I rider di Uber Eats… da vicino

The Password intervista Giulia Druetta, l’avvocata che ha difeso i rider di Uber Eats Italy nel processo penale di cui si tratterà in questo articolo.

Preliminarmente è bene chiarire quale fosse il capo di imputazione del processo in questione. Il reato addebitato agli imputati è quello intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro: con la previsione di questa fattispecie (art. 603-bis del codice penale) il legislatore intende contrastare il fenomeno del cd. caporalato.

Per comprendere il portato del dispositivo dell’art. 603-bis, è utile esaminare parte della relazione di Donatella Ferranti, l’allora Presidente della Commissione Giustizia della Camera, risalente all’indomani della riscrittura della norma.
«Il (…) reato si articola in due distinte ipotesi:

  1. Fattispecie base: è punito il caporale, ossia chi recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno, ed il datore di lavoro che utilizza, assume o impiega manodopera reclutata anche (ma non necessariamente) con l’utilizzo di caporalato sfruttando i lavoratori e approfittando del loro stato di bisogno. Gli elementi che caratterizzano la condotta, in entrambi i casi, sono lo sfruttamento del lavoratore e l’approfittarsi del suo stato di bisogno.
  2. Fattispecie aggravata: è punito chi commette il reato di caporalato come descritto nella fattispecie base, mediante violenza o minaccia.

La nuova versione dell’art. 603-bis va letta correttamente: il datore di lavoro risponde del reato di caporalato (a prescindere dall’intervento del caporale) solo se sfrutta ed approfitta dello stato di bisogno dei lavoratori. Le nozioni di sfruttamento e di stato di bisogno debbono essere intese in stretta connessione tra loro, costituendo la condizione di vulnerabilità di chi versa in stato di bisogno il presupposto della condotta approfittatrice del soggetto agente attraverso la quale realizzare lo sfruttamento. Senza queste due condizioni, insomma, non c’è reato.»1

È bene chiarire che i fatti che a breve saranno illustrati sono sfociati in due differenti processi:

  • un procedimento penale incardinato davanti al Tribunale di Milano, che ad ottobre è giunto, nel suo primo grado di giudizio, a un esito di condanna per caporalato nei confronti di uno dei responsabili della FRC – società di intermediazione che organizzava il servizio dei rider per Uber Eats — altri tre responsabili della FRC avevano patteggiato in sede di udienza preliminare. Infine una manager di Uber Italy, sospesa temporaneamente dall’incarico, ha scelto di affrontare il dibattimento; si tornerà dunque in aula il 17 dicembre.
  • un processo civile gemello, collegato, a Torino. Il 18 novembre il tribunale del lavoro, identificando Uber come il reale datore di lavoro, ha conseguentemente riconosciuto l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato: Uber Italy s.r.l. è ora tenuta a corrispondere la retribuzione per l’attività svolta e le relative indennità ai 10 ciclofattorini rappresentati da Giulia Druetta e Sergio  Bonetto

Offerta questa sintetica veduta d’insieme, possiamo ora approfondire i profili più salienti di questa vicenda.

In che condizioni nascono questi processi?

«Questa storia nasce perché dei riders – che già seguivo per altre vicende – si sono rivolti a me: si può immaginare come negli anni, quando ci fosse necessità di avere un consiglio, un parere, molti di questi lavoratori venissero a cercare un aiuto.
Il gruppo di ciclofattorini in questione porta alla mia attenzione una chat di Whatsapp con l’intermediario. Iniziamo un lungo processo di ascolto dei lavoratori coinvolti.
Anzitutto, veniamo a sapere che questa agenzia (FRC) reclutava i lavoratori per Uber direttamente in Piazza Statuto davanti al McDonald’s, per poi assumerli con contratti molto ambigui – alcuni consistevano in qualche riga su un foglio di carta.
Grazie alle indagini della Procura, abbiamo scoperto che questi lavoratori venivano in realtà reclutati anche in altre piazze d’Italia, sempre davanti ai McDonald’s, oppure nei centri di accoglienza. E questo non è un caso; molti dei soggetti reclutati erano infatti stranieri, spesso provenienti da territori di conflitto, richiedenti protezione internazionale, e che versavano condizioni di bisogno, di instabilità economica… insomma, soggetti sicuramente “ricattabili”, senza alcuno strumento di sostentamento se non l’attività che avrebbero svolto come rider per questa agenzia che, a sua volta, lavorava per Uber.»

