FIRMAMENTO: intervista a Sebastiano Testini

Anemone ha diciotto anni e tanto dolore dentro. Non sa da dove derivi, ma sa che c’è e che non riesce a metterlo a tacere. Così una mattina si sveglia in un letto di ospedale dopo aver tentato il suicidio. Perché? 
Da quel momento comincia un viaggio interiore che porterà Anemone alla comprensione dei suoi vuoti, alla dolorosa consapevolezza di ciò che è accaduto, alla faticosa risalita verso se stessa. Firmamento è il nuovo romanzo di Sebastiano Testini, acquistabile qui, un racconto duro e delicato allo stesso tempo, pieno di angosce che si tramuteranno in speranze. Beatrice Segato lo ha intervistato per voi.

Come è nato questo libro e cosa è per te “Firmamento”?
La prima volta che ho ascoltato la canzone Firmamento, di Vasco Brondi ovvero Le Luci della Centrale Elettrica, il testo mi ha colpito molto e sembrava già la trama di una storia, il filo conduttore di qualcosa che voleva essere raccontato. Durante il primo lockdown nel 2019, come tutti, avevo molto tempo da riempire. Mi sono seduto alla scrivania e in una settimana, esperienze, pensieri e parole mi si sono riordinate in testa e sono diventate questo romanzo. Rispetto agli altri due libri che ho scritto (ndr. Settembre andiamo è tempo di migrare e MAI) questo è diverso innanzitutto perché è scritto in terza persona, mentre gli altri erano in prima persona, e la protagonista è una ragazza. È stata anche la prima volta in cui l’idea della trama mi è arrivata da fuori, era già scritta nella canzone e io ho solo dovuto riempirla. È stato per me una nuova pagina del mio modo di scrivere. 

La protagonista ha un nome particolare, si chiama Anemone. Vuoi parlarci di come mai hai scelto proprio questo nome?
Ho scelto questo nome, Anemone, ispirandomi all’animale marino che tutti abbiamo visto in Nemo. Questo animale ha la particolarità di essere estremamente urticante per difendersi dai predatori, ma non per il pesce pagliaccio, l’unica creatura che non viene attaccata. Il pesce pagliaccio e l’anemone vivono in un rapporto di simbiosi e sono fondamentali per la reciproca sopravvivenza: il pesce pagliaccio tiene pulito l’anemone e, viceversa, l’anemone lo ospita e lo protegge. L’anemone mi ha sempre affascinato, e ho deciso di chiamare così la mia protagonista perché anche lei tende a far male a tutti, tranne a chi decide lei. Volevo che si percepisse da subito una sua diffidenza caratteriale di fondo, che però non escludesse a priori la possibilità di aprirsi a qualcuno. Nel libro, però, quando la protagonista spiega il significato del suo nome, è rimasto solo il parallelismo tra il fiore, appunto l’anemone, e la mitologia greca collegata a esso. Nelle bozze avevo scritto entrambi i significati, ma con la casa editrice (ndr. EdiLab Edizioni) abbiamo convenuto che sarebbe stato più coerente stilisticamente restare sul tema della mitologia greca, anche se il motivo vero per cui si chiama Anemone è quello che vi ho appena raccontato.

Il libro si costruisce intorno ad alcuni nodi centrali, tra cui l’amore per la musica e in particolare per il basso. Quanto è fondamentale secondo te avere una passione e coltivarla nel tempo? 
Personalmente ho cominciato a suonare ad un’età “avanzata” rispetto alla media: avevo 17 anni e ho iniziato quasi per caso, perché nessuno della mia famiglia suona e al massimo alle medie avevo provato a suonare il flauto dolce. Non ho più smesso perché la musica mi permette di esprimermi e di dare sfogo a quello che penso. Ho cominciato a suonare per me, ma poi tutte le cose belle che sono venute nella mia vita sono state collegate alla musica: le mie amicizie, il mio lavoro, le esperienze più significative. In senso più generale, ritengo sia importantissimo ritagliarsi del tempo per fare cose che ci piacciono, qualcosa a cui dedicarsi che non abbia un profitto nel senso più capitalistico del termine, ma solo per essere contenti di fare qualcosa e investirci nel tempo. Inoltre, la musica spesso ha un aspetto sociale: implica lo stare insieme, e questo porta a creare delle relazioni con persone simili a te perché accumunate dalla stessa passione. 

