Hikikomori, un fenomeno sociale. Intervista a Elena Carolei.

Il termine hikikomori viene dal giapponese e significa letteralmente “stare in disparte”. Esso deriva dalle parole hiku (“tirare”) e komoru (“fuggire”) e indica una persona che ha scelto di “scappare” fisicamente dalla vita sociale di persona, spesso isolandosi e confinandosi in casa o nella propria stanza. Questo tipo di scelta è dettata da fattori personali e sociali di varia natura.

Hikikomori Italia, come riporta il loro sito, è “un progetto di sensibilizzazione sul tema dell’isolamento sociale volontario fondato da Marco Crepaldi (psicologo) nel 2013”. In seguito, nel giugno 2017, nasce ufficialmente anche l’omonima associazione nazionale, di cui Marco Crepaldi è il presidente.

L’obiettivo principale dell’associazione è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni su un disagio ancora oggi poco conosciuto in Italia, supportare i ragazzi e i genitori che si trovano a vivere questa problematica, oltre a creare una rete nazionale che metta in contatto tutti coloro che ne sono interessati, direttamente o indirettamente, come psicologi, insegnanti e non solo. L’associazione è attiva su tutto il territorio italiano, con diversi progetti attivi, insieme a eventi di sensibilizzazione, gruppi di mutuo aiuto dedicati ai genitori e diverse collaborazioni in atto con le organizzazioni e gli enti locali che si sono dimostrati interessati a supportarli.

The Password ha avuto il piacere di parlare con Elena Carolei, presidente dell’associazione Hikikomori Italia Genitori.

Com’è nata l’associazione “Hikikomori Italia”? E l’associazione “Hikikomori Italia Genitori”, invece?

Il primo pensiero è stato quello di Marco Crepaldi, giovane laureato in psicologia che già durante i suoi studi aveva preso consapevolezza del fatto che in Italia, come in Giappone, vi fossero persone con un forte disagio, che decidono di ritirarsi dalla vita sociale. Dapprima è nato un gruppo Facebook, Hikikomori Italia Genitori, nel settembre 2016. Presto si è popolato e molti genitori hanno scoperto non essere soli a vivere questo tipo di problema: è nata così l’esigenza di creare un ente in grado di relazionarsi con le istituzioni, esprimendo il bisogno di queste famiglie.

Nel 2017 nasce Hikikomori Italia Genitori, creata da Marco Crepaldi, Silvia Travaglini e me; poi, sempre insieme a Marco Crepaldi, abbiamo creato Hikikomori Italia. Hikikomori Italia Genitori è un’associazione che raccoglie in tutta Italia centinaia di genitori e parenti di ragazzi con problemi di isolamento sociale, che desiderano sostenere la causa di Hikikomori Italia. Lo scopo comune è quello di sensibilizzare le istituzioni al fine di ottenere maggiori diritti e servizi. Hikikomori Italia, invece, raccoglie decine di psicologi per contrastare questo fenomeno. Il principale obiettivo dell’associazione è quello di informare, coinvolgere e tentare di accendere una riflessione critica sul caso.

Com’è evoluta negli anni?

Siamo nati nel 2017 e abbiamo pensato di dare la possibilità agli associati di aggregarsi in gruppi locali di genitori geograficamente vicini, che potessero relazionarsi con il territorio e poter così creare anche gruppi di auto e mutuo aiuto che si incontrano, raccontano le loro storie e danno suggerimenti, con la conduzione e l’aiuto di uno psicologo o psicoterapeuta. Negli anni, ovviamente, vi sono state zone che si sono mosse prima, perché più “affollate” di famiglie con questo problema, poi abbiamo coperto tutta Italia. Durante le restrizioni legate alla pandemia da Covid-19, questi incontri si sono tenuti, purtroppo, online, ma con minore efficacia in quanto il confronto dal vivo rimane molto importante.

Il costo annuo per associarsi è molto ridotto, di 48 euro. A fronte di questa spesa si ha diritto a partecipare a questi confronti mensili, ora online, con supporto gratuito di un professionista.