«Presentiamo l’esposto alla Procura della Repubblica di Torino; qualche mese dopo abbiamo notizia dell’indagine presso la Procura di Milano. La Procura di Milano era infatti partita prima nelle indagini, accorgendosi di ciò che stava succedendo da alcuni servizi usciti su un programma di La7. Veniamo quindi a sapere ex post che il fascicolo di Torino, conseguenza del nostro esposto, è trasferito a Milano: è la Procura di Milano ad occuparsi di questi fatti che – purtroppo – sono avvenuti in tutta Italia.»

«Nel frattempo viene notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari» (l’atto con cui la Procura informa ufficialmente l’indagato che le investigazioni a suo carico sono terminate). «Noi lo leggiamo e apprendiamo moltissime informazioni di cui non eravamo a conoscenza — chiaramente gli strumenti che ha una Procura sono diversi dai nostri. Tutte le intercettazioni e tutta la messaggistica tra i caporali e i manager di Uber è emersa da quell’atto. Essendo i nostri assistiti persone offese, abbiamo avuto accesso al fascicolo, da cui abbiamo appreso molto di quello che stava capitando. Così, nella fase preliminare del processo penale ci siamo costituiti parte civile con 44 lavoratori

Quali sono i fatti di questa vicenda? Che cosa avete scoperto che stava succedendo, grazie alle indagini della Procura?

«Sostanzialmente, Uber si rivolge ad una società intermediaria (FRC) per il reclutamento dei riders. FRC è un’impresa individuale, gestita da una famiglia – per la precisione: padre, figlio, madre e amico del padre.
Nel richiedere il reclutamento dei rider, Uber si accorda con FRC verbalmente, senza niente di formalizzato. Immaginiamoci un semplice: Tu assumi i lavoratori e me li porti, fine.
Questa FRC riceveva un compenso in corrispondenza delle ore di rider che forniva a Uber: l’ora di connessione all’applicazione Uber Eats da parte del rider era il parametro di misura del pagamento dell’intermediario FRC.»

E a chi spettava stabilire quante richieste di consegna sarebbero state rivolte ad ogni singolo lavoratore?

«Uber si rivolgeva a FRC richiedendo, attraverso delle tabelle, il numero di lavoratori di cui avesse bisogno di ora in ora, di giorno in giorno. Per esempio: Lunedì alle 12 avrò bisogno di 30 ore di lavoro (quindi, 30 rider); alle 13, di 30; alle 14, di 12…
Uber deteneva un vero e proprio potere organizzativo: era Uber ad organizzare i turni dei lavoratori, a gestire le zone di consegna, a fare gli accordi coi ristoranti, ad acquisire il ricavato delle vendite – ricavato che sarebbe successivamente stato in parte corrisposto ai ristoranti e in parte all’intermediario FRC. Uber, insomma, gestiva totalmente il ciclo produttivo. Le informazioni riguardanti i turni e le zone di consegna destinate ai rider venivano loro fornite attraverso l’applicazione Uber Eats, installata sui loro telefoni.
Ma non solo. È sempre per il tramite dell’applicazione che Uber esercitava altresì un vero e proprio potere disciplinare, in via esclusiva, in quanto era la sola ad avere gli accessi all’applicazione.»

Con “esercizio di un potere disciplinare” che cosa si intende? In quali condizioni si trovavano i rider nello svolgere il proprio lavoro?

«Anzitutto, i rider erano incentivati – se non costretti – a stare online il più tempo possibile. Lo svolgimento della loro prestazione iniziava dal momento di connessione all’applicazione Uber Eats. Qualora la percentuale di accettazione delle consegne di un lavoratore fosse risultata inferiore al 95%, così come se la percentuale di cancellazione fosse risultata superiore al 5%, la punizione sarebbe consistita nella decurtazione del compenso.
E si badi che la retribuzione già di per sé era molto bassa: i rider venivano pagati a cottimo, 3 € a consegna (successivamente 3.50 €), indipendentemente dalla distanza da percorrere. Nel lavoro dipendente, peraltro, non si può retribuire a cottimo: si deve essere pagati per la prestazione oraria, per la messa a disposizione del lavoro.
La fonte di guadagno nel caso di specie poteva garantire loro, per un lavoro full-time, un massimo di 500 – 600 € mensili. Chi di loro lavorava 30 ore a settimana, riusciva magari ad arrivare a un compenso di 450 € al mese. Come detto, la retribuzione non dipendeva dalle ore di connessione, ma dalle consegne effettivamente effettuate: un rider poteva anche essere connesso, ma rimanendo in attesa, in strada al freddo.»

