Perché “Gertrud” è il miglior film d’amore

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Esiste ancora il cinema d’amore? O, forse, prima ancora, esiste l’amore come evento capace di cambiare una vita?

La domanda può sembrare eccessiva, ma è proprio da qui che bisogna partire per comprendere Gertrud (1964), l’ultimo capolavoro di Carl Theodor Dreyer. Infatti, Gertrud non racconta una semplice storia sentimentale, ma ciò che oggi abbiamo quasi dimenticato: l’amore può essere una forma di verità.

Non è un caso che il destino dell’amore e quello del cinema sembrino essersi intrecciati. Più l’amore è stato ridotto a consumo, esposizione dei corpi, spettacolo o pornografia dei sentimenti, più il cinema ha smesso di essere il luogo privilegiato in cui l’incontro amoroso veniva pensato.

Oggi le immagini dell’amore sono ovunque, ma proprio questa sovrabbondanza sembra averne svuotato il significato. L’amore è diventato relazione, gestione della coppia, contratto affettivo, oppure semplice passione; raramente viene ancora rappresentato come un evento capace di interrompere il corso normale dell’esistenza. Ed è proprio questo che rende Gertrud un film indispensabile per comprendere la forza dell’amore.

La protagonista, Gertrud (Nina Pens Rode) vive secondo un principio assoluto: niente conta più dell’amore. Tutto il resto — prestigio, sicurezza, carriera, riconoscimento sociale — è subordinato a questa convinzione. Quando potrebbe sposare un uomo destinato a diventare ministro, lo lascia; quando scopre che il giovane musicista che ama non è disposto a vivere quell’amore con la stessa radicalità, accetta persino la solitudine pur di non tradire se stessa. Anche il ritorno di un poeta, un tempo amato, non può riaprire ciò che il tempo ha definitivamente chiuso.

Gertrud perde tutto, ma non considera la propria vita un fallimento. Al contrario, giunta alla vecchiaia, può affermare senza esitazione:
«Ho molto sofferto e ho commesso molti errori, però ho amato».

È probabilmente una delle frasi più profonde mai pronunciate nel cinema. Infatti, ciò che Dreyer mette in scena non è un sentimento romantico, ma una scelta ontologica. L’amore non coincide con la felicità né con il possesso dell’altro, ma diventa un incontro che trasforma chi lo vive, un evento imprevedibile che apre un mondo nuovo.

Qui si situa la straordinaria modernità del film: l’amore non nasce da un progetto né dall’incontro di due identità compatibili. Semplicemente, accade. È qualcosa che avrebbe potuto non verificarsi e che, proprio per questo, chiede coraggio, fedeltà e una decisione che nessuna ragione può giustificare fino in fondo. Come ogni vero evento, eccede le situazioni nelle quali nasce.

Per questo Gertrud appare incomprensibile agli uomini che incontra: tutti vivono dentro la logica della posizione sociale, del lavoro, del successo, della realizzazione personale. Emblematica è la frase che la donna legge sulla scrivania del poeta con cui aveva condiviso la propria vita: «L’amore della donna e il lavoro dell’uomo sono nemici» .

Questa frase rivela un’intera concezione del mondo: l’amore viene subordinato alla carriera, ridotto a una componente dell’esistenza. Gertrud rifiuta questo compromesso, poiché per lei l’amore non è qualcosa che accompagna la vita, ma è ciò che le dà senso. In questo consiste la sua radicalità.

Oggi siamo abituati a pensare l’amore come a una relazione che può funzionare o fallire, essere costruita, negoziata o amministrata. Una relazione è fatta di accordi, ruoli, diritti, doveri e progetti comuni: tutto questo appartiene alla dimensione sociale della coppia, ma l’evento amoroso è tutt’altro.

Non è una relazione, perché precede qualsiasi organizzazione della vita comune. Non è neppure una passione, dominata dalla dipendenza e dall’ossessione per l’altro. L’amore autentico istituisce invece uno spazio nuovo, un “tra” irriducibile, nel quale due persone non si fondono mai completamente, ma rimangono differenti, custodendo proprio nella distanza la possibilità della loro vicinanza.

È questa la grande intuizione di Dreyer. Gertrud non cerca una fusione romantica né una sistemazione borghese. Cerca un’esistenza costruita a partire da quel “tra” che nasce soltanto quando due libertà si riconoscono senza annullarsi. Per questo il film continua a parlare al presente.

Viviamo in un’epoca che tende a eliminare ogni intervallo, perché tutto deve essere immediatamente visibile, condivisibile, consumabile. Anche i rapporti affettivi vengono spesso misurati secondo criteri di efficienza, compatibilità, stabilità. È l’imprevedibilità dell’incontro che viene sostituita dalla gestione della relazione. Ma proprio questa imprevedibilità costituisce la forza dell’amore.

Ogni vero incontro modifica il mondo di chi lo vive. Non è l’esecuzione di un progetto, ma è la nascita di qualcosa che prima non esisteva. Per questo l’amore assomiglia all’arte, al pensiero e perfino alla politica, e tutte queste esperienze producono un evento che interrompe il corso ordinario delle cose e apre possibilità nuove. Anche il cinema, quando raggiunge la sua forma più alta, compie la stessa operazione. Non si limita a rappresentare il reale: lo sospende, lo trasforma, ci costringe a guardarlo diversamente.

Per Dreyer, infatti, amore e pensiero sono profondamente legati. Entrambi richiedono coraggio, fedeltà e sincerità e conducono verso una verità che non può essere dimostrata ma soltanto vissuta.

Questa idea attraversa l’intero film e culmina nella celebre conclusione, in cui Gertrud ha già scelto persino l’iscrizione sulla propria tomba: Amor omnia.

Non è il gesto di una donna nostalgica o colma di rimpianti: è la dichiarazione di chi considera l’amore la misura stessa di un’esistenza riuscita ed è probabilmente per questo che Gertrud continua a esercitare un fascino unico. In un secolo che ha raccontato migliaia di storie sentimentali, Dreyer ha avuto il coraggio di fare qualcosa di infinitamente più raro: pensare l’amore.

Non come emozione, non come passione, non come istituzione sociale, ma come evento capace di aprire un mondo. Ed è questa, forse, la ragione per cui Gertrud rimane il più grande film d’amore mai realizzato. Non perché racconti l’amore più felice, ma perché ne mostra la forma più alta: quella di una fedeltà assoluta a ciò che, accadendo una sola volta, dà senso a tutta una vita.

Marco Novello

Fonti

Roberto De Gaetano, Tra-due. L’immaginazione cinematografica dell’evento d’amore, Pellegrini, Cosenza, 2008, 128 pp.

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