Quali sono i progetti più importanti da voi lanciati?

Sicuramente il progetto di sostegno alla famiglia di cui abbiamo parlato prima. I genitori sono una risorsa importante, a cui non si può accedere attraverso la scuola, la sanità o altri strumenti. Nel 99% dei casi, i familiari sono gli unici che possono interagire con questi ragazzi. Il fatto di informare le famiglie su come operare per aiutare il figlio è uno strumento fondamentale, tenendo conto anche del costo molto contenuto. Questo già di per sé è rilevante e impattante. Dopo di che, abbiamo partecipato ad altri progetti: sicuramente facciamo molti eventi informativi – o comunque facevamo, prima del Covid-19 – e abbiamo informato la comunità scientifica, la cittadinanza.

In Piemonte abbiamo costituito un protocollo di intesa con la regione Piemonte e l’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte. In questo, sono state scritte delle linee guida per la scuola, ovvero come possono agire gli insegnanti per favorire il successo formativo di ragazzi che hanno questo problema, e quindi non frequentano o sono in grande difficoltà, ma anche linee guida per usufruire di servizi di tirocinio e altri strumenti di lavoro su misura per i nostri ragazzi. Abbiamo progetti di formazione per i docenti delle scuole. Siamo dentro una commissione del MIUR per diffondere non solo nelle scuole del Piemonte, ma in tutte quelle italiane, delle buone prassi di lavoro con i ragazzi hikikomori. Inoltre, abbiamo altri progetti di sostegno: grazie al 5×1000 dell’associazione Hikikomori Italia Genitori (che è un’associazione ONLUS), abbiamo finanziato psicoterapie online gratuite per i ragazzi, che permette un intervento diretto sul ragazzo, con possibilità, dopo cinque sedute online, di proseguire con sedute di gruppo. Questo dovrebbe avere un’importante impatto sull’attività di socializzazione.

Al momento abbiamo in piedi questo progetto e i ragazzi si trovano bene tra di loro, accompagnati da un professionista. L’intenzione è di far evolvere queste sedute di gruppo, con una gita o delle attività. In via sperimentale, abbiamo svolto una di queste ultime con un operatore a domicilio, sovvenzionato da enti finanziatori a seguito di bando. Oltre a ciò, sono attivi anche i gruppi di auto e mutuo aiuto dei genitori e il progetto di psicoterapia online a cui possono accedere direttamente i ragazzi. Se un ragazzo o un familiare volesse partecipare, potrebbe scrivere a gruppi@hikikomoriitalia.it.

Mi può parlare del fenomeno sociale degli hikikomori in Italia?

Quello che posso dire è che è un fenomeno in espansione, con caratteristiche multifattoriali; non vi è una causa specifica che sia stata identificata con certezza, vi sono delle componenti personali, associabili al carattere del ragazzo, che può essere particolarmente introverso, sensibile. Vi sono delle caratteristiche familiari: una di queste, che ci ha stupito, è che generalmente le famiglie di questi ragazzi sono famiglie con un livello culturale medio-alto, con conseguenti alte aspettative inerenti allo studio e ai risultati sui figli. Almeno, nella nostra associazione sembra essere così. Un altro fattore è l’evoluzione della società, che in questi ultimi decenni è cambiata moltissimo e si basa principalmente su modelli narcisistici e competitivi. Questa miscela, anche in dosi diverse tra le varie componenti, può essere una causa importante. Non posso dirlo in quanto psicologo sociale, ma occupandomi del fenomeno, posso dirlo per esperienza.

Il fenomeno sociale hikikomori è diffuso anche tra i giovani immigrati nel paese?

Nell’associazione ne abbiamo pochissimi, almeno non arrivano a noi. Ma non lo escludo.

La pandemia di Covid-19 in corso ha visto un aumento del fenomeno sociale in Italia? E che ripercussioni ha avuto su chi già viveva questa condizione?

