Malala Yousafzai e il cambiamento nelle piccolezze.

Il cambiamento ravvisabile nelle grandi cose è indubbiamente gratificante. Ma c’è una verità, a volte più scomoda da metabolizzare: il cambiamento, quello vero, parte dalle situazioni relegate al margine. Perchè i visionari, quelli che il cambiamento lo vedono, spesso hanno troppi mezzi per portarlo avanti. Troppe responsabilità. Il cambiamento parte da chi non ha nulla da perdere, da quelli che assurgono ad antieroi. Nel suo ultimo articolo, Valerio Abrami ha voluto descrivere loro tramite una figura che li incarna pienamente: Malala Yousafzai. Non una visionaria futurista, ma umile donna che, prima di vederlo, ha capito che il cambiamento va sentito. Con il cuore leggero dei piccoli passi, senza l’affanno della corsa.

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Peppino Impastato: un ragazzo che ha segnato il destino

A 44 anni dalla morte, Peppino Impastato continua ad essere una figura di riferimento per chi crede in un mondo più giusto. Spesso si tende a pensare che esistano dei limiti insuperabili, delle “condanne” che ognuno di noi si porta dietro per tutta la vita e dalle quali risulta impossibile smarcarsi. La storia di Peppino smentisce questa tesi, dimostrandoci l’esatto contrario: c’è gusto nello sfidare una sorte infausta, c’è grandezza nel battersi, anche a costo della propria vita, per riuscire ad invertire una rotta indesiderata. Il destino ci aspetta, costi quel che costi, e se scommettiamo su una causa giusta, non potrà che restituirci un esemplare esempio di giustizia, di onore e di libertà. Il bene che forse è uno dei pochi degni di rendere meraviglioso il percorso tortuoso del vivere.

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Adolescenza: non giudicare, ma capire.

Nella vita spesso si tende a giudicare: è facile, veloce e anche conveniente. Se poi si giudica, come è umano che sia, qualcosa che non si capisce fino in fondo, le conseguenze possono essere molto preoccupanti. A fare le spese di un giudizio sociale spesso troppo lapidario e netto sono molte volte i giovani, rei di vivere in un mondo fatto di una presunta mancanza di valori e incapaci di meritare delle opportunità concrete. Come uscire da questa visione? Seguendo tre parole chiave che il nostro redattore Valerio Abrami ci illustra in questo articolo, armandosi di pazienza e di buona dose di coraggio. Meditiamo tutti insieme, che forse una soluzione c’è.

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Social network e stereotipi

4 febbraio 2004, 21 marzo 2006 e 6 ottobre 2010: nell’ordine i giorni della creazione di Facebook, Twitter ed Instagram. Al loro arrivo tutti erano convinti che sarebbero stati in grado di annullare le distanze tra le persone e di aiutarle a legarsi tramite la condivisione di contenuti. Dopo anni, a conti fatti, il risultato del loro utilizzo smentisce le previsioni e correla all’utilizzo dei social l’alimentazione sempre più frequente di atteggiamenti lesivi tra gli utenti.

Perché accade tutto questo? Forse perché ad essere importante non è il mezzo in sé, quanto l’uso che se ne fa? Forse perché la creazione di una realtà virtuale ci ha disorientati a tal punto da non farci più percepire il reale peso delle emozioni che proviamo nella vita?

Con il suo nuovo articolo Valerio Abrami ci porta ad approfondire una tematica importante, con l’obiettivo di darci dei consigli per non far diventare nocivi degli strumenti nati come portatori di opportunità.

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La solitudine: libertà o prigione dei nostri tempi?

“La solitudine è croce e delizia dei nostri tempi”.
Così si potrebbe definire uno stato emotivo e fisico che può diventare una vera e propria malattia, ma che nel trascorrere così frenetico dei nostri giorni diventa un possibile salvagente da una vita che a volte sembra troppo per le nostre aspettative. Se ci si pensa però, la solitudine ha portato con sé sempre più svantaggi che altro, conducendo l’uomo verso una deriva individualista che non può che fargli del male.

Joyce diceva che nessun uomo è un’isola, ovvero che nessuno è in grado di salvarsi ed essere felice da solo. Alla luce di svariate considerazioni sappiamo che la solitudine non è libertà, come qualcuno vorrebbe far credere, ma risulta essere la più spettrale delle “costrizioni umane” mai viste.

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P101: quando Steve Jobs “rubò” l’idea ad Olivetti.

Le idee più rivoluzionarie? Non nascono dal nulla, si copiano. Si potrebbe riassumere così la storia che lega due visionari come Adriano Olivetti e Steve Jobs. Quando si è al cospetto di un’invenzione geniale, la sola cosa giusta da fare è carpirne gli elementi più importanti e cercare di metterli in risalto il più possibile, nei modi e nei tempi giusti. E’ solo una questione di tempismo, nulla di più. L’invenzione pura non esiste, esiste una continua “crasi” di modelli già esistenti presentati con il giusto tempismo. Questa è la testimonianza più grande di Jobs: per creare il futuro non si inventa il nuovo, ma si rielabora il vecchio. L’autore ci da prova di questa visione presentandoci un caso di innovazione tecnologica che conferisce a Jobs la paternità dei primi PC. La novità tecnologica dei primi anni ottanta, che ha stravolto il mondo, era già stata partorita circa trent’anni prima in Italia, ma non era riuscita ad emergere. L’idea c’era, ma i tempi non ancora. Jobs, insomma, ha fatto capire che nella vita “it’s a matter of time”: ma spesso vince chi arriva dopo.

Eutanasia in Italia: al di là del bene e del male.

Eutanasia: che cos’è e perché ha senso parlarne nel 2022, abbattendo il troppo spesso muro di silenzio che la avvolge. Nell’articolo l’autore tenta di spiegare come, non strumentalizzando una pratica così delicata, ma ponendola in un’ottica di scelta libera e consapevole, al di là delle personali decisioni, possa essere vissuta come strumento di discussione, di approccio dialettico e razionale, dove a vincere è appunto solo la libertà.

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