Io ragazzo trans

Intervista a Edoardo Beniamin

Le recenti dispute relative alla bocciatura del DDL Zan e le frequenti notizie di pestaggi e atti violenti nei confronti dei membri della comunità LGBTQIA+ spostano sempre più spesso la lente mediatica su quelle che sono, purtroppo, le frequenti discriminazioni nei confronti di omosessuali e lesbiche. In quest’ottica vengono però a volte trascurate altri elementi della comunità come transessuali, asessuali, bisessuali e molte altre sfumature dell’arcobaleno pride. Per questo The Password ha deciso di portare alla luce la condizione di moltə ragazzə italianə che affrontano ogni giorno un percorso tortuoso alla ricerca della propria felicità. Tramite la nostra redattrice Caterina Malanetto, The Password ha intervistato uno di loro, Edoardo, che ha raccontato qualcosa riguardo alla sua vita speciale.

Come prima cosa parlaci di te. Chi sei?

“Sono Edoardo, ho quasi 22 anni e sono un ragazzo trans. Faccio l’accompagnatore turistico, non studio ma l’anno prossimo vorrei iscrivermi all’università di economia turistica. Un giorno vorrei fare il gondoliere, ma l’ambiente mentalmente chiuso un po’ mi frena. Una delle cose più belle degli ultimi tempi: proprio l’altro ieri mi è arrivata la sentenza per la rettifica dei documenti. Sarà un lungo percorso ma è stata una grande emozione. Ogni volta che ho raggiunto i grandi step del mio percorso di transizione, come il testosterone o la barba, ero felice. Ma questa è stata la prima volta che mi sono commosso sul serio. Ora è tutto così reale”.

Quando inizia il tuo percorso di transizione? Come hai capito di voler cambiare genere?

“Avevo 17 anni quando l’ho capito e ho iniziato il percorso a 18. È stato difficile perché sono cresciuto in una famiglia molto chiusa e dagli orizzonti limitati. Già quando mi sono messo con la mia ragazza, Claudia, è stato complicato. Dopo quasi un anno con lei, con il suo supporto l’ho capito. Inizialmente credevo che ciò che provavo fosse normale. Era un insieme di piccole cose: al di là dell’odiare gli indumenti femminili, non mi piaceva proprio guardarmi allo specchio. Ero disgustato, vedevo il riflesso di un corpo che non era il mio. Confrontandomi con due mie amiche ho capito che il mio non volermi vedere nudo non era normale. Da lì ho iniziato a farmi qualche domanda. Neanche sapevo esistessero i ragazzi trans all’epoca. Grazie a Claudia sono riuscito ad aprire la mia mentalità chiusa, influenzata dalla mia famiglia”.

Che cos’è la disforia di genere? Come si manifesta? In quali occasioni in particolare?

“La disforia di genere è molto specifica. Rappresenta il malessere che si prova a non riconoscersi in certi aspetti, che siano nel pubblico o nel privato. Non siamo riconosciuti e non ci riconosciamo come vorremmo. Ma può emergere per vari motivi. Ad esempio, attualmente molti ragazzi che hanno la barba ma una voce ancora femminile, quando indossano la mascherina, vengono presi per ragazze. Ma anche nel privato la disforia colpisce duramente. Ad esempio quando indosso una maglietta che mi evidenzia delle curve che tecnicamente i maschi non hanno, ne avverto il peso. Per me è più difficile quando cado in questo buco nero nel mio intimo, anche se gli altri non vedono questa piccolo dettaglio femminile che a me mangia dentro”.

Ancora ora ti capita di provare disforia?

“Secondo me la disforia non ti abbandona mai, anche a 20 anni di testosterone. Prima del T era più frequente, ora molto meno ma capita ancora. Nella mia testa sarò sempre diverso da un ragazzo cis, inferiore a lui”.

Parlaci di un momento in cui grazie al percorso di transizione ti sei sentito completamente a tuo agio con il tuo corpo.

“Quest’estate ho visto finalmente i risultati della cura ormonale, anche se lo prendo ormai da due anni. Questo perché ho cambiato tipo di testosterone, quello vecchio non dava particolari cambiamenti. Anche grazie al supporto del mio amico Andrea ho iniziato a usare il tape, ovvero un nastro elastico, simile a un nastro adesivo, che viene applicato sopra al seno per appiattirlo, tirandolo di lato; sotto ai vestiti risulta quasi invisibile. Andavo in spiaggia con costume e tape e vedevo che i miei fianchi erano più mascolini ed ero felice. Soffrivo perché il tape non è il massimo per la pelle, ma finalmente mi sono sentito bene con me stesso. Tutto ciò è successo quando mi sono arreso all’idea che non cambiasse nulla, ma con il nuovo tipo di testosterone è cambiato tutto”.

Quali sono i disagi fisici e psicologici della transizione?

