Animenta: raccontare per sensibilizzare. Intervista tra anime toniche

A raccontarsi questa volta sono loro: Aurora Caporossi, Riccardo Linares e Laura Montanari che insieme hanno dato vita ad Animenta, un’Associazione di Anime fatta per Anime. Li abbiamo conosciuti con una chiacchierata arricchente e tonificante proprio nel giorno del compleanno di Animenta: solo i chilometri e lo schermo di un computer ci hanno distanziati fisicamente, ma non ci hanno impedito di sentirci vicini con la forza di parole di gratitudine e di riflessioni personali. Perciò… conosciamoli meglio!

Com’è nata Animenta?

Animenta nasce per “Raccontare e Sensibilizzare”: questo è il suo claim ed il suo intento. Cerchiamo di parlare dei Disturbi del Comportamento alimentare, lavorando sulla consapevolezza e sull’informazione, per permettere a chi sta affrontando queste malattie di sentirsi meno solo e di supportare chi vede un loro caro affrontare un disturbo alimentare. Per questo motivo Animenta realizza anche attività di prevenzione nelle scuole creando occasioni di confronto e di dialogo con ragazzi e docenti; attraverso poi la pubblicazione delle storie di tante persone che raccontano il proprio percorso personale, l’associazione è un luogo di ascolto in cui ogni storia è accolta e il giudizio è bandito.

L’associazione nasce anche grazie ai racconti delle persone che soffrono di queste malattie per svelare tutto quello che non si vede, che si cela dietro il sipario del corpo. Si tratta perlopiù di storie al femminile, sebbene sappiamo che, nella realtà, sono numerosi i casi di ragazzi. Bisogna ricordare sempre, infatti, che i disturbi alimentari non sono solo malattie femminili e che, nonostante i numeri tendano maggiormente verso casistiche di ragazze e di donne, è importante tenere bene in considerazione anche la percentuale di ragazzi e uomini che affrontano questo problema. È per questo che noi partiamo dalle storie, che vanno oltre la diagnosi e i vari parametri clinici – comunque importanti.

Dai DCA si può guarire”

Spesso accade che ci si identifichi con la propria malattia arrivandosi a chiedere chi sarò io dopo il percorso di cura? Ogni volta che qualcuno ci fa questa domanda pensiamo a quanto sia importante lavorare per dare speranza e per fare capire che dai DCA si può guarire. Ognuno lo fa con i suoi tempi, con il suo percorso, e non tutti i percorsi sono uguali, ogni strada presenta le sue buche e curve più o meno spigolose, ma un approccio di cura ad personam consente di ricostruirsi per davvero. Tutto sta nel fatto che non ci hanno insegnato che le cadute e le ricadute, anche future, non sono fallimenti e che ci si può sempre rimettere in piedi.

Oltre alla newsletter dedicata alle storie, sono molti i progetti che proponete. Intervenite soprattutto nelle scuole: perché? 

È importante che la prevenzione parta dalle scuole. Quando andavamo al liceo abbiamo fatto moltissimi progetti di prevenzione su diversi temi eppure nessuno ci hai mai parlato di cosa accade se ho una relazione complessa con il cibo o con la mia immagine riflessa allo specchio. L’educazione alimentare viene ancora poco trattata ed è fondamentale insegnare ai ragazzi che cos’è l’alimentazione, ricostruendo le basi di questo concetto per creare in loro uno spirito critico che permetta di far fronte a tutti quei fantomatici consigli alimentari che troviamo online.

“Si ha paura solo di ciò che non si conosce”

Ai ragazzi non parliamo solo di anoressia, bulimia o binge eating, di condotte restrittive e di tutti quei comportamenti che segnalano l’esordio o la presenza di un disturbo legato alla nutrizione, ma anche di tutto il contorno: dei social media, del web… Informare significa ridurre la paura, che è sempre riconducibile all’ignoto. “Si ha paura solo di ciò che non si conosce”: così mi diceva mia nonna – interviene Aurora – e da questo ho iniziato a studiare tra i fornelli, sperimentando ricette e nuovi piatti, a partire dalla lettura di libri di alimentazione.

L’ananas che “brucia” grassi, il bicchiere di acqua e limone dimagrante e tutte le varie “scorciatoie” miracolose non sono accreditabili, ma lo divengono perché sponsorizzate sul web con ampio seguito. Non mancano, ancora, le sfide social malsane, tuttavia seguite da un ampio parterre di ragazzine e di ragazzi sempre più piccoli, come quella degli auricolari dello smartphone intorno alla vita: se riesci a legare il filo facendo due giri sei magro. Pazzesco, eppure so che la me di sedici anni l’avrebbe probabilmente fatto, afferma Aurora.

Ecco perché prevenire a partire dai banchi di scuola è importante: è lì che spesso nascono i problemi ed entrarvi è molto significativo e rigenerante per noi, sostiene Laura, perché lavoriamo con ragazzi che hanno voglia di conoscere che cosa accade.

A proposito di social media: per quale motivo utilizzate pochissime fotografie sulle vostre pagine? 

Come fondatori di Animenta, abbiamo optato per un impiego minimo di fotografie o di immagini di corpi per una questione di percezione. Crediamo che l’informazione debba essere attuata in maniera chiara, esprimendo parole e contenuti dai significati evidenti.

Questa scelta nasce in particolare dal fatto che i disturbi del comportamento alimentare non riguardano solo il corpo, il peso o il cibo. Tutto quello che noi vediamo è un sintomo di ciò che si annida nell’invisibile. E come si racconta qualcosa che non si vede? Attraverso le storie, con le parole e, solo ogni tanto, con qualche scatto.

Le poche immagini che compaiono, raffigurano perlopiù momenti legati al mio rapporto (di Aurora) con la pasta o attimi di felicità che possano trasmettere speranza e far nascere un sorriso a chi le guarda. 

Animenta e il movimento lilla

Il vostro è chiaramente un forte messaggio di speranza.  

Hai centrato il punto: la speranza. È quello il motore che ci induce a pubblicare le storie di chi ha superato o si trova nel bel mezzo di un percorso di riabilitazione, che implichi un intervento non solo nutrizionale, ma soprattutto psicoterapeutico e multidisciplinare.  

“Ma siamo così tanti, eppure perché ci siamo sempre sentiti così soli?”

Leggendo i racconti, magari il lettore si ritrova tra quelle parole e si sente più compreso e meno solo o forse questo non accade, ma comunque la condivisione permette di acquisire la consapevolezza che in questo tunnel si può entrare in modi svariati ma vi si può anche e soprattutto uscire, ognuno seguendo la propria strada. Perché il filo conduttore che lega tutti i testimoni è proprio la solitudine: ma siamo così tanti, eppure perché ci siamo sempre sentiti così soli? Ecco, Animenta vuole essere un luogo di accoglienza, un punto di riferimento, rifugio e sfogo per chi sta affrontando queste malattie e per i parenti e le famiglie che non sanno a chi rivolgersi per aiutare i propri cari.

Alessia Congiu

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