Il peso dell’umanità

Ogni giorno ci viene ricordato dell’impatto dell’umanità sul Pianeta. Leggiamo di catastrofiche inondazioni causate dal cambiamento dei pattern delle precipitazioni, di fuochi, ed estinzioni. Ma raramente vediamo la connessione diretta delle nostre azioni con quello che sta accadendo.

“Perché mai prendere la macchina dovrebbe contribuire allo scioglimento dei ghiacciai? Nemmeno ci arriva la mia macchina, lì!”

Uno dei casi in cui invece è brutalmente semplice vedere gli effetti della nostra presenza è quanto pesa l’umanità.

A dicembre 2020, su Nature, è stato pubblicato un articolo in cui veniva annunciato che il peso totale dovuto ai materiali fabbricati ed utilizzati dall’umanità ha ecceduto il peso complessivo della biomassa. Sulla Terra, adesso, c’è più cemento che vita.

Il sorpasso

Ormai sono ingranate nel nostro immaginario le vaste strisce di asfalto di un’autostrada, nastri neri che dividono il paesaggio, o le interminabili distese di cemento di città e aree industriali, volgarmente occupanti dello spazio compreso fra terra e cielo.

L’uomo è la specie di mammifero più diffusa sul pianeta ed il numero sta crescendo. Nel corso dei secoli poi, Homo Sapiens ha introdotto un forte disequilibrio nello status quo della biodiversità, promuovendo alcune specie e, inesorabilmente, condannando a morte altre. Per questa ragione, stendendo una classifica delle specie più diffuse sul Pianeta, si incontrano ai primi posti solamente specie addomesticate o che vivono a stretto contatto con l’uomo. Pecore, vacche, topi, cani. Gli animali selvatici sono relegati alle posizioni basse. Il numero di animali in Natura è diminuito dell’85% da quando l’uomo ha iniziato la sua sistematica operazione di rinnovo della superficie della Terra.

L’uomo, di per sé, compone solo lo 0.01% della biomassa totale. Diciamo che confrontando il nostro peso e quello di un albero, o dell’erba di un prato, è facile capire perché. Come è possibile che questo misero 0.01% abbia potuto fare così tanto?

Una storia d’amore

L’uomo non è l’unica specie in grado di dedicarsi alla carpenteria. Molti uccelli sono abilissimi costruttori, e anche i mammiferi non sono da meno.

Il tessitore sociale (a sinistra) ed il castoro (destra) sono esempi di animali in grado di padroneggiare l’arte della carpenteria. (credits: wikimedia commons)

Eppure, fin da millenni l’uomo è stato diverso. Sarà l’intelligenza o l’abilità manuale, in ogni caso abbiamo lasciato il segno in un modo diverso. Non solo abitazioni, ma templi e luoghi di spiritualità, luoghi di lavoro ed impressionanti opere di ingegneria che, ingiustamente, sfidano la maestosità della natura. L’uomo ha sempre avuto una passione per lasciare alle sue spalle costruzioni e ha trovato il perfetto compagno di merende nel cemento.

Il cemento è letteralmente alla base delle nostre vite. Seriamente: le fondamenta delle nostre case sono fatte di cemento. La sua storia è vecchia quanto la civiltà, con esempi di uso di sostanze con lo stesso scopo fin da millenni prima dell’anno 0, consolidate poi dalla civiltà romana. Solo con la rivoluzione industriale, però, si è vista l’affermazione di questo materiale. Da legante a protagonista, il cemento ha spodestato i mattoni (quanta estetica è stata sacrificata? Quanto è più evocativo un muro di mattoni, con le mille sfumature di rosso, gli angoli scheggiati e la geometria sottostante, rispetto ad una colata di grigio cemento?), e in nel giro di poco più di un secolo è stato portato a fare l’impossibile dall’umanità: pesare da solo la metà di tutto ciò che vive.

In termini di numeri, la biomassa si attesta a circa 1100 miliardi di tonnellate. Questo valore comprende, ovviamente, anche tutta la biomassa dipendente dall’uomo: bestiame, agricoltura, rifiuti organici e via dicendo. Se dall’equazione venisse tolto questo contributo, il declino di ciò che è naturale sarebbe così evidente da fare semplicemente paura. Eppure, in qualche modo, “grazie” agli allevamenti e alle coltivazioni, la massa vivente si attesta solo in lieve declino.

È la massa inerte antropogenica che si muove in fretta. Nel 2020 è avvenuto, appunto, il fatidico sorpasso. Di queste 1100 miliardi di tonnellate, 550 sono costituite da cemento.

Scriviamolo per esteso, in termini di kilogrammi:

550 000 000 000 000 kg

Per mettere questo numero in prospettiva, una delle piccole lune di Marte, Deimos, pesa leggermente meno di così.

Torino e Deimos, uno dei satelliti di Marte. Da quando l’uomo ha scoperto il cemento, è stata impiegata una massa del materiale superiore a quella della luna stessa. (credits: Google Maps, wikimedia commons)

Giungla di asfalto

Il cemento non è il solo protagonista di questa storia. Asfalto, aggregati e altri materiali da costruzione si impongono con prepotenza contro alla vita.

E con quale mancanza di rispetto! In un momento in cui tutti – o quasi – i governi si impegnano per transizioni ecologiche e politiche green, la realtà dei numeri dice cose diverse.