Abbiamo assistito ad un abbassamento dell’età delle prime avvisaglie, nel senso che, secondo noi, la pandemia ha fatto da acceleratore nello sviluppo della manifestazioni di alcune problematiche già preesistenti nel ragazzo. Più che determinare il ritiro sociale – mostrando alcuni aspetti dello stare in casa a ragazzi che già soffrivano la socialità – può aver sollecitato il rifugiarsi in un determinato tipo di vita. Io la vedo più come un’accelerazione che come una causa.

La didattica a distanza ha inficiato sui giovani che vivono questa condizione?

Alcuni ragazzi hanno beneficiato della dad. La condizione è questa: sono ragazzi che hanno una grande difficoltà nello stare con gli altri e questo provoca loro molto disagio. In alcuni casi, usando le parole utilizzate da alcune mamme, la dad si è rivelata “di aiuto” per alcuni ragazzi nel superare il problema delle assenze. Allo stesso tempo, vi sono ragazzi ai quali gli insegnanti chiedevano di tenere la telecamera accesa, mentre per loro il fatto di non farsi guardare era importantissimo, per una certa vergogna e un certo disagio che questi ultimi sviluppano nello stare con gli altri. La richiesta della webcam accesa, in alcuni casi dei nostri ragazzi, ha anche provocato l’abbandono della frequenza alle lezioni.

Vi è quindi sia un fattore “positivo”, che uno negativo. Il mio personale parere è che abbia per lo più favorito ad affrontare gli studi senza preoccuparsi della socialità. In questo senso può aver aiutato. D’altro canto, può aver velocizzato la manifestazione di alcune problematiche. Per esempio, un ragazzino che frequenta le medie e, per questioni di bullismo o difficoltà relazionali con i compagni, già non si trovava bene, può aver vissuto con la didattica a distanza quel “beneficio” che si trova nello stare lontano dagli altri.

Secondo lei perché questo fenomeno, per quanto vasto, resta ancora così poco conosciuto nel nostro paese?

Innanzitutto, sono ragazzi che non si vedono. Se un ragazzo che sta chiuso in casa non si vede, è diverso. Loro non promuovono la propria sofferenza. Secondo: spesso i genitori stessi o le famiglie non riconoscono la sofferenza e la scambiano per pigrizia, ed è gravissimo, un fatto cruciale in cui gli stessi genitori, le persone a loro intorno come insegnanti, medici o parenti non comprendono, fanno fatica a pensare un disagio e quindi associano questo comportamento alla pigrizia. Qui non è un “non vado a scuola perché non ho fatto i compiti”, qui è diverso, è un “non vado a scuola perché ci sto male”, ed è difficile cambiare la visuale per gli adulti, che sono abituati a immaginare assenze legate ad altri fattori. Anche quando la famiglia si rende conto, in realtà, rimane comunque un’importante vergogna da parte dei familiari.

Cosa direbbe a chi si trova, come giovane che vive la condizione o genitore, a vivere questo fenomeno?

Io posso sicuramente parlare ai genitori. Ci vuole pazienza, tanta comprensione. Vi è una comunità di altri genitori che vive questa situazione e ci aiutiamo tra noi. Quindi direi di rivolgersi almeno al gruppo Facebook per confrontarsi con altri. Ai ragazzi direi di cercare di far capire ai genitori che state soffrendo, che non siete pigri. La strada è lì, è questa un po’ ciò che fa la differenza, perché finché gli adulti non conoscono il vostro dolore non possono aiutarvi.

Hai letture da consigliare ai nostri lettori sul tema?

C’è il libro di Marco Crepaldi “Hikikomori, i giovani che non escono di casa”, edito da Alpes Italia, che spiega molto bene il fenomeno ed è un’indagine di psicologia sociale.

Poi vi è il libro di Saitō Tamaki “Hikikomori: Adolescence without End, molto utile per i genitori. Vi è poi il sito di Hikikomori Italia e il canale Youtube.

Per maggiori informazioni, visitate le pagine Instagram, Facebook, Youtube, il sito intenet e il canale Telegram di Hikikomori Italia.

Malvina Montini

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