A lezione con Il Corpo Docenti

Se si scrive per un giornale universitario e la band di cui scrivi si chiama proprio Il Corpo Docenti, le battute si sprecano. Pensare, poi, che i componenti stessi – Lorenzo, Federico, Luca e Francesco – si sono conosciuti proprio fra i banchi di scuola, rende il tutto una coincidenza pazzesca. Sulla carta un trio, di fatto un quartetto, che proprio nella sua università, a Milano, ha deciso di intraprendere un percorso fatto allo stesso tempo di musica, intraprendenza e amicizia, che ho avuto il piacere di farmi raccontare in una bellissima intervista. Qui di seguito alcuni estratti della nostra lunga chiacchierata, buona lettura!

Partiamo con le domande di rito: come vi siete conosciuti e da dove venite?

Abbiamo tre provenienze diverse, in realtà. Siamo tre provinciali (provincia di Brescia, provincia di Livorno e provincia di Modena), ma facciamo base tutti e tre a Milano. Ci siamo conosciuti in Accademia dove studiamo/studiavamo musica e, tra una bevuta studentesca e l’altra, siamo diventati amici. Importante – aggiunge Luca – è che stasera, e si spera anche per le prossime a venire, siamo in quattro: con noi c’è Francesco Ciarrocchi, anche lui provincialotto da Bergamo, che abbiamo conosciuto sempre nel contesto studentesco. L’ Accademia, insomma, ha avuto un ruolo importante nella nostra storia, detto dai membri de Il Corpo Docenti, poi, fa anche molto ridere.

Ecco, la domanda che mi sorge spontanea a questo punto è: Perchè proprio Il Corpo Docenti?

Allora a noi piace dire la verità, e la verità – dice Federico – è che il nome è nato così a caso perchè ci suonava bene, poi ci siamo inventati una grandissima bugia e ogni volta diamo una versione differente. Che poi, in realtà, bugia non è. La spiegazione del nome è che ci siamo conosciuti in un contesto musicale, in un’ Accademia, in cui il rock non rispecchiava l’idea di rock che invece sentiamo appartenerci e quindi, di conseguenza, ci siamo voluti fare portatori, anche ironicamente, di quello che in quel momento non c’era.

Voi avete scelto, quindi, di far coincidere il vostro percorso studentesco con la vostra passione per la musica. Come sapete, però, non tutti i genitori approvano questa scelta, forse spaventati dal futuro che potrebbero incontrare i propri figli. Voi come avete vissuto questa cosa?

Fortunatamente sia all’inizio degli studi, ma ancora oggi, i nostri genitori sono stati aperti riguardo a questa scelta, si sono messi sempre dalla nostra parte e ci hanno appoggiato, anche con un certo entusiasmo. Anche mio padre, poi racconta Lorenzo ha fatto un percorso artistico in passato e quindi, forse, si è rispecchiato molto nei miei desideri. È chiaro, comunque, per quanto si voglia sdoganare, che è un percorso più complicato rispetto ad altri. Siamo stati coraggiosi in otto, alla fine.

E invece che tipo di riscontro avete avuto con il resto delle persone? Il lavoro del musicista è universalmente riconosciuto? C’è qualcuno che all’inizio ha creduto in voi e vi ha “aiutato” a emergere o vi siete fatti da soli?

Se, da una parte, ho sempre avuto un sostegno molto forte da quella che è la mia famiglia più stretta – dice Francesco – , dal resto dei parenti, invece, mi è sempre stato detto: “Bello eh, ma poi di lavoro che cosa farai?”. Perchè, alla fine, non solo a livello culturale/sociale, ma anche proprio a livello burocratico il mestiere del musicista non è considerato un lavoro. È ancora un po’ incerta come situazione, diciamo che finchè non ti vedono su un palco grosso con le belle luci e con la gente sotto iniziano a chiederti: “Sì ma tu dove vuoi andare adesso?”

Una band emergente deve lavorare sodo per farcela. Noi siamo i manager di noi stessi, per necessità, siamo nati da soli e siamo indipendenti da ogni punto di vista. Ovviamente ci sono persone che hanno creduto in noi, come Divi, il cantante de I Ministri, ma comunque ci siamo fatti le ossa da soli.

E allora ve lo chiedo anche io: dove volete andare?

Ovviamente sempre più in alto. A parte gli scherzi, noi siamo in generale molto ambiziosi – spiega Luca – , sia nei nostri riguardi sia per ciò che concerne la band. Questo discorso non si rifà semplicemente al nostro percorso, ma è anche una cosa che influenza la musica. Ci piace porci degli obiettivi, cercare di raggiungerli e a volte anche superarli, e secondo noi soltanto con della sana competizione verso noi stessi possiamo raggiungere dei traguardi. Per rispondere alla tua domanda, chiaramente vogliamo entrare in contesti sempre più grandi e portare la nostra musica a più persone possibili. Diciamo anche che con il grande buco che c’è stato post lockdown non è stato facile – dice Lorenzo – per un attimo è davvero sembrato che la strada fosse chiusa. E paradossalmente noi artisti siamo stati fortunati.