Ogni secondo, in Italia, 2 metri quadrati di terreno vengono persi, strappati dalla Natura per essere coperti di grigiume umano. In pochi secondi la superficie di una casa verrebbe coperta. In poco meno di un’ora e mezza, un ettaro di Terra verrebbe sacrificato per profitto e per far spazio ad una popolazione inconcepibilmente numerosa.

Ci spostiamo da un luogo all’altro su autostrade che tagliano habitat, ricoprendo un duplice ruolo nella distruzione della biomassa, separando specie, condannando a morte animali che hanno la sola colpa di trovarsi a condividere lo stesso spazio con un’altra tra le specie più diffuse sul Pianeta: l’automobile.

Oceani di plastica

La biglia verde azzurra che si vede dallo spazio profondo nasconde un secolo di abuso di uno dei materiali più straordinari che l’uomo abbia mai inventato, la plastica.

Anche se veniamo bombardati da messaggi che più o meno fanno #plasticfree, i polimeri ci circondano in maniera pervasiva. Le campagne per la limitazione delle plastiche monouso sono, appunto, campagne. Facilmente strumentalizzabili dai soliti individui, che mettono sul rogo la cannuccia di carta come emblema della deriva naziambientalista del mondo (insomma, si può bere anche senza cannuccia, tra parentesi), piatti, bicchieri e posate monouso non sono che la punta dell’iceberg.

Reggilattine? Ecco, ogni minuto, nel mondo, trentatremila oggetti di plastica come questo finiscono in mare

Fin da quando ha scoperto la plastica, l’umanità si è adoperata per far sì che questo materiale venisse utilizzato nel modo più sconsiderato e dannoso possibile. (credits Paulo di Oilviera)

Semplicemente, la plastica è troppo bella per essere facilmente sacrificabile. Resistente, facile da produrre ed adattabile, ormai l’umanità ne è dipendente, alle spese, come sempre, del Pianeta e dei suoi legittimi abitanti. E i numeri parlano chiaro, come sempre: la massa di plastica che l’uomo ha prodotto fin dall’alba di questa nuova era ha superato di gran lunga la massa animale, arrivando, in questi anni, a più di due volte il peso di tutto ciò che non è vegetale.

Mettersi a dieta

Il ritmo con cui l’umanità cresce e continua ad aggiungere massa antropogenica al Pianeta non varia da qualche decennio, restando costante, ma non nullo. Di questo passo, appena nel 2040, il peso dell’umanità diventerà tre volte maggiore della massa vivente – questo senza tenere in conto eventuali riduzioni catastrofiche della già maltrattata biodiversità.

Basta recarsi in un parco naturale – o un’oasi, come a volte vengono chiamati (pensate un paio di volte alle implicazioni di questo nome) – e sottrarsi per un momento alla prepotente presenza umana. Circondati da alberi invece che da edifici, i fiumi straripanti di vita invece che di rifiuti, sentieri a malapena visibili nel verde contrapposti all’asfalto: diventa facile capire che l’umanità ha un disperato bisogno di mettersi a dieta, o almeno di cercare di non mettere su altro peso.

Lo spazio e le risorse non sono infinite, come invece il paradigma della crescita continua sembra supporre. Le rosee aspettative di un costante aumento della produzione, dell’output industriale di una nazione, si scontrano con la realtà di un mondo impoverito e sempre più stretto. Un mondo in cui l’uomo estrae e concentra risorse, sfrutta senza dare niente in cambio e confina la bellezza primeva di un mondo selvaggio a poche aree, che solo per adesso risultano difficili da sfruttare.

Basta una foto della pianura padana scattata da un satellite per vedere quanto l’umanità sia invasiva.

Il nord Italia come lo vedrebbe un astronauta durante la notte. Le luci dell’umanità delineano chiaramente i luoghi dove la Natura ancora comanda. (credits: Google Earth)

E la rapidità dell’espansione umana, che Warren M. Hern paragonò ad una metastasi planetaria, è evidente se si pensa che poco più di un secolo fa tutta questa luce non esisteva e l’oscurità era ancora padrona delle notti. La crescita del peso dell’umanità segue lo stesso insostenibile andamento.

Con piena cognizione di ciò che stiamo facendo, accumuliamo senza freni, il nostro peso cresce mentre il pavimento che ci separa dall’abisso si assottiglia. Per quanto sia necessaria un’azione coordinata della specie umana, con un coinvolgimento su scala mondiale – una guerra mondiale in cui il nemico è il nostro modo di pensare – ognuno di noi può fare la sua parte. Ciò non farà la differenza, ma nella nostra piccola, irrilevante quotidianità possiamo alleggerire la Natura di un po’ di inutile peso in eccesso. Rinunciare ad una macchina per prendere una bici salva quasi due tonnellate, bere l’acqua del rubinetto evita circa 15 kg di plastica ogni anno, e via dicendo. Piccole azioni che alleggeriscono la Terra.

E la prossima volta che sarete in un bosco o in montagna, fra roccia e cielo, circondati da alberi e animali, al suono di qualche uccello canoro, ricordate che era così il Pianeta che la Natura ci ha dato milioni di anni fa. Pensate a come è stato trattato e cercate di lasciarlo in una condizione leggermente migliore di come lo avete trovato.

Davide Borchia

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