interni dell’UE, il comportamento di Lukashenko è un vero e proprio atto di aggressione contro l’Unione. In seguito ha poi affermato che i paesi che gestiscono i confini esterni europei hanno il dovere di proteggere le loro frontiere, sempre però rispettando i diritti umani e le regole del diritto internazionale. In questo caso, però, non sembra andare proprio così. 

La denuncia di Amnesty International

Il caso che ha fatto scoppiare la denuncia di Amnesty International risale al 18 agosto. Attraverso le immagini satellitari, la Ong è risalita alla posizione di 32 migranti afghani: dopo essere riusciti ad entrare in Polonia, sarebbero stati respinti di nuovo in Bielorussia, contro le regole del diritto internazionale. Il gruppo avrebbe dovuto avere quanto meno la possibilità di richiedere la protezione internazionale, invece di essere semplicemente respinto, come ribadito dalla Corte Europea dei Diritti Umani. Il 20 agosto un decreto ministeriale stabilisce che chiunque entri illegalmente in Polonia non abbia nemmeno diritto a richiedere la protezione internazionale: questo decreto permette, in pratica, le espulsioni collettive (ovvero senza discriminare fra individui che hanno o non hanno diritto allo status di rifugiato), assolutamente proibite dal diritto. Il 2 settembre, infine, la Polonia dichiara lo stato di emergenza lungo tutto il confine con la Bielorussia, rendendo praticamente inaccessibile l’area a chiunque non sia residente, giornalisti e attivisti compresi. È importante sottolineare che lo stato di emergenza non era mai stato indetto dai tempi del comunismo, nemmeno per i disastri naturali o per la pandemia da Covid-19.  

Le due agenzie UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e OIM (l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) hanno denunciato verso la fine di settembre il ritrovamento di cinque cadaveri sul confine, segno della gravità della situazione. Altrettanto grave è la mancanza di notizie provenienti dall’area, a causa della dichiarazione dello stato di emergenza: l’opposizione polacca ha criticato la mossa, insinuando che sia solo un modo per il governo di nascondere le violenze perpetuate dalle guardie. In aggiunta, le autorità polacche hanno inviato un SMS a tutti i cellulari attivi nella zona di confine (quindi polacchi, bielorussi, o appartenenti ai migranti) con il testo: “La frontiera polacca è chiusa, le autorità bielorusse vi hanno mentito. Tornate a Minsk e non prendete alcuna pillola offerta dai soldati bielorussi”.

Lo scopo del governo polacco è quello di disumanizzare e strumentalizzare i migranti attraverso un’orribile propaganda, per far passare l’idea che questi siano una minaccia per il Paese e per l’intera Unione Europea. Per questa ragione nei prossimi mesi verranno investiti più di 300 milioni di euro per costruire una “barriera solida” sul confine, ovvero un muro con sistemi di sorveglianza e rilevatori di movimento, nonostante la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen, abbia recentemente annunciato che nessun muro per per bloccare l’entrata dei migranti sarà finanziato dall’Unione.

Qual è la risposta dell’Europa?

Non solo il confine con la Polonia sarebbe sotto pressione, ma anche quello della Lituania e della Lettonia, che infatti hanno entrambe dichiarato anch’esse lo stato di emergenza. La Polonia ha richiesto l’aiuto di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera che si occupa di gestire e difendere i confini esterni dell’Unione. Il 4 ottobre scorso, il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, ha visitato il confine polacco per prendere visione della situazione corrente. Secondo le fonti ufficiali, sarebbe rimasto impressionato dai mezzi dispiegati dalla Polonia per far fronte alla crisi e avrebbe ringraziato il governo per la sua cooperazione con l’agenzia. 

L’Unione Europea, dal canto suo, ha inasprito le sanzioni contro la Bielorussia, ma questa mossa non ha cambiato molto le carte in tavola, anche perché Lukashenko e il suo Paese orbitano in modo sempre più totale nella sfera di influenza della Russia di Putin. Il problema, comunque, dovrebbe essere risolto da tutti i Paesi dell’Unione in modo compatto, ma le politiche nazionali stanno rallentando molto il processo decisionaleUn accordo sul nuovo patto migratorio europeo sarà forse firmato dopo l’instaurazione del nuovo governo tedesco e in seguito alle elezioni presidenziali in Francia, ovvero non prima della prossima primavera.   

Marta Fornacini

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