La solitudine: libertà o prigione dei nostri tempi?

Nel 2001 Vasco Rossi incide un brano dal titolo Siamo soli. Nelle successive conferenze stampa, alla domanda relativa al perché avesse scelto un titolo dall’impronta così cupa, risponde: “Penso che sia la verità, una triste realtà alla quale stiamo approdando”. Sono passati vent’anni, il mondo è radicalmente mutato, ma questa amara consapevolezza è rimasta presente, invitandoci a delle riflessioni profonde. La vera domanda, la questione più importante, non è tanto appurare il fatto che la solitudine esista, probabilmente da sempre e per sempre, quanto capire se la sua presenza sia un beneficio da poter eventualmente sfruttare o un’inesorabile condanna.

Nella società di oggi non è semplice reggere il continuo confronto con gli altri. Ci sono situazioni che invocano la solitudine a gran voce, quasi fosse un modo per proteggersi, per riprendere fiato e resistere allo stress quotidiano che ci attanaglia con decisione ogni giorno di più.

Il contatto estenuante con le persone e con il loro giudizio è aumentato con la nascita dei social network, mondi nei quali si è costantemente sottoposti allo stillicidio dello “sguardo esterno”, uno sguardo che corre il rischio di diventare indiscreto e pesante, soprattutto per gli adolescenti, che affrontano una fase della vita che li rende decisamente vulnerabili al giudizio sociale. Per gli adulti la situazione è più facile? Non sembra affatto. Resistere e tentare di sentirsi riconosciuti nel proprio contesto sociale è difficile per tutti, non è una questione di anagrafe.

La solitudine sotto certi punti di vista può essere considerata una libertà che prevede indipendenza, autonomia e una maggiore sicurezza in se stessi, ma alla luce di dati scientifici l’isolamento sociale si ripercuote in maniera devastante sull’umore e sulla salute. La solitudine aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, la pressione sanguigna, il livello del cortisolo, il noto ormone dello stress, e favorisce lo sviluppo di sindromi depressive. Tutto questo accade poiché l’uomo esce da una sua condizione naturale, quella della socialità istintiva, e il suo corpo ne risente.

La grandissima antitesi sociale del nostro tempo nasce in questi termini: da una parte l’uomo è un animale sociale, dall’altra cerca di negare questa sua natura quando si trova ad affrontare determinate situazioni, finendo per avvertire un vuoto, una mancanza.

Le società occidentali, quelle caratterizzate dall’abbondanza, dal progresso tecnologico, da un sempre crescente sviluppo economico e da una grande mobilità sociale, sembrano essere le società più largamente esposte al pericolo di una “deriva solitaria”.
Perché? Questione di numeri, certezze e opportunità.

La società del passato, da quella primitiva a quella vissuta nel periodo della rivoluzione industriale, si sviluppava in piccoli gruppi. Per le comunità primitive la massima estensione di un gruppo si attestava intorno alle 35 persone. Se si è numericamente scarsi, ognuno svolge inevitabilmente una funzione indispensabile per tutta la comunità e diventa molto difficile isolare qualcuno. Occorre lavorare in gruppo ed essere compatti, in caso contrario si rischia il fallimento dell’intera comunità. Con l’avvento della società industriale, lo sviluppo demografico e lo spostamento verso i grandi centri produttivi, assistiamo invece ad un cambio di passo: il gruppo si allarga e nessuno risulta più indispensabile. Più si è, più si risulta omologabili e prevedibili, più si corre il rischio di essere rimpiazzabili.

Consideriamo poi un altro aspetto: nelle società primitive il livello di mobilità sociale era sostanzialmente pari allo zero; ognuno doveva portare avanti un ruolo indispensabile e dunque non erano tollerati cambiamenti in itinere: il contadino avrebbe dato vita ad una generazione di contadini, l’artigiano ad una di artigiani, perché esisteva un equilibrio di fondo che andava mantenuto a tutti i costi con responsabilità e onore. Si dirà: un limite alla libertà individuale. Forse sì, ma sicuramente anche un’enorme tutela personale.

L’individuo, sapendo fin da piccolo a che cosa avrebbe massimamente potuto aspirare, non avrebbe potuto coltivare ambizioni e non si sarebbe mai dovuto confrontare con l’ansia sociale che è il cardine delle società fortemente mobili: l’ossessione costante di dover dimostrare il proprio valore agli altri, senza sosta, senza possibilità di fallimento. Ad oggi, rinunciare a questa prospettiva pare quasi blasfemo, ma molto probabilmente è proprio la costante volontà di dimostrazione, la compulsiva volontà di ascesa a renderci infelici. Queste volontà a volte “bulimiche” portano ad un fenomeno noto come “crisi da spaesamento”, colpevole delle crisi adolescenziali che tutti attraversano. L’ansia continua della dimostrazione, lo stress del possibile fallimento, il peso del giudizio e la paura della condanna da parte dei propri simili: una combinazione di fattori che porta moltissimi giovani a diffidare della società in cui vivono per cercare una riconciliazione con se stessi, una tranquillità che nelle relazioni, se vengono gestite male, può sembrare quasi utopica. La visione sociale del mondo sviluppato è “tutti devono farcela , da soli e in fretta”. Chi si pone al di fuori di questo cardine, non per motivi razionali ma probabilmente a causa di un retaggio culturale da ridefinire, viene escluso o tende ad autoescludersi dal contesto sociale che vive, quasi si sentisse inadatto a svolgere un compito, a portare avanti un obiettivo che la società gli ha posto. Davanti ad un pericolo la soluzione più lampante è scappare, ricercare l’isolamento.