«Ma tornando alla questione della decurtazione del compenso: se i rider non svolgevano tutte le consegne che venivano loro attribuite (con lo scarto del 5% di cui si è detto) si vedevano fare delle “multe” sul compenso percepito a fine mese – venivano decurtati 0.50€ per ogni consegna.
Il meccanismo non era peraltro così semplice. Le percentuali di accettazione e di rifiuto erano registrate automaticamente dall’applicazione; questi dati andavano a confluire in delle tabelle costruite dai dipendenti di Uber Italy. Siccome – almeno nel primo periodo – l’intermediario (FRC) era pagato per ore di connessione all’applicazione (ad esempio, veniva pagato per 100 ore), qualora il tasso di accettazione di x corrieri fosse stato inferiore al 95%, Uber avrebbe decurtato una percentuale del compenso ad FRC. Di conseguenza, l’intermediario applicava la sanzione ai rider. In altre parole, ogni volta che l’agenzia FRC subiva una penalizzazione da parte di Uber perché un corriere rifiutava di adempiere alla consegna, automaticamente la società intermediaria subiva una decurtazione del suo onorario, del suo compenso, che a sua volta scaricava come sanzione riducendo il prezzo che pagava (a consegna) al corriere.»

«Ma oltre che dalle sanzioni, le condizioni di sfruttamento sono dimostrate anche da altri elementi: ad esempio, il blocco dell’account che – quando irreversibile – in termini concreti, significava la sospensione disciplinare o il licenziamento in tronco.
Nel nostro ordinamento un licenziamento deve essere fatto con una forma: bisogna mandare la contestazione, bisogna dare il tempo al lavoratore di rispondere, di essere eventualmente assistito da un rappresentante sindacale. E solo all’esito di questa procedura, viene emessa la sanzione – che comunque deve essere immediata, proporzionale, diretta. Se l’altra parte la ritiene illegittima, c’è l’impugnativa di licenziamento e ha inizio un eventuale procedimento. In questo caso era tutto totalmente irrituale: non c’era un regolamento disciplinare. Quindi il lavoratore scopriva lavorando quali erano i comportamenti che non avrebbe dovuto adottare.
Ad esempio, un elemento dirimente per l’eventuale blocco poteva essere la velocità di risposta all’ordine: i rider avevano a disposizione 30 secondi (visibili da un conto alla rovescia sull’interfaccia dell’applicazione) per poter rispondere, altrimenti l’ordine veniva automaticamente attribuito a qualcun altro.
Inoltre, nel momento dell’accettazione della consegna – per intenderci, nel momento in cui sullo schermo compariva il countdown – il lavoratore non vedeva dove sarebbe dovuto andare a ritirare. Questa era un’informazione che avrebbe potuto acquisire soltanto al successivo “step” sull’applicazione. Se il rider in quel momento, rendendosi conto che la consegna fosse a 10 km, avesse deciso di “scorrere” ad un’altra consegna, o avesse rifiutato quella ormai accettata, avrebbe posto in essere un comportamento identificato dai gestori dell’applicazione come consegna rifiutata o consegna fake. Ebbene, rappresentando per Uber un comportamento molto grave, una reiterata consegna rifiutata o fake avrebbe potuto determinare il blocco momentaneo  dell’account.
E valutando l’andamento complessivo della condotta dello specifico lavoratore, episodi che si concretassero in uno o più dei comportamenti descritti avrebbero dato luogo al blocco definitivo dell’account

«Oltre a quanto esposto , non risultano esserci altre condotte già previste che potessero portare al blocco ma, volta per volta, veniva deciso quale comportamento fosse da valutarsi come “inopportuno” per il lavoratore e, senza alcuna contestazione, questo veniva sospeso o licenziato in tronco.
È grazie a tutti i dati forniti dalla Procura di Milano che abbiamo compreso questi meccanismi: abbiamo tutte le tabelle, fatte dai dipendenti di Uber, in cui risultano quali rider fossero da bloccare, quali da tenere, e in corrispondenza di quali parametri (es. quello lo teniamo perché ha un rating del 90%, fa le consegne veloci / quello non te lo sblocco perché ha un rating basso.)»

E che cosa faceva il rider che si fosse trovato bloccato dall’app e, quindi, impossibilitato a svolgere il proprio lavoro? 

«A quel punto il lavoratore si rivolgeva ad FRC: Mah, sono stato bloccato! E FRC: Eh, ma Uber dice che non lavori bene! Per questo ti hanno bloccato.
Oppure poteva capitare che il rider dicesse ad FRC: Ho ricevuto un messaggio che mi dice che c’è un problema con il mio lavoro, e che potrei venire bloccato. E l’intermediario: Sì. Hai due settimane per migliorare. O accetti tutte le consegne, o Uber ti blocca.
Questo era il tenore dei messaggi dei caporali

Pochi giorni fa abbiamo tristemente appreso da numerose testate giornalistiche degli epiteti, dei toni e dei modi che sono risultati da alcuni messaggi emersi dall’inchiesta: “Quei tre schifosi vanno bloccati o quantomeno sentiti e puniti con il 50% sulle ore, altrimenti il problema resterà.”  — “Intanto puniscili e lunedì prendiamo una decisione.”   E ancora: “Senti il cliente, il McDonald’s di Ostia, si lamenta un sacco, dice che puzzano troppo, che sono impresentabili, descrivono il corriere come un senzatetto maleodorante. Ma ogni volta che si lamenta è una tragedia nazionale quindi dobbiamo offrirgli il miglior servizio possibile.”  La risposta: “Sono neri e hanno odori diversi dai nostri.”
Come si possono commentare dei contenuti così gravemente discriminanti?   

