Inseguire quel suono con Alessandro De Rosa

La musica è un veicolo emotivo. Ti trasporta, ti travolge, ti colpisce. Ha il potere di rievocare ricordi e sentimenti, a volte seppelliti nella memoria, e farceli rivivere così intensamente da avere l’impressione di esserci immersi completamente. E se la nostra vita fosse un film, ognuno di noi avrebbe la propria colonna sonora che disegnerebbe indisturbata lo scorrere del tempo, mettendo l’accento qua e là nei momenti importanti.

Venerdì 17 Febbraio 2022 è uscito in tutte le sale cinematografiche italiane Ennio, il docufilm incentrato sulla vita del leggendario compositore italiano Ennio Morricone. Il film, presentato fuori concorso al festival del cinema di Venezia di quest’anno, è un sentito e profondo omaggio alla vita di un grande uomo che ha segnato inevitabilmente la storia della musica e del cinema italiano e internazionale. Dalla regia del premio Oscar Giuseppe Tornatore, Ennio ripercorre alcuni dei momenti più significativi della carriera del compositore legati insieme da alcuni dei suoi lavori più spettacolari e iconici di tutti i tempi.

In occasione dell’uscita del film, la redazione di The Password ha avuto il piacere di incontrare Alessandro De Rosa, compositore e scrittore del libro Inseguendo quel suono, biografia di Ennio Morricone, scritta in collaborazione con il maestro stesso. Qui di seguito alcuni estratti dell’intervista, buona lettura!

Come è iniziato il tuo rapporto con la musica?

Sicuramente la musica è sempre stata un po’ la colonna portante di tutta la mia vita. Da bambino avevo iniziato a studiare pianoforte con mio fratello, eravamo molto piccoli e nostra madre ci portava a dei corsi. A me in realtà non piaceva molto studiare la musica, tanto meno esibirmi, era veramente terribile in effetti. Ho smesso con il pianoforte e dopo alcuni anni, ne avevo circa 12, scoprii la chitarra: mi ero interessato guardando gli altri ragazzi che la suonavano in spiaggia quando andavo in vacanza, e così, dato che mio padre la suonava, gli chiesi di insegnarmi.

Dall’esecuzione musicale poi ti sei spostato sulla composizione, quando è avvenuto questo passaggio?

Devo dire che fin da subito sentivo la necessità di fare qualcosa di mio. Da alcuni accordi iniziavo a vedere delle concatenazioni e ad avere le prime idee musicali. Ho fatto parte di una band con mio fratello per tanto tempo, abbiamo fatto le nostre esperienze, e quando oè arrivato il momento di prendere strade diverse io ho continuato a voler scrivere musica. Sono partito un po’ così, da autodidatta. Diciamo che quando ho iniziato ad usare il computer, anche perché non potevo sempre chiedere a mio fratello di trascrivere quello che avevo in mente, ho imparato tante cose. Facevo fotocopie di partiture, come La primavera di Stravinskij, Il lago dei cigni, e così cercavo di capire come funzionasse l’orchestrazione, la composizione. Ho fatto tanti esperimenti, mi divertivo molto, ci passavo le ore.

Ho letto che hai avuto un incontro che si potrebbe definire “fortunato” con il Maestro, ce ne puoi parlare?

Una sera, ricordo bene la data, 9 Maggio 2005, mio papà tornato a casa da lavoro mi disse che quella sera allo spazio Overvenn c’era Ennio Morricone che teneva una conferenza e che magari io e Francesco (mio fratello) saremmo potuti andare, che sarebbe stato interessante. Ovviamente i dischi di Morricone in casa nostra transitavano, mio padre era un’appassionato, così decisi di andarci. Neanche a dirlo la sala era piena, un sacco di persone non erano riuscite ad entrare, e mi intrufolai per puro caso, prendendo il posto di qualcuno che se n’era andato via prima. Riuscii a sentire l’ultimo intervento del maestro in cui qualcuno gli chiese cosa ne pensasse dei giovani compositori. Lui rispose che pur ascoltando tante cose, difficilmente gli piaceva qualcosa. Avevo 19 anni, ero andato lì con il mio cd, con le mie composizioni, e sicuramente non era molto incoraggiante come risposta. Presi coraggio e riuscii a lasciargli il mio disco, con una lettera. Il giorno dopo, la mattina del 10 Maggio, nella segreteria del telefono avevo un suo messaggio in cui mi diceva che ero portato, che dovevo trovare un buon maestro e studiare composizione. Ho conservato quel messaggio, lo costudisco gelosamente ancora oggi.

Da quello che mi hai raccontato la tua vita, la tua carriera, è stata segnata da una serie di incontri speciali, anche fortunati se vuoi. Ti chiedi mai cosa saresti diventato se non avessi conosciuto quelle persone?

È un mondo molto difficile quello della composizione, che ti porta sempre ad avere un’introspezione, a lavorare su di te, anche ad avere più consapevolezza della tua personalità se vuoi. Un viaggio straordinario guidato dalla musica che mi ha portato a conoscere persone che hanno contribuito alla mia crescita personale e professionale, sia nel bene che nel male. Secondo le teorie della fisica contemporanea ci sono una serie di universi paralleli in cui tutto è andato diversamente. Pur non sapendo come sarebbe potuta andare, penso che si, forse la mia vita sarebbe stata diversa, ma credo che in qualche modo la mia indole mi avrebbe portato comunque ad aver a che fare con la musica.

Secondo te l’indole è qualcosa che si manifesta sempre o è qualcosa da ricercare e coltivare nel tempo?

