Attivismo social(e)

Non si può non averne sentito parlare. Da quando è uscita la notizia dell’acquisto del dominio “fedezelezioni2023” sui social, in tv e sui giornali si sono susseguiti dibattiti, ipotesi e teorie. Alcuni ipotizzavano che Fedez stesse programmando di entrare in politica; molti altri, invece, avevano già capito che si trattava di una bufala, oltre che una trovata di marketing per comunicare l’uscita del nuovo disco a fine novembre.

Questo tipo di comunicazione non convenzionale e provocatoria è in pieno stile Fedez, e i vari titoli pubblicati, sull’onda del “Fedez entra in politica?”, ignorano che forse è già dentro, più di quanto si pensi. Così come lo sono tutti gli influencer che si espongono quotidianamente cavalcando la tematica del momento, in un fenomeno sempre più rintracciabile sui social che prende il nome di attivismo performativo.

Activism, Slacktivism, Clicktivism… istruzioni per l’uso

Fin dall’inizio della storia dell’uomo, formiamo le nostre opinioni sulla base degli stimoli di persone di cui ci fidiamo, a cui diamo credibilità e a cui dunque permettiamo di avere un’influenza su di noi.

Con il termine “attivismo performativo” si fa riferimento al fenomeno con cui alcune persone online – spesso influencer – si fanno portavoce di valori, sposando alcune cause sociali e fornendo visibilità tramite i loro canali. Spesso questo si traduce in “slacktivism” o “attivismo pigro”, con valenza negativa, oppure nel corrispettivo neutro “clicktivism”, un’etichetta più ampia che secondo l’Oxford English Dictionary significa «l’uso dei social media e altri metodi online al fine di promuovere cause».

L’aggettivo “performativo” sovente si lega ad una connotazione negativa, riducendosi ad un sinonimo di “prestazionale”. Qualcosa che resta in nuce, ma non trova mai un’attuazione concreta nello spazio dell’offline. Ogni lotta spesso resta declinata sul sé, l’influencer inevitabilmente personalizza l’ideale in cui sostiene di credere: niente è più semplice di parlare di se stessi. Tratta temi precisi, chirurgici, coerenti a un’autopromozione e non troppo lontani rispetto agli interessi del target che lo segue. 

D’altro canto, lo spazio social disincentiva l’approfondimento, e la stessa logica algoritmica delle piattaforme scoraggia il confronto di punti di vista diversi. I meccanismi del confirmation bias ci portano a ricercare, selezionare e preferire contenuti che confermano le nostre convinzioni, contribuendo a confinarci nelle cosiddette “filter bubble”. La bolla è la conseguenza dei sistemi di personalizzazione dei risultati delle ricerche, i quali offrono all’utente argomenti in linea con quelli con cui di solito interagisce. Il bias di conferma e l’algoritmo, in sostanza, cuciono a misura d’utente l’illusione di un intero mondo d’accordo con lui.

Tutto ciò è legato anche al concetto della “camera dell’eco” (in inglese echo chamber). Riceviamo cioè una serie di informazioni che rafforzano il nostro punto di vista e si rinforzano a vicenda, senza la possibilità di entrare in contatto con altre che, essendo magari di tendenza opposta, potrebbero sviluppare il nostro pensiero critico.

Agenda politica vs agenda dei creator 

Complice la pandemia, se prima i social erano il posto in cui ci recavamo per dimenticarci del mondo, oggi sono (anche) il modo in cui scopriamo il mondo.

L’agenda politica stessa, sempre più spesso, viene dettata dai creator: abbiamo visto il caso di Aurora Ramazzotti rispetto al cat-calling, Chiara Ferragni e i vaccini, Fedez con il DDL Zan… La patologia cronica di un linguaggio politico che non significa più niente, sganciato dalle cose e dalle persone, è diventato un problema grave per il funzionamento della rappresentanza democratica. In questo senso gli influencer sanno farsi portavoce di tematiche attuali, e gli aspetti positivi della divulgazione legata all’attivismo online, dopotutto, vanno riconosciuti.

Se però fino a qualche anno fa stupiva l’influencer capace di schierarsi, oggi si assiste ad un fenomeno opposto, per cui se non esprime sempre un’opinione sulla tematica del momento viene tacciato di ignavia. Online le prese di posizioni tendono a diventare estreme, il discorso si polarizza e l’indignazione trova terreno fertile, come già avevamo approfondito in questo articolo. E così, se questo attivismo performativo ha il merito di portare ad un allargamento del dibattito, dall’altro lato conduce inevitabilmente ad una perdita di complessità rispetto ad alcuni temi.

Attivismo in 5 punti

Francesco Oggiano, giornalista e divulgatore per i canali social di Will, in questo video propone 5 domande da porsi nella valutazione dell’attendibilità di un influencer:

  1. È aperto al confronto? Legge, approfondisce e saprebbe esporre le tesi opposte alle sue?
  2. Sta dicendo qualcosa con cui si può esplicitamente essere in disaccordo? 
  3. Ha studiato rispetto a ciò che sostiene? In generale, un messaggio profondo con cui siamo in disaccordo è da preferire ad un messaggio superficiale con cui concordiamo.
  4. Sta usando se stesso per parlare degli altri o sta usando gli altri per parlare di sé? L’attivismo, per definizione, è un atto proteso verso gli altri
  5. Sta facendo qualcosa di attivo, concreto e misurabile? Sta partecipando ad un movimento o sta solo sfruttando il momento per fare promozione personale?

In definitiva, si può essere scettici verso l’efficacia dei post neri pubblicati su Instagram, e delle foto con le scritte sulle mani, e allo stesso tempo nutrire fiducia verso le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie. Riconoscere che i social sono uno spazio performativo che può contenere al tempo stesso influencer più o meno attivamente impegnati significa divenire consapevoli dei pericoli, ma anche delle potenzialità irrinunciabili offerte dai nuovi canali comunicativi. L’importante è preservare la complessità dei temi affrontati, anche per mezzo del senso critico, liberandosi dall’ignoranza che troppo spesso tende a semplificare e polarizzare il dibattito.

Rebecca Boazzo

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