100 anni del Milite Ignoto

Il 4 novembre 1918 entra in vigore l’armistizio fra l’Impero Austro-Ungarico e l’Italia. La nostra Nazione – vincitrice insieme a Gran Bretagna, Francia, Russia e Stati Uniti – registra un elevato numero di decessi. Le madri piangono i figli, le mogli piangono i mariti e le sorelle i propri fratelli. Oltre ad una sofferenza senza fine vi è il bisogno di commemorare le centinaia di migliaia di morti e di non dimenticare i tre anni di guerra logorante.

L’Italia – prima Nazione fra tutte – istituisce a livello ufficiale la giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Dopo aver stabilito come ricorrenza il 4 novembre, il Paese è in cerca di un simbolo che possa omaggiare i soldati italiani caduti. Non vuole celebrare necessariamente comandanti, generali o semplici condottieri, ma glorificare l’eroismo ed il sacrificio di sangue di un intero popolo.

Ed è qui che inizia la storia del Milite Ignoto, nome coniato da Gabriele d’Annunzio e volto a rappresentare idealmente tutti coloro che non fecero ritorno dalle proprie famiglie.

Che cosa rappresenta questa tomba? Chi vi è all’interno? Facciamo un passo indietro e torniamo al 1920. L’Italia è appena uscita dalla guerra ed è a pezzi. Un colonnello vede ciò che viene fatto in Francia e decide di proporre alle alte cariche dello Stato un monumento che possa ricordare i morti in battaglia. Bisogna quindi scegliere un soldato non identificabile in cui nessuno, e quindi tutti, possano riconoscersi. Deve essere italiano e ciò lo si può dimostrare dalla sua uniforme (seppur lacera), dalle stellette o dalle scarpe. Infine il luogo in cui posizionarlo deve poter essere accessibile a tutti coloro che vogliano omaggiarlo.

Per quanto riguarda l’ubicazione si sceglie l’Altare della Patria a Roma; per quanto concerne la scelta del soldato, la storia – ora – si fa più avvincente. Il Ministero della Guerra istituisce una commissione con un compito ben preciso: prelevare da luoghi diversi undici salme di militari italiani non identificati. Vengono così riesumati corpi da Rovereto, da Monte Grappa, da Cortina d’Ampezzo, da Cornegliano e così via. Tutte le salme vengono messe in bare di legno di forma e dimensioni identiche e trasportate ad Aquileia, paese del Friuli-Venezia Giulia. Qui ha inizio il momento più delicato e decisivo: tra queste deve esser scelta la salma del soldato che verrà tumulata all’Altare della Patria. Il Governo affida il compito ad una madre che ha perso il figlio proprio nella guerra appena conclusa. La donna si chiama Maria Maddalena Bergamas. Dopo che le bare vengono allineate nella cattedrale, nel silenzio più assoluto, la madre passa una dopo l’altra le salme. Alla penultima crolla, si accascia, piange, grida il nome di suo figlio e lascia il velo nero sopra la bara, decretando così la sua scelta. Le restanti dieci vengono portate al cimitero degli eroi di Aquileia.

La cassa selezionata inizia il suo viaggio verso Roma. Il treno che la trasporta si ferma in diverse città italiane per permettere alle persone la commemorazione del feretro. La mattina del 4 novembre 1921, a 3 anni dalla fine della guerra, la bara di questo ignoto soldato viene portata sull’Altare e tumulata alla presenza del re Vittorio Emanuele III.

Attraverso la salma di un caduto senza nome il popolo onorava non il militare ma l’intero esercito, non l’individuo ma l’intera Nazione. Ogni madre piangeva quel soldato come il proprio figlio, ogni orfano il proprio padre, ogni moglie il proprio marito.

Cento anni dopo la salma è ancora lì, e nessuno sa chi vi sia all’interno. Quel soldato poteva essere un generale, un comandante o un semplice militare non particolarmente scarso né brillante in guerra. Uno come la maggior parte di noi. Solo con una vita più sfortunata.

Giulia Arduino

Crediti immagine di copertina: https://commons.m.wikimedia.org/wiki/File:Milite_Ignoto,_Mazara.jpg

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