C’è una metafora che ricordo, che parla di una pianta che, anche se forte e robusta, se messa in un terreno poco favorevole perirebbe in poco tempo. Questa che mi poni è una domanda molto difficile alla quale non ho risposta, e forse è giusto così, ma sicuramente c’è un legame inscindibile fra la nostra indole e l’ambiente in cui viviamo, che in qualche modo delinea questo curioso concetto che poi è la nostra identità.

Parlando del libro Inseguendo quel suono, che hai scritto con Ennio Morricone e che parla della sua stessa vita, come ti sei relazionato con lui? Come è nata l’idea di scrivere una biografia?

E’ chiaro che io sono arrivato a realizzare con lui questo progetto dopo un lungo percorso, ci siamo incontrati la prima volta che ero un ragazzino e, dopo aver fatto le mie esperienze, dopo aver studiato, ho avuto il piacere di rincontrarlo nuovamente. Eravamo rimasti in contatto negli anni, certo, ma comunque ero cambiato, avevo più idee, più conoscenze. Mi sentivo forse più pronto a compiere questo passo. Gli scrissi una lettera quando da Roma mi trasferii in Olanda per continuare gli studi, per ringraziarlo e salutarlo, e lui commosso mi richiamò e mi invitò a passare a trovarlo quando sarei tornato in Italia. In quella occasione mi mostrò uno scritto, che poi era un quaderno che raccontava le sue esperienze, che lui utilizzava nelle conferenze per raccontarsi, dato che non amava molto parlare in pubblico. Lo lessi e gli dissi che pensavo fosse molto interessante, che intravedevo l’ipotesi di fare un lavoro insieme. Ci dedicammo del tempo e dovetti conquistarmi la sua fiducia, ma si costruii un rapporto di amicizia e rispetto e alla fine il libro ne è il risultato.

Ho letto il commento di Morricone al libro, lui lo definiva l’opera in cui si sentiva maggiormente rappresentato. Questo deve essere stato un po’ il coronamento del vostro rapporto, cosa ne pensi?

Sicuramente è stato bellissimo. Mi ricordo quando fece l’ultima revisione mi disse che era incredibile, che non solo ero riuscito a sintetizzare il suo pensiero, ma che lo avevo anche aiutato, con alcuni miei contributi, a chiarirne alcuni aspetti. Questa è la migliore cosa che potesse dirmi, perché è la prova che c’è stato uno scambio, che si è sentito capito, che resteranno le tracce di questo lavoro.

Pensi che convertire i pensieri in parole, ma anche in forme artistiche più astratte come la musica o la pittura, spesso forse serve anche a analizzarli e a sciogliere alcuni “nodi”?

Sì però questo dipende sempre non solo dal “terapeuta” ma anche molto dal “paziente”. È quanto ci si dà l’un l’altro. A volte ci si trova e basta, non dipende da nessuno, e avviene qualcosa, uno scambio, una condivisione che è già molto difficile da trasporre in scrittura, ma convertirlo in un pensiero lineare è davvero difficilissimo. Certe esperienze sono molto complesse e complicate da raccontare con il nostro linguaggio, che si è ricco ma molto inadeguato. A volte si tratta di necessità di esprimersi e raccontarsi, altre di volontà razionale di ricercare un modo per farlo; non credo che una escluda l’altra anzi spesso è un po’ tutte e due, e questo credo valga per me, per il maestro Morricone e per chiunque altro.

Oggi fare musica è forse più semplice che in passato, ci sono molti strumenti facilmente fruibili che ti permettono di far arrivare a molte persone il tuo lavoro, magari con un semplice clic. Tu credi che questo abbia influito sulle motivazioni per cui una persona decide di fare musica? Credi che l’ambizione di arrivare e di piacere abbia offuscato un po’ quel sentimento di “necessità” di cui palavamo prima?

Guarda ho giusto un esempio che fa al caso nostro. L’altro giorno ho intervistato per la radio Svizzera un violinista russo, Ilya Gringolst, e parlavamo proprio di questo, di cosa serve ad un musicista per avere “successo”. E lui mi ha risposto chiedendomi cosa volesse dire avere successo: successo economico, personale, sociale, che lui era più interessato all’integrità, al rimanere curiosi riguardo a sé stessi e alla realtà. Devo dire che mi trovo molto d’accordo. Per quanto riguarda il discorso della maggiore fruibilità io credo che sia una grande opportunità, crea interesse laddove prima vi erano meccanismi molto più complessi. I media hanno però un grande deficit, che è la sempre maggiore attenzione ai like, alle visualizzazioni, che creano un imbuto piccolissimo che sicuramente non premia la diversità. È un discorso di quantità e se il gusto collettivo si allinea sempre di più è un gran problema.

Tu hai conosciuto il maestro Morricone, hai scritto un libro con lui e hai condiviso insieme a lui esperienze molto significative per la tua, ma sicuramente anche per la sua vita. Quale credi che sia la cosa più importante che ha lasciato dietro di se?

La risposta è semplicissima: sicuramente la musica che ha scritto, perché è la materializzazione della sua identità. Questa musica è applicata ad un tempo, ad una civiltà ben precisa, e pur essendo varia è sempre coerente con il suo autore. Lui come nessun altro ha potuto spaziare così tanto, e lo ha sempre fatto con molta curiosità e intelligenza, portando poi a dei risultati straordinari. La risposta sta nella musica, ma questa non può essere sconnessa, come dicevamo all’inizio, da tutto ciò che ruota intorno alla sua figura.

Noemi Tron

In copertina: Ennio Morricone e Alessandro de Rosa. paeseitaliapress.it

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