Cosa intendete?

Beh che siamo stati maggiormente salvaguardati nell’ecosistema musicale. Per dire i fonici, i tecnici, i gestori dei locali ecc… sono stati buttati giù da questa situazione in maniera devastante. Forse si ha poca consapevolezza di quanto lavoro ci sia dietro al palco, afferma Francesco: l’artista è solo la faccia; chi lavora per far sì che tutto sia possibile spesso viene dimenticato.

Lo sapete meglio di me, al giorno d’oggi le band emergenti sfruttano molto i talent show per farsi conoscere e raggiungere il successo, voi ci avete mai pensato?

Allora, ci abbiamo pensato, o perlomeno ne abbiamo parlato. C’è stata anche, racconta Lorenzo, in passato, un occasione con X Factor, che però abbiamo rifiutato. Ora come ora non siamo una band che vuole ragionare in termini televisivi, ma non escludiamo che un giorno, magari, arriverà quel momento. Diciamo anche che per partecipare a un programma del genere devi arrivare con un identità talmente forte da non essere stravolta fin dal primo momento. Non è che noi non abbiamo un identità, ce l’abbiamo: forse, però, non è quella giusta per un talent.

Quando parlate di “identità giusta per un talent”, intendete anche che esista un genere musicale più adatto di un altro in un contesto televisivo? Non pensate che con l’evoluzione dei programmi ci sia stata anche una riscoperta di generi musicali meno convenzionali? Penso ai Måneskin, per esempio, voi cosa ne pensate?

In Italia siamo molto condizionati dalla televisione e dalla radio, dice Luca. In generale questi trasmettono alcuni tipi di contenuti che vengono selezionati proprio perchè adatti ad un pubblico più numeroso e più facilmente fruibili, mentre generi e band che sono meno convenzionali vengono un po’ dimenticati. Nei programmi stranieri, basti pensare a quelli inglesi o americani, come per esempio Late Late Show, David Letterman Show o il To night show, o proprio su canali dedicati come VH1, c’è una proposta artistica che va dalla A alla Z, indipendentemente da quello che può essere il genere più vicino all’identità nazionale.

In Italia poi, secondo noi, c’è una visione unilaterale del rock. Il rock è declinabile in tante sfaccettature, e noi, assolutamente senza togliere niente a nessuno, in questi termini non ci sentiamo vicino ai Måneskin. La testa italiana fa un certo tipo di ragionamento secondo me, dice Lorenzo, che nel momento in cui mi porti una cosa che suona rock, per me il rock è quello e punto. Ora i Måneskin hanno fatto una cosa pazzesca, ma non è che dopo uno deve pensare che quella sia l’unica strada. Siamo molto bravi a rinascere e a far nascere tendenze, noi italiani, ma poi ci impantaniamo: se una cosa funziona deve andare fino alla saturazione.

Parlando di voi, invece, vi siete mai fatti ispirare particolarmente da qualche band?

Tutti i giorni, afferma sicuro Federico. Se ciascuno di noi dovesse elencartele sarebbero sicuramente molto diverse, tranne qualche eccezione. Sicuramente in Italia i Gazzebo Pinguins, I Ministri e I Fast Animals and Slow Kids.

C’è una vostra canzone a cui siete particolarmente affezionati?

Forse ognuno ha la sua, ma credo che quella che ci rappresenti di più sia Povere bestie. Poi, di solito, la preferita è l’ultima che hai scritto, sostiene Federico: alla fine le canzoni sono fotografie del momento in cui le scrivi e quindi l’ultima è quella che rispecchia di più la versione più recente di te.

Ma in un mondo in cui tutto “è già sentito”, Il Corpo Docenti ricerca l’unicità o la trasparenza ?

Mi verrebbe da dire entrambe le cose. L’unicità risiede nell’onestà, racconta Francesco. Cercare di fare un prodotto esclusivamente per venderlo è controproducente, perché alla fine o soffri dell’effetto fiammifero, e quindi scoppi e in un secondo scompari, oppure non vai da nessuna parte, perché si sente che quello che fai è finto. Quello che sicuramente cerchiamo di fare è di ascoltarci con orecchio critico, per non perdere mai di vista la nostra identità. Per quanto riguarda il “già sentito” possiamo solo dire che da Back in poi tutto è già sentito, perciò forse bisognerebbe concentrarsi su altro.

Noemi Tron

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