Tu sei un professore di Storia e Filosofia, quindi sei ogni giorno in contatto con molti ragazzi/e. Secondo te, quanto è importante parlare con loro di psicoterapia in contesti scolastici e non?
Spesso a scuola i ragazz* mi fanno molte domande spontanee e vedo che in loro c’è il bisogno di fare chiarezza e di imparare a non vergognarsi di ciò che provano. In questa epoca così social, sembra che tutti vivano in un costante stato di felicità e divertimento e per questo è diventato quasi un taboo mostrarsi deboli. I ragazz* hanno bisogno di sentirsi dire che va bene piangere, va bene stare male, va bene non essere sempre forti e , soprattutto, va bene chiedere auto a persone competenti. Cercare di nascondere le proprie emozioni, negarle, rifugiarsi in persone sbagliate, alla fine non fa altro che peggiorare la situazione. La psicoterapia deve essere sdoganata, bisogna parlarne: non è una “cosa da matti”, ma è uno strumento potentissimo di autoconsapevolezza e autoconoscenza. Spesso ci conosciamo attraverso gli occhi degli altri e chi meglio di un terapeuta può aiutarci in questo: da un terapeuta abbiamo un riscontro senza giudizio, che ti permette di capirti meglio come persona. I ragazz* hanno bisogno di questo, hanno bisogno di sapere che non c’è niente di male a parlare con un professionista, soprattutto in quelle situazioni in cui mancano punti di riferimento adulti, perché magari con i genitori non riescono a parlare. 

Il romanzo si apre con la protagonista, Anny, che ha appena tentato il suicidio e si trova in un letto di ospedale. Nella tua opinione, in che modo si può supportare e stare vicino a una persona che ha pensieri suicidi o che ha provato a togliersi la vita?
Al di là delle parole, credo sia importante la presenza. Il fatto di esserci fisicamente anche senza dire niente, senza consolare, senza voler rasserenare la persona in questione, evitando di cadere nelle frasi scontate come “ti capisco”. Esserci senza velleità di comprensione, dire “sono qui” senza pretendere spiegazioni, ma accettando quello che la persona si sente di condividere. Inoltre è importante non assumersi oneri che non sono nostri, provare a dissuadere o ammonire la persona, perché questo la farà sentire più in colpa di quello che già si sente. Non pretendere che la persona si sfoghi riguardo quello che è successo ma far tornare pian piano tutto nei binari della vita quotidiana.

Quindi fare finta di niente? 
No, è semplicemente accettare la persona senza volerla guarire e dare giudizi, essere pronti per l’eventuale momento di sfogo e condivisione, ma esserci perché gli vuoi bene per quello che è; e parte di quello che è, è anche quello che ha provato a fare. 

Un’ultima domanda: che cosa vorresti che i tuoi lettori “portassero via” dal tuo libro? Quale messaggio vorresti che gli arrivasse?
Noi siamo la reazione a ciò che non abbiamo deciso che ci accadesse. Non c’è una ricetta che ti dica “si fa così se ti succede questo”. Qualunque sia la reazione che ti viene da fare di fronte a un evento, va bene. Non ha senso dire “non avrei dovuto” a posteriori, si impara di più dagli sbagli che non da quello che sai fare. Il messaggio che spero possa passare dalle mie righe è cercare di capirsi il più possibile, senza colpevolizzarsi, accettando le parti di noi che ci hanno fatto reagire in un certo modo.

Beatrice Segato

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