“Fisicamente, le cosa più stancanti sono stati proprio il tape e il binder (indumento che viene indossato sotto ai vestiti per comprimere il torace e appiattire il seno, NdR). Il binder mi provoca soprattutto mal di schiena, ma come mi disse un ragazzo “farà male la schiena ma il sollievo mentale che ti porta è tanto”. La stessa cosa vale per il tape. Io ci ho messo quasi due anni per imparare a metterlo e a capire i tempi adatti a me per tenerlo attaccato alla pelle. Ora ho 6 rotoli di tape e il mio obiettivo è quello di farli bastare fino all’operazione che avverrà entro la fine dell’estate.

Dal punto di vista psicologico, da quando prendo il testosterone mi sento molto anaffettivo. Non piango più, è come se le mie emozioni fossero piatte. Pensavo che il fatto che i ragazzi piangessero di meno fosse uno stereotipo ma sento che su di me ha un effetto reale. Poi nel primo anno di testosterone ho avuto molti sbalzi d’umore.

Una cosa curiosa: anche le cose “brutte” erano cose brutte ma da maschio, e quindi belle per me: quando la mia ragazza diceva che avevo la pelle meno morbida ero felice. All’inizio del percorso mi piaceva ogni piccolo cambiamento”.

Hai mai subito atti di bullismo riguardanti il tuo essere una persona transgender?

“Per me è stato in parte più facile dato che ho fatto coming out dopo il liceo. Certe persone lo sapevano da tempo ma erano amici molto stretti. Perciò a scuola non ho vissuto molto la discriminazione. Il bullismo l’ho vissuto paradossalmente fuori dalle porte del mio liceo. Quando ho iniziato a lavorare come accompagnatore, la collega che si occupava di risorse umane si rifiutava di cambiarmi il nome sul tesserino, neanche quando stavo cambiando molto fisicamente. C’è un fascicolo promulgato da CGIL, CISL, UIL che parla dei diritti dei dipendenti trans. Tuttavia, non è un dovere accettare tali diritti da parte dei datori di lavoro. Questo episodio mi ha colpito particolarmente perché si trattava di un luogo che frequentavo tutti i giorni, e banalmente la griglia con gli orari presentava il mio deadname (nome precedente alla transizione, NdR). Era pesante andare ogni volta a lavorare con questo pensiero. Un altro episodio simile mi è accaduto quando ad un colloquio mi avevano accettato per poi rifiutarmi quando gli ho dato i documenti, allora non ancora rettificati”.

Come funziona il percorso di transizione? Sia dal punto di vista medico-psicologico che legale.

“Quando ho iniziato io ci volevano minimo sei mesi di percorso psicologico. Adesso non ci sono limiti ma si svolge generalmente una terapia di quattro o cinque mesi. Dopodiché viene dato un via libera per l’endocrinologo in cui si afferma che si soffre di disforia di genere e si inizia con la cura ormonale. Purtroppo, non è facile trovare gli endocrinologhi. Pochi medici si specializzano in questo ambito.

Per un anno dopo aver iniziato il testosterone bisogna entrare a tutto tondo nell’ottica di “vivere da uomo”, nel frattempo la psicologa e il dottore danno il via libera per richiedere un’udienza in tribunale, che si ha dopo minimo tre mesi. Durante questa udienza con il proprio avvocato bisogna “provare” di essere uomo. L’avvocato chiede ad esempio di mostrare la barba e dimostrare di rientrare nei canoni maschili. Trovo che sia un aspetto molto discriminante del percorso, perché se per esempio un ragazzo si mettesse lo smalto prima dell’udienza avrebbe meno chance di un riscontro positivo.

La sentenza viene emessa dopo un tempo indeterminato. I giudici sono impreparati e tendono a dire di no, e spesso richiedono una perizia psichiatrica per poter accedere ad un’altra udienza, il che è degradante.

Dopo la sentenza ci si mette in lista d’attesa per essere operati gratuitamente ma si può anche privatamente. In Italia bisogna attendere la sentenza del giudice dal momento che non si può asportare un organo sano, ma in molti paesi esteri non è necessario. Perciò chi ne ha la possibilità va a svolgere all’estero la bottom surgery (tipo di intervento chirurgico di conferma del genere in cui i genitali di una persona vengono alterati per corrispondere alla loro identità di genere, NdR)”.

Hai da poco ottenuto il cambio di nominativo sui documenti. Hai altri obiettivi?

“Al momento la ricostruzione del torace maschile. Il petto diminuisce da quando inizi a prendere il testosterone ma, soprattutto quando si è procaci, può essere un problema. Sto valutando anche l’isterectomia (asportazione dell’utero, NdR), ma si tratta di una procedura più invasiva e rischiosa. Allo stesso tempo è comunque azzardato prendere testosterone e avere un utero, dal momento che produco due tipologie di ormoni differenti. D’altra parte, senza ormoni rischio di morire. Perciò nel caso un giorno non potessi più reperire il testosterone, il rischio sarebbe alto. Per questo è importante che il testosterone venga garantito”.

Come fai attivismo sui social?

“Ho iniziato con la terapia ormonale e il mio primo post riguardava il mio coming out. Le persone erano curiose, ed ero contento dato che secondo me la curiosità è un accesso fondamentale al sapere. Inizialmente ero timido sui social, ma poi ho capito l’utilità del diffondere informazioni riguardo il mio percorso. Sono molto contento che molti miei follower siano da ogni parte d’Italia, anche se avevo iniziato solo per i veneziani curiosi, dato che non si parla molto di transessualità qui. Molti ragazzi medi veneziani, che magari non sembravano coinvolti nella causa LGBTQIA+, si interessavano.

