DOPPIA PENA: LA SITUAZIONE DELLE PERSONE TRANSESSUALI NELLE CARCERI ITALIANE

Nel corso degli ultimi anni, anche grazie all’avvento di nuovi social quali TikTok, le persone transgender sono riuscite a far ascoltare la propria voce a un pubblico più ampio, principalmente giovane. Sono moltissimi gli attivisti e le attiviste che ci raccontano i loro percorsi di transizione quotidiani, i problemi che sfortunatamente riscontrano all’interno di una società che ancora fatica ad accettare chi sente il proprio corpo una prigione. Quest’anno, Tokyo2020 è stata un’importante occasione per aprire un dibattito sulla divisione binaria nelle competizioni, accogliendo in una gara femminile la prima atleta transessuale della storia, Laurel Hubard. Non solo Olimpiadi, le discussioni si sono estese verso diversi ambiti della vita quotidiana, tra cui la possibile abolizione della distinzione in bagni pubblici maschili e femminili, a favore di una maggiore accoglienza nei confronti della comunità queer. Una situazione spesso trascurata riguarda proprio le carceri italiane, in cui l’inclusività LGBTQ+ è ancora una battaglia in corso. A quale settore viene destinata una persona trans che commette un reato, che ha praticamente completato il suo percorso di transizione, ma che non è ancora stata riconosciuta dallo Stato?

Gli spettatori di Orange is the New Black, serie Netflix sulle carceri femminili in cui l’aspetto sulla condizione della comunità LGBTQ+ ha un peso rilevante, potrebbero pensare al personaggio di Sophia Burset (Laverne Cox), donna transgender reclusa nel settore femminile. Ma la realtà italiana non è questa, almeno non in tutta la penisola. Lo scorso 14 ottobre, in un suo intervento al Salone Internazionale del Libro, Cathy La Torre, avvocatessa e attivista queer, ha spiegato che in alcune carceri nazionali i detenuti trans vengono destinati al settore dei sex offenders, ossia pedofili, stupratori e tutti coloro che hanno commesso reati sessuali. Mentre la maggior parte dei reclusi ha la possibilità di trascorrere molte ore della giornata nel braccio, ciò non avviene per le persone transessuali, costrette a utilizzare la propria cella come rifugio dai loro malfidati compagni. Non solo una prigione fisica, ma decisamente psicologica, che le incastra in ulteriori catene offensive. Inoltre, in un gran numero di casi, ci troviamo di fronte a persone che hanno commesso reati decisamente meno gravi rispetto ai sex offenders e con delle pene che dovrebbero essere più leggere. Non trascurabile è l’atteggiamento omotransfobico che aleggia tra i reclusi, ulteriore abuso nei loro confronti: chi si dichiara omosessuale nel penitenziario viene emarginato e messo in situazione di protezione. La mancanza di sicurezza toglie forza al potere rieducativo delle carceri, poiché impedisce alle persone gay e trans di accedere alle attività di reinserimento sociale e lavorativo proposte.

Occorre sottolineare che non in tutte le regioni è possibile ricevere senza difficoltà le terapie ormonali necessarie al completamento del percorso di transizione. Esistono ancora delle Asl che non riconoscono gli ormoni tra i cosiddetti L.E.A, ossia i farmaci essenziali il cui costo grava sulle aziende sanitarie locali. Per tale ragione, decine di detenuti sono costrette a pagare di tasca propria i costi non economici per la propria libertà. Come è riportato sul sito antigone.it: “In alcune Regioni (tra cui Toscana, Emilia-Romagna, Lazio) sono stati sottoscritti dei protocolli d’intesa […] con l’obiettivo di migliorare le condizioni detentive e garantire il diritto alla salute nelle sezioni transessuali.” sicuramente un primo passo in avanti per una maggiore inclusività su cui anche l’Associazione Antigone si sta battendo.

Le sole carceri italiane ad avere una sessione per transessuali, seppur interna a quella maschile, sono quelle di Roma, Belluno, Napoli e Rimini. Se in California un detenuto transessuale ha diritto a operarsi e scegliere in quale penitenziario risiedere, la legge italiana prevede la prevalenza del sesso anagrafico sul sesso identitario, motivo per cui nel resto d’Italia chi non ha subito l’operazione per cambiare il sesso anatomico è destinato a settori violentemente inadatti a sé. Tra il 2008 e il 2010 l’ex ministro della giustizia Angelino Alfano sembrava aver trovato una soluzione: istituire un carcere per sole persone transessuali vicino a Empoli, nella casa circondariale di Pozzale, progetto bloccato a pochi mesi dopo il suo inizio. Oggi, a distanza di più di dieci anni da questa proposta e di più di quarant’anni dal sorgere della questione, i detenuti trans non sono ancora pienamente tutelati dallo Stato, costretti a vivere senza sicurezza e in situazioni di violenza psicologica e fisica continua.

Giulia Calvi

Foto di copertina: salvisjuribus.it

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