«Tutto questo ci mostra un totale disprezzo nei confronti dei lavoratori: queste persone non divengono altro che strumenti utili per fare profitto, e non esseri umani da rispettare. Emerge una grande crudeltà della divisione di classe oltre, dal mio punto di vista, un impianto di per sé discriminatorio verso le persone vulnerabili e povere.
Gli intermediari comunicavano a Uber di andare a reclutare questi lavoratori nei centri di accoglienza. Uber era ben consapevole di questo, e sembrava proprio andarle bene così: è chiara la volontà di effettuare il proprio servizio spendendo il meno possibile — perché sennò un datore di lavoro non avrebbe alcun problema ad assumere i lavoratori direttamente, con tutte le tutele. Se prendi un intermediario al fine di eludere qualsiasi titolarità del rapporto di lavoro, una motivazione alla base ci sarà. La motivazione dell’azienda tendenzialmente è minimizzare i costi. Sono motivazioni abbastanza classiche – ahimè, niente di troppo fantasioso.»

«E ora sarò anche di parte – chiaramente, io difendo i lavoratori – ma, anche come cittadina di questo Paese, mi chiedo: come si può pensare di condannare i caporali, e non il committente che ha guadagnato dalla prestazione? Io ho letto queste lunghissime chat che lei ha citato: si conoscevano bene, e sapevano come erano trattati i rider. Mi sembra pertanto evidente che in questa situazione Uber si stia “nascondendo dietro un dito”, dicendo: Non è mia responsabilità»

«Io auspico che sia fatta giustizia per queste persone, anche nel loro ruolo di lavoratori.
Per ora è ovviamente una grande vittoria il fatto che vengano pagati i salari che non sono stati pagati ai tempi.» (l’avv. Druetta si riferisce alla sentenza del 18 novembre, di cui si è detto supra).
«Ma da un punto di vista più generale, mi lascia perplessa pensare che queste aziende possano tranquillamente operare in questo modo e avere quale conseguenza (eventuale, peraltro: occorre che il lavoratore si trovi un avvocato, che abbia ancora le prove e che vinca il processo) quella di pagare le retribuzioni che avrebbe comunque dovuto pagare prima. Lo trovo disincentivante: non porta a migliorare. Quando questi errori si ripercuoto sulle altre persone, l’ordinamento dovrebbe fare in modo di disincentivare determinati comportamenti e incentivarne altri.
Credo quindi che bisognerebbe fare una riflessione su come gestire il mondo del lavoro e lo smantellamento di tutele cui stiamo assistendo. Con riguardo a questo specifico caso, che sta interessando molto, la Procura di Milano ha fatto un’indagine e ha dato una svolta: che si sia arrivati a questo processo con tanti elementi è un passo in più.
Ma mi auspico ulteriori passi in avanti da parte degli organi deputati al controllo di questo Paese – in questo caso, l’Ispettorato del lavoro e le varie Procure in giro per l’Italia. Perché il mondo del food delivery continua ad essere una giungla. Le condizioni in cui si trovavano i rider di cui abbiamo parlato sono sicuramente peggiori, ma non estremamente dissimili da quelle dei lavoratori di altre compagnie.
Credo pertanto che bisognerebbe indagare anche gli altri rapporti di lavoro: magari in alcuni casi non risulterebbe una rilevanza penale, ma potrebbe risultare una rilevanza civile dei comportamenti. Insomma, la questione “lavoro” in questo paese non è risolta. Questi lavoratori sono “i più famosi tra gli sfruttati”, ma non sono gli unici. Quello raggiunto è un primo traguardo, che apprezziamo moltissimo. Ma c’è ancora tantissima strada da fare.»

Marta Savoretto



1 Bologna Agricola Informa, Supplemento al n. 20 del 31-10-16, a cura di Massimo Mazzanti, confagricoltura.org/bologna/wp-content/uploads/sites/4/2016/02/Bologna-Agricola-Informa-Supplemento-al-n.-20-del-31-10-16.pdf

immagine in copertina: tg24.sky.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...