Oggi abbiamo tutto, possiamo soddisfare qualsiasi nostro desiderio. Verrebbe spontanea una domanda: “perché nonostante tutto siamo infelici?”. Perché la competizione sfrenata cui si accennava ha a poco a poco distrutto la solidarietà. Un universo nel quale tutti sono giudicabili in base alle loro mancanze, in cui tutti vivono l’errore come fosse uno stigma perpetuo impossibile da smentire, in cui troppo spesso conta più che cosa fai rispetto a chi sei, è un contesto che indebolisce la rete sociale che tutti abbiamo intorno. Chi si sente indispensabile all’interno di un gruppo che non lo tradirebbe o abbandonerebbe mai perché ha bisogno di lui per garantire la propria sopravvivenza, sa di non poter rimanere solo, di poter crescere sempre di più in un contesto che aiuta a fortificare il singolo per il bene del gruppo, non lo immola per salvare il gruppo stesso.

Significativo è il fatto che nel passato si capisse maggiormente quanto il peso della competitività individualista fosse una delle cause della disgregazione sociale. Secondo studi acclarati, negli U.S.A. il 50% dei nuclei familiari è costituito da una sola persona. Una volta era normale vivere in case abitate da più nuclei familiari, oggi spesso chi vive con i genitori e non sembra essere pronto ad affrancarsene viene additato dalla società come una persona non vincente, di ristrette possibilità, uno “svogliato”, un “mantenuto”. Non si pensa alla necessità di trovare dei punti di riferimento importanti, alla volontà di mantenerli saldi, non si pensa che gestire un eventuale scontro tra individui con pensieri divergenti sia comunque meglio dell’isolamento atto a non sostenere nessun confronto. Non si ritiene il gruppo vincente, non si crede che, oltre ai vantaggi sicuramente materiali, lo stare insieme porti dei vantaggi sociali di lungo raggio. Una volta si viveva in comunità non solo per necessità economiche, ma per aiutarsi vicendevolmente all’interno di un ciclo vitale naturale, di collaborazione e di aiuto, non di scontro.

Si sa, moltissime persone, estremizzando la solitudine possono trasformarla nella loro condanna. Un fenomeno paradigmatico in questo senso è quello degli hikikomori, adolescenti che rifuggono ogni tipo di contatto sociale rinchiudendosi stabilmente in casa, nella propria stanza, non uscendo nemmeno per mangiare. Questo comportamento è sintomatico di un profondissimo disagio, spesso causato dall’incapacità di reazione di fronte ad un rifiuto, ad un ostacolo da superare, a quello che si ritiene essere un torto subito a causa dell’eccessiva crudeltà di una società nella quale non si vedono spazi di inserimento, di un mondo interpretato come “cattivo e insensibile”. Purtroppo questo fenomeno si sta diffondendo anche in Italia, che riscontra ad oggi il più elevato numero di casi in Europa. Le terapie per curare quella che è a tutti gli effetti una patologia sono varie, ma uscire da questa condizione è difficile, perché si basa su una grande sfiducia nel sociale, sfiducia che alla luce di alcune dinamiche pare giustificata. La solitudine ricercata volutamente come cura ai mali del mondo, diventa il male più grave, il giudizio verso chi fa questa scelta è capace di giustificarla e alimentarla sempre di più, portando chi la fa a non trovare una via d’uscita.

Se è vero che conviver con gli altri costa fatica, che a volte ci possono essere scontri, che sospendere totalmente i giudizi ed essere totalmente inclusivi può essere complicato, va detto che vale sempre la pena provarci, vale comunque la pena fare degli sforzi per crescere e diventare migliori, per arricchirci moralmente e costruire una società migliore di quella che abbiamo in dono. Suona come una grande impresa, ma le grandi imprese hanno sempre il sapore del trionfo se portate a termine con ostinazione. Se la nostra vita si esaurirà come singoli, non lo farà se ci uniremo insieme verso un’idea di progresso comune, scevro da giudizi ma pregno di suggerimenti.

Perché, come diceva il Qoelet circa duemilatrecento anni fa, “soli non si può stare, perché se chi è solo cade non ha nessuno che lo aiuta a rialzarsi”.

Valerio Abrami

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