Il fatto che se ne parli dimostra quante persone trans ci siano e a me piace diffondere informazione, ma anche leggere le esperienze altrui vedendo come le situazioni si assomigliano. In questo modo capisco di non essere solo, il che mi rincuora”.

Secondo te, ci sono delle domande, dei commenti, dei pareri che non andrebbero né detti né pensati quando si conosce, sia in modo formale che informale, una persona transgender? Quali sono gli errori commessi più comunemente dalle persone quando si relazionano con una persona trans?

“C’è della sgarbatezza che a volte è solo ignoranza senza malignità. Nel mio caso le domande che non mi piace ricevere non le ho mai rifiutate, ho cercato anzi di spiegare che dovrebbero essere formulate in modo diverso. Una cosa che mi fa stare male è che non potrò mai mettere incinta la mia ragazza. E la domanda che assolutamente non sopporto è “quando sarai un maschio vero?”. Già io soffro per questa cosa, infierire mi fa stare ancora peggio. Anche frasi del tipo “quando eri una femmina…”. Teoricamente non lo sono mai stato, e questo mi ricorda la sofferenza di prima. E poi le classiche domande sul deadname o su che taglia di reggipetto avevo. Sono cose private, anche se capisco che si tratti semplicemente di curiosità. Io solitamente dipano solo i dubbi e gli spiego che non dovrebbero chiedere cose di questo genere, cercando di tutelare altri”.

Come ti relazioni con gli altri maschi?

“Ho sempre fatto molta fatica, mi sento trattato in modo diverso. Le classiche battute rozze, stupide e sessiste non mi fanno ridere, e molti pensano che io sia gay solo perché mi metto lo smalto o non parlo in venezianaccio o sono magrolino. A volte sono escluso e lo percepisco”.

Come ha reagito la tua famiglia?

“Mio padre ha subito avuto paura. Era preoccupato del fatto che si tratti di una cosa irreversibile. Era diventato un argomento taboo in casa. Ora per fortuna vedo che sta muovendo dei passi verso di me.

Mia mamma è infermiera e sa come funziona la questione, quindi lo ha subito capito. Lo ha accettato principalmente per ricostruire il rapporto che avevamo perso quando ho fatto coming out come ragazza lesbica”.

È stato complicato per le persone intorno a te non utilizzare i pronomi errati o il tuo deadname?

“È stato difficile per me, figurati per gli altri. La persona che ci ha messo di meno è stata la mia morosa. La mia famiglia ci ha messo un annetto.

I miei amici mi chiamavano Edo ma poi usavano il femminile, come se Edo fosse un genere neutro. Poi dall’altra estate di punto in bianco tutti hanno iniziato a darmi del maschile, probabilmente per com’ero cambiato fisicamente”.

Pensando al recente rifiuto del DDL Zan, quali sono gli atti discriminatori a cui sono ancora formalmente soggette le persone transgender in Italia?

“Tutte quelle situazioni che ci espongono con il nostro deadname. Poi la violenza quotidiana, sia verbale che fisica. La gente ci considera inferiori e si sente in diritto di fare quello che vuole. Soprattutto per le persone che non hanno ancora iniziato la transizione può essere utile”.

I lettori chiedono: come funziona la chirurgia per ambo le parti? Una donna che ha compiuto una transizione mtf può rimanere incinta? Quale reazione dovrebbe avere un genitore nei confronti di un figlio che vuole fare la transizione?

“Il percorso in sé è uguale in termini di tempistiche. Gli ormoni sono ovviamente diversi e anche le procedure. I maschi assumono ormoni tramite gel o iniezioni, le ragazze possono anche prendere delle pillole. Le operazioni sono diverse, e per quanto riguarda la ricostruzione dei genitali le ragazze hanno tendenzialmente un risultato più realistico. Per le ragazze si crea una cavità mentre per i ragazzi si prende pelle da altre parti del corpo per creare il pene, ma si tratta di operazioni estremamente complicate. Inoltre, le ragazze tendono ad operarsi di più, soprattutto per la discriminazione che subisce una ragazza trans con attributi maschili. Noi ragazzi abbiamo altre alternative come i packer (protesi anatomica che riproduce fedelmente l’organo sessuale maschile, NdR).

Per quanto riguarda la seconda domanda, no, perché si dovrebbe fare un trapianto di utero, estremamente complicato.

Il genitore del ragazzo o ragazza che vorrebbe iniziare il percorso di transizione dovrebbe, in primis,ascoltare i malesseri del figlio o della figlia. Usare pronomi corretti. Fare domande. Anche iniziare un percorso psicologico può essere molto utile”.

Cosa diresti ad una persona che vuole iniziare il percorso di transizione?

“Avere tanta pazienza. Non arriva tutto subito ma arriva: tempi che sembrano lunghi sono in realtà necessari anche per noi per elaborare. E poi fidarsi delle figure professionali”.

Caterina Malanetto

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